domenica 27 maggio 2018

RECENSIONE || "Una donna" di Annie Ernaux

<<Strappava l'incarto dei soldi con forza, serrando la mascella. Parlava di soldi, di clienti, rideva gettando la testa all'indietro. Erano gesti che le erano sempre appartenuti, parole che venivano da tutta la sua vita. Non volevo che morisse. Avevo bisogno di nutrirla, toccarla, ascoltarla.>>


Un'altra volta sono stata colpita dalla potente penna di Annie Ernaux che come di consueto riesce a parlare, in un'opera taumaturgica, di qualcosa di molto personale rendendo il testo intimo e al contempo universale.

La morte della propria madre è sempre dirompente nella vita di una persona: si perdono i punti cardinali che si sono seguiti da quando si è piccoli. Per Annie Ernaux non è diverso e cerca di curare le sue ferite, metabolizzare il lutto, scegliendo le parole giuste, scrivendo di lei, del suo rapporto con lei, della malattia che l'aveva cambiata per sempre.




"Una donna", L'Orma Editore, apre le porte ai lettori sulle emozioni della Ernaux in un racconto dallo stile semplice, in cui parla della provenienza contadina della madre e del padre, delle aspirazioni della madre e dell'importanza che dava alle discrepanze tra le classi sociali, lo sforzo perchè lei crescesse istruita per bene e che inseguisse i suoi sogni. Un viaggio non solo nella vita della madre ma anche nella Storia: uno dei più bei racconti di famiglia in cui mi sia mai imbattuta, che riesce ad afferrare il clima generale senza mai perdere il tono che si usa per narrare ciò che è estremamente vicino, minuscolo in confronto al resto. L'effetto è quello di sentire una nonna che racconta la sua infanzia, le stranezze di famiglia, i drammi e i momenti felici ai nipoti curiosi e pieni di domande.

La storia che la Ernaux decide di svelarci è intervallata dai suoi pensieri mentre scrive per liberarsi dal dolore, dei piccoli gesti e frasi che la madre usava più spesso e che gliela ricordano di più. In questo libro ogni figlia rivede la propria madre, la rivede mentre fa le faccende, mentre ci lava all'età di 5 anni, mentre ci sgrida per qualcosa che proprio non tollerava. La Ernaux ci porta in un luogo profondamente suo e al tempo stesso anche nostro, in un misto di nostalgia, dolcezza, amore, rabbia, senso di colpa, tenerezza.

<<Molte volte, il desiderio impellente di portarla via con me, di occuparmi soltanto di lei, per accorgermi subito che non ne sarei stata capace. (Senso di colpa per averla piazzata lì, anche se, come dicevano gli altri, <<non potevo fare altrimenti.>>)>>

Insieme alla componente sentimentale si mischia il fattore tempo, il tempo che all'autrice rimane da stare con sua madre, per quanto tempo si ricorderà di lei dopo che la demenza senile le ha tolto non solo i ricordi ma anche ogni barlume di cognizione di come si fanno le cose di tutti i giorni: lavare i piatti, vestirsi, andare in camera sua.
Ciò che probabilmente rimane impresso dello stile della Ernaux è la capacità di far immedesimare il lettore nelle sue storie, rendendolo non solo spettatore esterno di una storia ma protagonista delle sensazioni che comunica proiettandolo nel passato o nel futuro della sua propria storia.

Da leggere e recuperare i volumi di questa autrice, ognuno lascia un solco indelebile nel lettore.


COPERTINA 8 | STORIA 8,5 | STILE 9

Titolo: Una donna
Autore: Annie Ernaux, traduzione di Lorenzo Flabbi
Editore: L'Orma Editore
Numero di pagine: 112
Prezzo: 13,00 euro

Trama

Pochi giorni dopo la morte della madre, Annie Ernaux traccia su un foglio la frase che diventerà l’incipit di questo libro. Le vicende personali emergono allora dalla memoria incandescente del lutto e si fanno ritratto esemplare di una donna del Novecento. La miseria contadina, il lavoro da operaia, il riscatto come piccola commerciante, lo sprofondare nel buio della malattia, e tutt’attorno la talvolta incomprensibile evoluzione del mondo, degli orizzonti, dei desideri. Scritte nella lingua «più neutra possibile» eppure sostanziate dalle mille sfumature di un lessico personale, famigliare e sociale, queste pagine implacabili si collocano nella luminosa intersezione tra Storia e affetto, indagano con un secco dolore – che sconvolge più di un pianto a dirotto – le contraddizioni e l’opacità dei sentimenti per restituire in maniera universale l’irripetibile realtà di un percorso di vita.

