mercoledì 26 luglio 2017

RECENSIONE || Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli

<< Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro. >>

Recensire "Nella perfida terra di Dio", Adelphi Edizioni, è un lavoro arduo non per il giudizio, in questo caso del tutto positivo per lettori che cercano non solo una trama avvincente ma anche un lessico ricco, più per descrivere nei giusti termini tutto ciò che troverete all'interno di questo romanzo che ci racconta della vita a Rocca Bardata, tra Taranto e Brindisi di persone poco raccomandabili, di fatto mafiosi, di sentimenti e di emozioni che portano a compiere determinate azioni, anche -soprattutto- criminose, un'analisi che va oltre il tipico western o le scene sanguinose e rivoltanti, che focalizza i retroscena più che la banale ed eclatante, sporca realtà.

<< In quel desolante albeggiare, sciami di moscerini a ronzargli nelle orecchie, Tore se ne ristette pietrificato dinanzi alla smaccata devastazione di quell'affronto. 
Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d'ira, l'uomo, al pari d'un vitello marchiato a fuoco, s'abbandonò a un lungo terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio. >>


























Il luogo in questo caso è fondamentale per gli intrecci costruiti da Omar Di Monopoli, uno scenario che parla di distese di terre poco bazzicate, di vere e proprie gang che si spartiscono i suddetti appezzamenti, di uomini e donne spregiudicati, di due ragazzi che devono crescere in un ambiente confuso dopo la morte del nonno 'mbà Nuzzo, un falso santone che dalla costosa Taranto si è trasferito sulle poche terre lasciate dal padre nell'entroterra e con nulla di meglio da fare si è dedicato alla sfruttamento della fede altrui appoggiato prima di tutto da chi di fede se ne dovrebbe "intendere" davvero. 

Ed è proprio al ritorno del padre dei due ragazzi, latitante e misterioso, che il libro inizia. Gimmo e Michele sono stupiti, restii a riaccettare il padre che non vedono da quando la madre è scomparsa. Quali traffici si nascondono nel suo passato? Quali guai porterà adesso che non c'è nessuno a prendersi cura di loro?


<< Quando il camioncino, in un prolungato stridore di ganasce, si arrestò a pochi passi dalla catapecchia incavata, i ragazzi abbandonarono le loro posizioni per affacciarsi guardinghi e allarmati sul cortile. >>

La divisione in due piani narrativi è una scelta saggia dell'autore che grazie al "prima" e "dopo" stringe in una spira sempre più stretta il lettore che non ha scampo e si lascia prendere dai regolamenti di conti, dalle sparatorie, dai vecchi amici ora nemici con le informazioni centellinate in modo strategico, fino al culmine del climax che coincide con la chiusura del romanzo. La trama per nulla scontata si completa con un lessico ricco, ricco di italianità e dialetto tarantino di cui meravigliarsi a ogni riga: ogni costrutto sintattico è ricercato ma mai artificioso o forzato, la prosa rimane scorrevole tra le frasi irate e gli incontri tra i boss delle fazioni in scena, come nei più classici dei western. Il clima che si respira è teso, l'aria pesante e immobile tipica del clima del sud è palpabile come la preoccupazione e il risentimento di Gimmo nei confronti del padre e la fiducia del fratello Michele che appioppa al padre per via del legame di sangue. Omar Di Monopoli non risparmia nulla: i combattimenti dei cani, morti a sangue freddo, accordi loschi per uscirne più ricchi e potenti. 



Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una piccola comunità italiana poco conosciuta e sicuramente poco raccontata dagli autori. Rocca Bardata è gestita dalle bande, dai traffici di droga ai smaltimenti di rifiuti chimici illegali, alla conquista di potere dalle istituzioni meno sospettate. I fratelli Della Cucchiara si portano la nomea del padre, Tore Della Cucchiara, un uomo che ha scelto il gruppo sbagliato con cui schierarsi, un marito troppo violento che è stato costretto a sparire dalla circolazione dopo una regolazione di conti, un personaggio ricco di contraddizioni che vive bene in un contesto spregiudicato ma attirato da una vita più pulita, più onesta. 



Per me non è stato semplice entrare nel mondo raccontato da Omar Di Monopoli, non solo perché il genere è distante anni luce da ciò che leggo di solito ma anche perché non è una realtà che mi appartiene, tuttavia una volta preso il ritmo  mi è stato impossibile da interrompere la lettura, più si continua a leggere più ci si addentra nei segreti e nelle cosche che gestiscono il piccolo paese: incontriamo l' Ngannamuerti, Capumalata tutti a capo della loro gang nascosti nelle sale dei bar fumose, l'odore della polvere da sparo fresca, il puzzo di sudore che si innalza verso il soffitto e respinto verso i proprietari dalle lente pale appiccicate al soffitto.



Per quanto mi riguarda "Nella perfida terra di Dio" è uno spaccato crudele, crudo per quanto reale e magistralmente raccontato da un autore da tenere d'occhio per i lettori che vogliono non solo leggere di temi interessanti e intriganti ma che non vogliono rinunciare alla qualità del lessico e della sintassi italiana.


In collaborazione con la Libreria Ubik di Cesena



COPERTINA 6,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Nella perfida terra di Dio
Autore: Omar Di Monopoli
Numero di pagine: 205
Prezzo: 18,00 euro

Trama

Da tempo, al nome di Omar Di Monopoli ne sono stati accostati alcuni altri di un certo peso: da Sam Peckinpah a Quentin Tarantino, da William Faulkner a Flannery O'Connor. Per le sue storie sono state create inedite categorie critiche: si è parlato di western pugliese, di verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché, com’è ovvio, di noir mediterraneo. Questo nuovo romanzo conferma pienamente il talento dello scrittore salentino – e va oltre. Qui infatti, per raccontare una vicenda gremita di eventi e personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico, e sullo sfondo un coro di paesani, di scagnozzi, di monache), Omar Di Monopoli ricorre a una lingua ancora più efficace, più densa e sinuosa che nei romanzi precedenti, riuscendo a congegnare con abilità fenomenale sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario – sino a farla diventare, questa lingua, la vera protagonista del libro. 


L'AUTORE

Dopo aver lavorato per un decennio come redattore e grafico all'interno di numerose piccole realtà editoriali del Salento, dove vive, si è affacciato nel panorama culturale nazionale nel 2007 entrando a far parte del catalogo di autori delle edizioni milanesi ISBN. La critica coniò per la particolare tipologia del libro la definizione di «western-pugliese», un'etichetta che lo stesso autore ha in seguito fatto propria riferendo delle influenze del cinema e della letteratura di genere e in particolare degli spaghetti-westernnella sua produzione.

venerdì 14 luglio 2017

RECENSIONE || "L'età d'oro" di Joan London


<< La polio gli aveva portato via le gambe, ma gli aveva dato una vocazione: era un poeta. >>

Chiudete gli occhi e immaginatevi l'Australia, in particolare la tranquilla città di Perth tra gli anni '50 e '60 del Novecento. Un Paese che non ha conosciuto le atrocità della seconda Guerra Mondiale sulle proprie case, i raid tedeschi, i campi di lavoro. Una città ora colpita da un morbo che lascia storpi e inadatti anche per le cose più semplici: la poliomielite. 
Stiamo entrando nel romanzo di Joan London, "L'età d'oro", Edizioni E/O.

Frank Gold insieme alla sua famiglia è riuscito a scappare all'Olocausto fuggendo dall'Ungheria e prendendo al volo l'offerta di terra in Australia. Sopravvissuti e disagio in un Paese sconosciuto Frank prende la poliomielite. Viene prima ricoverato in ospedale e poi spostato in un sanatorio per bambini, il Golden Age. Qui incontra prima il suo amico Sullivan che lo inizierà alla poesia -fiamma di vita e creativa che lo accompagnerà tutta la vita- da dentro il polmone d'acciaio e poi l'amore della sua giovinezza Elsa, la ragazza senza cui non riesce a stare, un amore completo, la sua musa. 