L'AUTRICE

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il postoGli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza

giovedì 24 maggio 2018

RECENSIONE || "Barba intrisa di sangue" di Daniel Galera

<<Ci sono solo due posti possibili per una persona. Uno di questi è la famiglia. L'altro il mondo intero. A volte non è facile capire in quale dei due ci troviamo.>>

A parlare è il protagonista, senza nome, della storia di Daniel Galera in "Barba intrisa di sangue", Sur Edizioni, che alla fine del romanzo ha capito quale luogo fa per lui.
La storia in cui ci trascina Galera è un racconto particolare, a tratti struggente: il ragazzo deve esaudire la richiesta del padre che, prima di suicidarsi, gli chiede di fare luce sulla scomparsa del nonno in una piccola città di mare, Garopaba.

Il nonno conosciuto con il soprannome di Gauderio, un gaucho con poca pazienza e la testa calda, è stato -si dice- assassinato a un ballo dai nativi di Garopaba perchè non andava giù alla città. Il suo corpo non è mai stato ritrovato e nessuno vuole parlare di lui. Perchè? 
Il ragazzo ha i tratti simili, se non identici, a quelli di Gauderio e con la cagnolina Beta, affidatagli dal padre perché l'abbattesse dopo la sua morte, si mette in marcia e va a vivere a Garopaba.  La sua vita è complicata dalla malattia che lo affligge da sempre: non riconoscere i volti, neppure il suo. Non importa quanto affetto prova per quella persona, dopo qualche minuto che sarà scomparsa dal suo campo visivo la sua memoria la cancellerà e farà fatica a riconoscerla in seguito. Proprio per questo Galera non risparmia la descrizioni dei visi, della postura e dei tratti tipici dei personaggi, unico aiuto per il protagonista per riconoscerle in seguito.


Galera ci porta attraverso il suo protagonista in un'America profondamente provinciale e superstiziosa, con una grande memoria, in cui il ragazzo cerca di adattarsi al meglio affittando un piccolo appartamento davanti all'oceano, cercando lavoro come allenatore di nuoto e piano piano facendo ricerche per scoprire di più su suo nonno. 
La trama procede lenta senza quella sensazione di tensione per arrivare alla verità su suo nonno: il lettore si gode il viaggio nella vita del protagonista e si dimentica quasi il perché e il per come che cosa ci faccia a Garopaba. Mentre il ragazzo si innamora, nuota e scopre una nuova pace sempre con accanto la sua cannetta Beta, per caso scopre qualche indizio che lo porta sulle tracce del nonno. A questo punto del libro la figura di Gauderio e quella del ragazzo si sovrappongono in un passato che si proietta nel presente: la città lo rigetta, non lo vuole e solo la caparbia del nuotatore e qualche amico fidato gli farà mettere radici.

Galera costruisce un'intricata storia familiare raccontata attraverso la vita del protagonista senza tralasciare di descrivere l'ambiente sociale e culturale dell'America Latina. Le sue storie non corrono a perdifiato -tipico di questo libro piccole postille che espandono la narrazione per capire meglio e conoscere di più i retroscena tra i personaggi- verso la fine, rappresenta eventi forti che rientrano nelle vite di persone normali e che riescono a suscitare l'interesse del lettore proprio per la connotazione quotidiana. Se per le prime duecento pagine ci si chiede quando e dove la storia avrà quel sapore della ricerca, di mistero, il lettore resterà per lo più deluso perché l'autore ci tiene sospesi in un limbo sbriciolando piccolissimi frammenti che riguardano la storia del nonno e che dovranno attirare la sua attenzione tanto quanto basta per proseguire nella lettura.