<< Venire a patti con la morte è un elemento necessario di ogni grande poesia [...] e sotto questo aspetto, Gold, noi abbiamo un discreto vantaggio. >>

<< Una volta che ti sei abituato alla tua condizione, l'immaginazione torna libera. >>

Elsa Briggs ha la stessa età di Frank anche lei con le conseguenze del morbo con gambe magrissime e spalle asimmetriche, ma in fondo ancora viva. 

Tra loro nasce un sentimento puro, di amicizia, un legame forte come del resto quello che nasce tra tutti i giovani residenti del Golden Age: condividono camerate, lezioni e fisioterapia, i corpi steccati, i bambini più piccoli nostalgici di casa, la speranza di ricominciare a camminare, la consapevolezza di non essere mai più quelli di una volta.

La poliomielite faceva paura, non si conoscevano bene le cause del morbo e spesso la comunità si distaccava drasticamente dalle famiglie con figli affetti da questa malattia: mormorii, frasi smozzicate e sussurrate all'orecchio dal macellaio. 
Dall'altro lato le famiglie pressate dalla scomunica della città e dal pensiero che i figli non sarebbero mai stati autonomi spronavano e pretendevano progressi visibili dai propri figli, unica luce della loro vita, investiti di una responsabilità che non poteva appartenergli.

<< Era umiliante avere una figlia che si era presa la polio. Elsa aveva coperto di vergogna la famiglia. La gente si teneva alla larga dai parenti delle vittime della malattia. >>

<< Ora, sotto il suo sguardo, il cielo rallentò fino a trasformarsi in una sequenza silenziosa  e interminabile di forme e di colori, come se stesse trasmettendo un messaggio. Elsa era stupefatta al pensiero di quanto lo avesse trascurato in tutti gli anni in cui era stata libera di andare dove voleva, col sole in faccia e il vento che le sibilava nelle orecchie. >>

Il Golden Age era un posto tranquillo in cui la nostalgia, sì, era di casa ma anche una residenza ovattata in cui le pretese e le aspettative dei genitori non penetravano. Frank e Elsa trovano l'uno nell'altro conforto, una routine rigida quanto serena imposta dalla signora Olive Penny direttrice dell'istituto, aiutata da infermiere competenti e dolci. Una grande famiglia in cui nascondersi da un mondo esterno che non riusciranno mai più a vivere con serenità. Dall'altra parte i due innamorati sentono che anche se la malattia gli ha portato via una vita rosea e un futuro radioso, li ha anche fatti incontrare e riescono ad apprezzare i minuti liberi dagli esercizi, senza stecche, le sere estive con la brezza che arriva dall'oceano ed entra dalla finestra, le camere linde, ambienti senza ammassi di roba, bianche.

<< Dove sarebbe andato se Elsa non fosse esistita? Cosa avrebbe fatto di tutti i sentimenti che si portava dentro? Lei era il suo punto di riferimento, il luogo in cui tornare. La sua via di fuga, il suo rifugio. [...] Ora capiva che tutto ciò che gli era capitato nella vita lo aveva guidato fino a lei. Che tutto era andato per il verso giusto. >>

Un romanzo all'apparenza come tanti, una storia d'amore tra giovani che cela sentimenti ed emozioni nascosti: l'Olocausto impresso nei ricordi dei genitori di Frank, la paura ormai radicata che i più deboli moriranno, il futuro incerto e la paura della società a vedere i ragazzi dopo la malattia rachitici e fragili. Joan London riesce a mescolare e ad amalgamare storie, riflessioni e poesia in un romanzo corale emotivo, sincero riuscendo a toccare i temi più svariati, dai più esistenziali ai più semplici. Il mondo del Golden Age ricorda un po' quello dei "Bambini speciali di Miss Peregrine", un luogo con le proprie regole, felice e che solo i suoi abitanti possono capire e apprezzare appieno, che desta la curiosità delle famiglie che in un primo momento sono restie ad andare a trovare i loro figli -non sanno come e cosa troveranno- ma che alla fin fine faranno fatica a tornare alle loro case vuote senza i figli prediletti. 

<< È per questo  che la razza umana continua a generare figli [...] per ricordare a tutti noi la felicità di essere amati. >>

"L'età d'oro" invoca una riflessione che spesso apprendiamo dai bambini o dai più bisognosi: basta poco, le cose basilari della nostra vita sono ciò che ci danno gioia, essere vivi, una giornata al mare, una chiacchierata, un libro, una bibita fresca, una grande amicizia che sboccia in un amore, un sogno inseguito. Frank ha le sue poesie, Elsa scopre che in Frank trova più di un conforto, le famiglie si accorgono di quanto siano meravigliosi i loro bambini anche con le sequenze della poliomielite. Dall'altra parte si crea con forza uno spazio dedicato agli Europei emigrati dopo la seconda Guerra Mondiale in paesi con una monarchia e non democratici, in usanze per loro superate che subito fanno rizzare i peli delle braccia e dopo creano conforto quasi come se fossero di nuovo a casa.

Che cosa chiamiamo casa? Per Joan London "casa" è dove abbiamo i nostri affetti, dove ci porta il cuore, non sempre il Paese geografico più semplice o più comodo o dove siamo cresciuti, ma dove alla fine il nostro destino ci porta a stare. 


COPERTINA 7,5 | STILE 8 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8,5


Titolo: L'età d'oro
Autrice: Joan London, traduzione di Silvia Castoldi
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 240
Prezzo: 16,50 euro

Trama

La famiglia Gold è sopravvissuta all’Olocausto in Ungheria ed emigra in Australia, dove però il figlio adolescente Frank si ammala di poliomelite. Nel sanatorio chiamato The Golden Age incontra una coetanea, Elsa, e se ne innamora.
Nel frattempo le loro famiglie sono alle prese con problemi d’identità e d’integrazione. La mamma di Frank, Ida, pianista famosa quando viveva in Ungheria, rifiuta l’idea che la sua nuova casa sia in questo lontano e semidesertico continente. Anche la madre di Elsa, Margaret, fatica a reggere il colpo della malattia della figlia. 
Ma lo splendore del rapporto amoroso tra i due ragazzini donerà nuova luce alle vite di tutti questi personaggi. 


L'AUTRICE


Joan London è libraia e scrittrice, vive a Perth. È autrice di tre raccolte di racconti e tre romanzi tra cui il bestseller internazionale L’età d’oro. Ha vinto il Patrick White Award, il Prime Minister’s Literary Award e il Nita Kibble Literary Award.


martedì 11 luglio 2017

RECENSIONE || Pralève e altri racconti di montagna di Lalla Romano

<< E il suo sorriso sofferente che induceva, come tutte le sofferenze di cui si ignora la causa, a un vago rimorso, era nello stesso tempo rassicurante: significava che a Pralève nulla era cambiato. E si era certi -ognuno lo era- che se qualcosa avesse dovuto cambiare, non poteva non essere in modo irreparabile.>>

Leggere Lalla Romano non è sempre semplice: gli ambienti, le sensazioni che riporta non sono incredibili in sé ma lo diventano attraverso i suoi occhi e le sue parole, il suo modo di sentire intenso e riflessivo, di riuscire a parafrasare e dare un nome ad ogni emozione.
Più che in "Inseparabile" e "L'Ospite", in "Pralève, e altri racconti della montagna", Lindau Edizioni, troviamo un sentire più distaccato rispetto alle emozioni per il nipotino ma non per questo meno intenso e interessante.

Pralève è un luogo di vacanza per pochi non per il suo essere esclusivo ma per il suo essere nascosto e scomodo da raggiungere. Intanto chi è del posto usa per arrivare a Pralève una corriera <<credo significhi che chi prende la corriera è di casa. Infatti se ne servono i valligiani e la gente, modesta, che trasborda dal treno.Non se ne servono certamente i villeggianti forniti di macchina propria, e nemmeno quelli che arrivano di lontano in pullman; ma i villeggianti più poveri, professori o impiegati con la famiglia, collegiali accompagnate da suore. Tutti costoro hanno qualcosa di patetico.>>