Come al solito Sur Edizioni stupisce con un autore e un romanzo particolari che riprendono il concetto che troviamo alla base della rivista Freeman's (in cui è possibile leggere un  racconto di Daniel Galera) della lettura come sorpresa, un libro che non ha nulla di scontato o convenzionale ma che, al contempo, rientra nei canoni dei romanzi facili da apprezzare e leggere. Non a caso la critica lo paragona a Gabriel Garcìa Màrquez, probabilmente per quel sapore delle città tipiche del Sud America in cui il misticismo si mescola alla contemporaneità senza dimenticare le tradizioni e gli enigmi che le contraddistinguono con un ritmo di vita tutto loro.


COPERTINA 7 | STORIA 7 | STILE 7


Titolo: Barba intrisa di sangue
Autore: Daniel Galera, traduzione di Patrizia di Malta
Editore: Sur Edizioni
Numero di pagine: 465
Prezzo: 20,00 euro

Trama

Un ragazzo affetto da un raro disturbo che gli impedisce di ricordare i volti, una cittadina di mare fuori stagione, un mistero da svelare, la sola compagnia dell’oceano e di una cagnetta di nome Beta: questi sono gli elementi intorno ai quali Daniel Galera, con una penna finissima, costruisce una storia sulla ricerca dell’identità, di un posto nel mondo e nella propria famiglia. Poco prima di suicidarsi, il padre rivela al protagonista una scomoda verità sul passato di Gaudério, suo nonno. Il ragazzo decide quindi di trasferirsi a Garopaba, idilliaco villaggio di pescatori, dove il nonno è morto in circostanze poco chiare anni prima, per far luce sulla vicenda. Qui la narrazione prende i ritmi del mare in autunno, mentre l’alone di mistero che avvolge il villaggio si fa più fitto: ben presto, il protagonista scopre il lato nascosto di una comunità felice solo in apparenza, dove viene trattato come un intruso. Tutti sembrano ricordarsi di Gaudério, eppure nessuno vuole parlare di lui. In bilico tra due relazioni e due donne che sembrano guidare le sue scelte, il ragazzo riuscirà poco a poco a stringere il cerchio, fino a portare a galla una verità del tutto inaspettata. SUR si affaccia alla narrativa brasiliana contemporanea con un romanzo forte e delicato insieme, che esplode in un finale potentissimo capace di spiazzare piacevolmente il lettore.

L'AUTORE

Daniel Galera (1979) è uno scrittore e traduttore brasiliano. Autore di romanzi e racconti, tra cui Manuale per investire i cani (Arcana, 2004) e Sogni all’alba del ciclista urbano (Mondadori, 2009), è stato selezionato da Granta tra i migliori giovani scrittori in lingua portoghese. Con Barba intrisa di sangue ha vinto il Premio São Paulo per la Letteratura.





lunedì 14 maggio 2018

Zac4Kids || Quando la tradizione italiana diventa un gioco per bambini, made in Italy!

Andiamo alla scoperta delle più belle storie italiane con i nostri bambini! Come? Con Zac4Kids!

Quando ho scoperto Zac4Kids sono rimasta subito stupita da come questo brand, completamente italiano, sia riuscito a conciliare la tradizione delle città del nostro Paese con i prodotti per bambini in un risultato super colorato e di alta qualità.

Alla base di Zac4Kids c'è Giulia Garolla appassionata di design, ma soprattutto mamma! Giulia ha messo insieme un bel team per realizzare tessili -in collaborazione con AltreMani associazione che aiuta le persone che hanno perso il lavoro- che raccontino una storia, una favola che riguarda le nostre città più belle.


Hanno iniziato giocando in casa, con Siena, la bellissima città toscana dove ogni anno si svolge il Palio, il 2 luglio e il 16 agosto. La collezione è tutta tema "contrade" (sono  17, è il sistema con cui è divisa Siena e solo 10 possono partecipare al Palio) e quindi gli animali spadroneggiano su tutti prodotti di questa collezione! Per vincere il Palio il cavallo de fare tre giri della piazza per vincere... anche senza il suo fantino! Ma che cosa si vince al Palio? Il Palio! Un lungo rettangolo di seta dipinto.