E così l'autrice scende dalla corriera e aspetta il mulo che le porti la valigia attraverso i sentieri tortuosi e accidentati fino alla baita che la accoglie. La proprietaria Denise (o Dionigia) è una donna burbera poco incline al sorriso ma di grande autorità all'interno del meccanismo della residenza: è infatti co-proprietaria con la sorella Angela.
La casa di due piani era spartana con camere arredate con pochi mobili alcuni sicuramente presi in qualche mercatino dell'usato <<le pareti rivestite di legno di pino, il letto di ferro, con la rete ormai a forma di cucchiaio, che rompeva la schiena; la brocca e catino su treppiedi di ferro; di ferro anche il comodino, chiuso davanti da una lastra mobile che ricadeva con fragore: doveva essere stato all'ordine mobile d'ospedale, acquistato in qualche svendita. Il resto: una sedia, un cassettone, non era così squallido, soltanto povero, fabbricato da mano artigiana.>>

Con il tempo, anni di villeggiatura, l'autrice si fa un suo posto in quella comunità chiusa e al contempo saggia e in qualche modo rassegnata a vivere la propria vita con il ritmo della montagna, delle stagioni e del lavoro, non abituata al lusso e probabilmente anche restia a possederlo. Lalla Romano racconta delle sue escursioni: dei grandi prati erbosi, degli stapiombi, delle albe luminose porpora, arancioni gialle, di un posto silenzioso in cui riflettere, respirare.

<<Le stelle sono sempre più rade, più bianche, la stella grande adesso è immobile, ferma come la luna; e tutto è senza colore bluastro. Solo il cielo respira.>>

<< Le ombre sono di un viola intenso, il rosa diventa arancio, i rari squilli di luce ora sono una fanfara: nel silenzio, intatto, siderale. >>

Ma soprattutto, con grande cura, ci racconta di tutte le persone incontrate, alcune riviste, altre scomparse ognuna con quel modo quasi sgarbato, pratico che mira a non sprecare nulla nemmeno le parole, montanaro. 
E così mano a mano che si prosegue la lettura si fa la conoscenza dell'Ingegnere un uomo che sembra conoscere tutti e che la presenta alla maggior parte delle baite intorno alla loro residenza <<al mio tavolo prese posto un solo commensale, che sentii chiamare "ingegnere". Arrivò stropicciandosi le mani e sedette davanti a me. Mi guardò con occhi attenti, curiosi. Occhi neri, piccoli e vivi, infossati nel viso magri mal sbarbato, da operaio. Capelli tagliati corti, quasi rasati, formavano un specie di frangetta sulla sua fronte ossuta.>>
Ma anche la signora Audisio ricca e tagliente signora con cui l'autrice con il tempo impara a conoscere ma non sempre ad apprezzare <<di lei sapevo soltanto che aveva conosciuto il  vero antico tempo di Pralève, e questa già le dava il fascino di una persona un po' irreale>>.
Ma anche tante altre persone che hanno dato forma a un universo molto simile a un'isola, a un mondo a parte che è quello di Pralève, dei suoi boschi e delle sue abitudini.

<< Queste montagne! -sospirò.- Mi ha sempre tormentato un pensiero: non esser capace di dire, di far sentire quello che sono per me queste montagne. >>

Il libro segue lo stile di Lalla Romano a cui a tutto dà un nome, sensazioni e impressioni per primi ma anche descrizioni dettagliate del paesaggio della sala in cui gli ospiti mangiano, delle persone che le girano attorno in analisi quasi antropologiche. L'autrice sembra essere un po' in disparte come se vedesse ogni cosa da vicino ma comunque dall'esterno: non fa del tutto parte di quella comunità ma le è quasi addentro. La prosa prende il suo tempo, segue anch'essa il ritmo della montagna, lento ma forte, significativo in ogni punto, orgoglioso, poetico, riflessivo e piacevole. 