Bavaglini con la Pantera, sacchi per l'asilo con l'Istrice, porta giochi, cuscini e paracolpi stracolmi di tutti i protagonisti delle contrade.
A me è giunto il morbidissimo tappeto giochi con la rappresentazione di Piazza del Campo e le contrade contrassegnate dagli animali. Bordato e imbottito, il tappeto è adatto ai più piccoli e mette d'accordo anche i bambini più grandi: con le sue strade diventa facilmente una pista per macchinine o per le biglie.
Un tappeto utile e utilizzabile ogni giorno che unisce l'estetica e il racconto.

Di questa collezione ho segnato in wishlist il capiente porta giochi (non bastano mai!) e i cuscini. Ogni prodotto è fatto in Italia dalla A alla Z e cucito a mano!


La grafica di Irene Barnes è davvero originale, mi piace che Gabriele e Sofia siano circondati da prodotti non sterili ma che abbiano davvero in sé qualcosa da raccontare, che sia spunto e sprono per la scoperta del nostro bellissimo Paese, per ascoltare storie nuove.
Riscoprire e disegnare una collezione a partire dalle tradizioni è un'idea a dir poco geniale per avvicinare i più piccoli, con prodotti alla loro portata, alle meraviglie italiane. 
Inoltre Zac4Kids ha realizzato un piccolo libro, "Zac a Siena - fantino per un giorno" per introdurre con una piccola favola i bimbi al gioco del Palio (e aiutare i più grandi a raccontare bene la storia con qualche informazione in più!). 
Zac è un piccione che vorrebbe partecipare al Palio, fare il fantino,  e va in giro per Siena a chiedere a ogni animale che rappresenta una contrada come fare. Ma nessuna contrada partecipa al Palio oppure hanno già un fantino. Insomma è troppo tardi per partecipare al Palio... meglio fare altro... con il botto!

I loro prodotti sono disponibili sullo shop di My Family Nation o sul sito di Zac4Kids!



RECENSIONE || "Notte inquieta" di Albrecht Goes

<<Nella mia camera trovo alcune lettere, le getto in una borsa senza leggerle, quelle parole umane in mezzo a un qui e ora disumano. Non si legge, adesso, non si sorride, non si ama...>>

Siamo quasi alla fine della Seconda Guerra mondiale e la voce narrante è quella di un cappellano militare ucraino, senza nome, che ripercorre un po' la biografia dell'autore, Albrecht Goes. Ci troviamo di fronte un uomo saggio ma rassegnato ai tempi che corrono.

<<Finite le strade selciate, lo zuccherificio era già fuori città, e subito dopo si era in mezzo alla campagna. Qua non c'erano distruzioni né miseria, niente vetri rotti, niente macerie; il mondo è intatto, buono e grande come nei primi giorni della creazione.>>


Ed è così che inizia "Notte inquieta", Marcos y Marcos, con il nostro protagonista che cerca rifugio nella campagna dalla caserma, dall'ospedale, dalla morte che incombe sempre più vicina: la riflessione che coglie è struggente e al contempo pratica, Albrecht Goes dipinge una realtà spaventosa ma ineluttabile. In poco più di ventiquattro ore il cappellano militare incontra tutte le sfumature del bene e del male.





Il cappellano viene avvertito di partire con una certa premura per arrivare alla caserma di  Proskurov prima di notte, per dare conforto religioso al condannato a morte, Baranowski, che verrà fucilato all'alba del giorno dopo per diserzione. 
Contrariamente alla prassi, il parroco vuole conoscere la storia del povero giovane che perderà la vita per una legge prettamente militare, che in tempo di pace non avrebbe estirpato una giovane vita. Prende la documentazione da un giudice militare che chiude gli occhi di fronte alle ingiustizie, proprio come questa; da fare da mediatore tra il giudice e il cappellano c'è il maggiore Kartuschke un uomo volgare, crudele che crede fermamente nelle leggi naziste.

<<Non risposi. Per un attimo fissai gli occhi del mio interlocutore, poi sentii che il mio sguardo si volgeva altrove. Per orrore, per vergogna. L'orrore di pensare che ci sono uomini che non dovrebbero esistere. E costui era uno di questi.>>

Alla prigione incontra i detenuti, tutti molto giovani, incarcerati per i motivi più diversi ma tutti legati alla voglia di vivere negata in tempi bellici. Tra questi incontra anche Baranowski che ancora non sa che sta per passare la sua ultima notte. 
Fuori dalla prigione il cappellano viene raggiunto da un altro uomo di fede che dovrà dare il via alla fucilazione vera e propria con diversi scrupoli di coscienza: Goes dà la parola a un personaggio che potrebbe benissimo essere l'altra faccia del protagonista. Il tenente Ernst non crede di riuscire a dare il via agli spari, ha dei figli e quando sarà finita la guerra questo gesto peserà sulla sua coscienza per sempre. Il cappellano militare, come dimostra in più di un'occasione, concorda con il suo collega ma pensa che non cambierebbe i fatti opporsi ai superiori se non essere incarcerati, o peggio, a propria volta. L'unica soluzione attuabile è cercare di fare il meno danno possibile e imporsi alle ingiustizie tentando di dare il massimo conforto alle vittime di un sistema assurdo.
Arrivato alla locanda il cappellano divide la stanza con una coppia che passa la sua ultima notte insieme: il capitano Brentano è stato mandato al fronte, un altro modo per mandare a morte qualcuno. 
Alle prime luci dell'alba il protagonista va a dare conforto al giovane Baranowski scoprendo più informazioni sulla sua vita privata e i motivi per cui si è ritrovato in questa tragica situazione. Il cappellano riesce nel suo lavoro calmando il ragazzo e infondendogli la dignità che merita. Il tutto finisce in poche ore e disgustato il cappellano torna verso la sua caserma. 

<<[...] dovevamo perdere quella guerra, se volevamo avere ancora, in futuro, una vita degna di un uomo, solo pochissimi, a quel tempo, l'avevano capito.>>

Albrecht Goes ci regala un piccolo romanzo intenso in cui riesce a infondere l'amore per la vita, la dignità, gli orrori della guerra in poche parole e con uno stile risolutivo che non manca di cogliere la profondità -alle volte poetica- della situazione senza appesantire la narrazione. L'approccio che sceglie di dare al suo protagonista è molto pratico, modellando un uomo colto, saggio ma impotente e vagamente frustrato (probabilmente anche impaurito) di fronte al grande potere nazista. Il cappellano si scontra con i suoi obblighi compiendo una piccola Odissea (con tanto di creature mostruose e personaggi bonari)  cerando di tenersi a galla attraverso i marosi della vita militare imposta dalla guerra. Stranamente per essere il protagonista un uomo di fede i riferimenti alla religione o alla chiesa sono limitati, durante il racconto il cappellano riferisce poco al Signore, solo dove è estremamente necessario per svolgere il suo lavoro. Una scelta curiosa da parte dell'autore, forse imposta dai tempi che richiedevano pastori di larghe vedute e con una forza che non sempre riesce a trarre origine dalla religione.

"Notte inquieta" riproposto da Marcos y Marcos è stato tradotto in diciotto lingue e per la prima volta pubblicato nel 1950, rimane attualissimo in grado di concentrare  amore, orrore, silenzi, ordini perentori, parole di conforto, speranza, rassegnazione e morte. 


COPERTINA 8,5 | STILE 9 | STORIA 8,5



Titolo: Notte inquieta
Autore: Albrecht Goes, traduzione di Ruth Leiser
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 112
Prezzo: 15,00 euro

Trama

È una sera di ottobre del 1942.

La locanda di Proskurov è gremita di militari in trasferta. Il pastore venuto ad assistere un condannato a morte deve dividere la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. È la guerra, la guerra di Hitler. La notte è nera e tempestosa, la follia nazista e la morte ammorbano l’aria, eppure in quella stanza trionfa la vita. La bella Melanie sale le scale di nascosto e viene ad abbracciare per l’ultima volta il suo capitano. In tre dividono pane e miele, un sorso di caffè vero.
Poi, mentre gli amanti si appartano in un angolo, il pastore si immerge nella storia dell’uomo che verrà fucilato per diserzione: negli atti del processo trova la strada per giungere al suo cuore. E in carcere, più tardi, pastore e condannato si dicono addio come fratelli.
All’alba il plotone d’esecuzione si metterà in marcia, l’aereo del capitano decollerà per Stalingrado.
Ma in quella notte inquieta sguardi, abbracci, voci e parole uniscono per sempre, e rendono giustizia assoluta.

L'AUTORE


Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930.
Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi alla scrittura. È morto a Stoccarda nel 2000. Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa.
Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, sono stati tratti un film e uno sceneggiato televisivo per la bbc.

martedì 8 maggio 2018

RECENSIONE || "Due racconti" di Lalla Romano

Ritorno a parlare di una delle autrice italiane che più mi piace leggere, Lalla Romano e dei suoi preziosissimi racconti.

Pubblicati da Lindau Edizioni "Due racconti" trattano di temi straordinari ma che in qualche modo rientrano nella branca dei "fatti di vita", sempre con il taglio pulito e trasparente di un'autrice che riesce magistralmente a rendere interessante ogni evento della vita.





In questo piccolo libro due argomenti totalmente diversi vengono trattati da Lalla Romano. Il primo si situa cronologicamente quando la Romano era ancora professoressa a scuola: a una sua collega sono stati tolti i figli perché non ha concesso ai medici di fare una trasfusione al più piccolo per una questione religiosa. Lalla Romano viene presa in causa dalla preside per decidere se l'insegnante dovrebbe essere licenziata (o comunque pesantemente ammonita) anche dalla scuola. In "Un caso di coscienza" Lalla Romano prende le parti dell'insegnante, Mimma, e affronta la situazione come una personale crociata. Il punto di vista che sceglie è il suo, difende la collega perché crede che abbia ragione anche se lei non è sua amica e prima non la conosceva. Il racconto analizza i diversi personaggi, o meglio persone con nome e cognome, in funzione di questa spinosa controversia e spiegare le diverse reazioni verso Mimma. 

Il secondo racconto, "Ho sognato l'ospedale", è più personale e secondo me anche il meglio riuscito tra i due: Lalla Romano, ormai anziana, è stata ricoverata in ospedale. Rincontriamo alcuni dei protagonisti di altri suoi libri, suo nipote Emiliano ormai grande e alto, sua nuora con cui non ha un rapporto riuscito, ma comunque rispettoso. 
L'ospedale diventa un posto in cui fare nuove conoscenze e imparare nuove regole e ritmi che la scrittrice assimila in fretta -grazie a una nuova compagna- fino alla sua dimissione. La facilità con cui parla e descrive il periodo della degenza è illuminante: le persone ricoverate con lei svegliano ricordi di persone lontane e a cui attribuisce nomi e caratteristiche; la ricerca di posti in cui soddisfare i bisogni primari (il bagno, la tavola dove pranzare, i letti in cui dormire) è mirata, in modo che si senta a proprio agio, quasi a casa e comunica tutto ciò al lettore come se fosse qualcosa di impellente, urgente. Tutto è descritto con estrema semplicità, senza tralasciare pensieri, sogni e intenzioni, creando una struttura in cui il lettore viene completamente risucchiato e reso partecipe quasi se fosse il suo unico compagno con cui parlare francamente.

"Due racconti" è un piccolo duo che consiglio solo ai lettori abituali della Romano, lettori che conoscono già il suo stile e ciò che sceglie di raccontare. Credo che il primo libro con cui approcciarsi alla Romano sia "Inseparabile", tra tutti decisamente il mio preferito, probabilmente il più appetibile ai neofiti di questa bravissima scrittrice.



COPERTINA 7 | STILE 8



Titolo: Due racconti. Un caso di coscienza, Ho sognato l'ospedale 
Autore: Lalla Romano
Editore: LIndau Editore
Numero di pagine: 120
Prezzo: 13,00 euro

Trama

«La Critica più avveduta (soprattutto Angelo Gugliemi e Giovanni Giudici) ha letto e saputo leggere questi racconti come poesia, come opera poetica, sottolineandone a più riprese il pregio della scrittura in cui tutto – fuori da ogni equivoco aneddotico – si domicilia nella sua più autentica residenza: il che significa, dunque, che siamo di fronte a un’opera da leggersi non soltanto per quello che dice, ma per quello che è. 

Non tanto (o non solo) per il suo “contenuto” ma per il “modo” in cui questo contenuto trova espressione».




L'AUTRICE


Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 

Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.
Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.


mercoledì 2 maggio 2018

RECENSIONE || "Tu l'hai detto" di Connie Palmen

<<I giorni, i numeri, le stelle, i pianeti e i miei amici mi messo in guardia, ma la mia felicità somigliava a quella di quando ero ragazzo e con mio fratello [...] ce ne andavamo in giro per la natura.>>

Poche volte mi sono imbattuta in libri tanto densi e vischiosi come "Tu l'hai detto" di Connie Palmen, Iperborea.
In una fitta trama l'autrice sceglie come voce narrante Ted Hughes, marito della famosissima poetessa Sylvia Plath, ormai provato e invecchiato.
Il suo racconto della loro vita insieme non è solo dettagliato ma intimo, preciso e senza sbavature, le descrizioni si dilatano fino a comprendere il più piccolo sentimento e pezzettino di esistenza dei protagonisti, emozionante e talvolta imbarazzante.

Tante sono le biografie e le agiografie dedicate al personaggio di Sylvia Plath: donna grandemente dotata in senso artistico, nella sua breve vita, è stata vittima dei demoni della mente fin in giovane età. 
Particolarmente scossa dalla morte prematura del padre per un diabete non curato, dagli otto anni Sylvia si rinchiude in un mondo tutto suo. Crescendo svuota la sua depressione nella poesia che, al contrario di essere taumaturgica, si dimostra essere un fuoco che accresce e fomenta le sue idee malsane.

L'incontro con il poeta Ted Hughes rappresenta una svolta nella sua vita: da quel momento sono un'unica anima, un'unica persona avvolte nel bisogno di aiuto di Sylvia per scacciare incubi e pensieri inquietanti. Hughes oltre a essere bravissimo con carta e penna è da sempre fanatico di stelle, oroscopi, spiriti, fantasmi e in generale fatalità. Da questo punto vista il nostro narratore ci racconta una vita fatta di simbolismi e coincidenze. Il matrimonio è un continuo spostamento da un continente all'altro, dalla vita di città alla vita di campagna per assecondare ispirazioni artistiche e capricci di Sylvia. Ted diventa imprenscindibile unico a capirla, consolarla, sopportarla e curarla finché stanco e prosciugato da una relazione infettiva e purulenta scappa tra le braccia di Lilith Merwin, scagliandosi addosso l'ira di amici e colleghi dei salotti londinesi e delle future memorie dedicate a Sylvia Plath.

<<Dobbiamo guardare in faccia i nostri mostri, ammansire i lupi, cercare il Minotauro nei labirinti della nostra anima e ucciderlo, perché se non lo facciamo, saranno loro a uccidere a noi.>>

Il romanzo sembra essere scritto direttamente dal pugno di Ted Hughes non solo per i dettagli rivelati sulla relazione tra i due, ma anche per quanto riguarda lo stile coinvolgente, impossibile da allontanare, un richiamo per chi sta leggendo a una lettura quasi spasmodica. In alcuni punti la narrazione si fa invadente, si entra  nel rapporto tra Sylvia e Ted, nei loro momenti intimi, nella furia distruttrice e auto distruttrice di Sylvia, nell'annullarsi di Ted.
Ne risulta un ritratto della poetessa meno idealizzato e più realistico, una persona disturbata e amata all'inverosimile: scatti d'ira, cambi di umore, invidia repressa, gelosia portata all'estremo, desiderio di morte per raggiungere il padre sono il pane quotidiano all'interno della coppia. 
L'autrice è riuscita a creare qualcosa di originale nel mare magnum di opere dedicate all'artista ma da un punto di vista non solo nuovo ma anche pericoloso: nella maggior parte delle agiografie e biografie il marito della famosa Sylvia Plath viene dipinto come un lupo, come un fedifrago e forse causa del malessere di Sylvia, mentre in questo caso la coppia non viene messa agli opposti ma rappresentata come un'unica anima dominata talvolta dall'amore e in altre occasioni da emozioni e sentimenti meno nobili in una relazione che non poteva che implodere distruggendo uno dei due.
Durante la lettura non sono sporadici riferimenti a opere poetiche  (a me per lo più sconosciute), non solo firmate da Sylvia e Ted, ma di altri autori importanti che hanno segnato il Ventesimo secolo -Yeats, T.S. Eliot, Al Alvarez- particolare che fa sempre piacere e che rendono le biografie romanzate, in generale, spunti per nuove letture e faro su autori e opere trattate.

Una biografia romanzata tra le più riuscite, raccapricciante nei contenuti, in cui si ha a che fare direttamente con i protagonisti della vicenda senza avvertire la mediazione di un terzo proprio perché abilmente si nasconde dietro la maschera dalle sembianze di Ted Hughes oramai consapevole di ciò che accadrà in futuro e quindi a tratti veggente e anticipatore di quale catastrofiche conseguenze hanno avuto certe scelte nella loro caotica e, alla fine, tragica vita.


COPERTINA 4 | STORIA 8 | STILE 8,5


Titolo: Tu l'hai detto
Autore: Connie Palmen, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 256
Prezzo: 17,00 euro

Trama

Ted Hughes e Sylvia Plath, la coppia «maledetta» della letteratura moderna, segnata dal suicidio di Sylvia a soli trent’anni nel 1963, ha ispirato ogni sorta di speculazioni e mitizzazioni sulla fragile martire e il suo brutale carnefice. In questo romanzo Connie Palmen dà voce a Ted Hughes e fa raccontare a lui – il poeta, il marito, l’uomo che non può smettere di interrogarsi sulle proprie colpe ma che ha sempre mantenuto un religioso silenzio sulla moglie perduta – la sua verità. Una confessione intima, un incalzante viaggio emotivo che ci risucchia nella spirale di un amore tragico fra due scrittori uniti nel sacro fuoco dell’arte: dal primo folgorante incontro che sembra proiettarli in una sfera magica e rivelarli predestinati uno all’altra, al tempestivo matrimonio, il lungo viaggio nella natura americana, la mondanità letteraria di Londra e l’arrivo dei figli, la brillante carriera di lui e la lotta incessante di lei contro i propri demoni. Sylvia, l’irresistibile enfant prodige delle lettere americane, acuta, passionale, ma in realtà una bambina con l’anima di vetro che chiede aiuto, piena di incubi e paure, capace di vivere solo di assoluti, ossessionata dalle aspettative nei suoi confronti fino a includere anche la maternità nella sua ansia di successo, vittima di una mitologia personale che le impone il sacrificio sull’altare della poesia, il martirio come destino, liberazione e rinascita. Ted, l’intellettuale europeo affascinato dai reami dell’inconscio, che in lei trova una musa e una compagna di vita, che a lei dà tutto se stesso per cercare di salvarla dal suo lato oscuro, ritrovandosi intrappolato in un legame di mutua dipendenza sempre più viscerale, esigente, predatorio, e scoprendosi incapace di starle accanto.


L'AUTRICE

Connie Palmen (1955) è una nota scrittrice olandese. Ha avuto uno straordinario successo di critica e vendite con il suo primo libro, Le leggi (Feltrinelli, 1993) a cui sono seguiti numerosi romanzi e raccolte di saggi tradotti in venti lingue. Con Tu l'hai detto ha vinto il prestigioso Premio Libris nel 2016.