COPERTINA 7,5 | STILE 8 | RACCONTI 8



Titolo: Pralèe e altri racconti della montagna
Autrice: Lalla Romano
Editore: Lindau Edizioni
Numero di pagine: 144
Prezzo: 14,50 euro

Trama

La vacanza in montagna si trasforma per l'autrice nell'occasione per fuggire – o ritornare, nel momento in cui ricorda e scrive – su un'isola lontana dal mondo, dove può osservare ogni cosa per tutto il tempo che merita e penetrare, descrivendola, fino alla radice delle cose. Così trasforma ogni gesto compiuto distrattamente nell'essenza del personaggio che lo compie, ogni parola detta e ogni parola taciuta nello specchio di un animo. Non c'è reale distanza nel suo osservare: l'autrice è sempre lì insieme alle persone che descrive, eppure il suo sguardo è così nitido da far sembrare quei luoghi reali e quei ricordi antichi e preziosi un mondo appena creato.


L'AUTRICE

Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 

Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.
Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.



giovedì 6 luglio 2017

RECENSIONE || "Famiglie ombra" di Mia Alvar

<< Immaginavano sangue e fuoco per le strade, forse la carestia. In Quattrocento anni il loro paese era stato conquistato due volte se si contavano i giapponesi. Il caos faceva parte della mitologia. >>

 Un lungo percorso è anche quello di "Famiglie ombra" di Mia Alvar, Racconti Edizioni, una raccolta di racconti determinata, orgogliosa, importante nel tema trattato quanto di piacevole lettura. 


La più bella di raccolta di racconti che abbia mai letto in cui Mia Alvar lascia sullo sfondo o mette in primo piano i problemi statali delle Filippine dalle aree più povere, a una dittatura che non lascia scampo e toglie anche i diritti più elementari; tuttavia non tralascia la libertà appartenuta ai cittadini prima della dittatura spesso in confronto con l'Arabia Saudita, vista un po' come la città dove far fortuna, in cui gli arabi e i possessori di pozzi petroliferi avevano bisogno di mano d'opera oppure di un chaffeur, il tutto limitato dalla severa e inflessibile religione musulmana. 

Il titolo viene preso da una definizione che si davano alle famiglie che i militari (o persone che cercavano fortuna fuori dalle Filippine) si creavano all'estero durante il periodo in cui erano lontani: per sfamare gli affetti in patria si rimaneva soli e per non sentire la solitudine si creavano famiglie speculari a quelle di origine.




<< Nelle Filippine, quando eravamo piccole non esisteva famiglia che non avesse una seconda famiglia "ombra", segreta. Mariti che lasciavano le province per Manila, moglie che lasciavano le Filippine per il Medio Oriente: tutti si separavano dalle persone care per riuscire a mantenerle e poi si sentivano soli. >>


In "Famiglie ombra" però c'è molto di più che una semplice testimonianza, un urlo per richiamare l'attenzione su un Paese presto dimenticato, inesplorato dalla letteratura occidentale; in primo piano Mia Alvar mette sempre le persone, personaggi femminili e maschili che sperano di migliorare la loro posizione sociale o di migliorarla in favore di figli e nipoti. I racconti hanno una qualità impagabile, quella di riuscire ad ambientare il lettore dopo appena una pagina, di avvolgerlo tra le spire di una prosa non solo piacevole ma magnetica e irresistibile in storie mai uguali ma che si richiamano in continuazione, con personaggi profondi con una scintilla che anima e illumina tutto il racconto.



Uno dei racconti che ho preferito è "La donna dei miracoli" in cui una "moglie del petrolio"  -le donne migrate dalle Filippine per seguire i mariti, ingegneri per aziende estrattrici di petrolio in Barehin- viene assunta da una ricca signora con una bambina con un grosso ritardo mentale per educarla. La madre ha alte aspettative e spera che Aroush, la sua bambina, diventi una persona normale colta e intraprendente e per questo paga profumatamente questa donna, Sally, con un diploma da educatrice. 

Dal canto suo Sally non riesce a rifiutare il sonante denaro offertole e illude la signora Mansour, nel frattempo si affeziona alla bambina e vede in lei qualche cambiamento ma di sicuro non ai livelli a cui aspira la madre: le basi per diventare astronauta, economista, dottoressa. Quando Sally prende il coraggio a due mani e le confessa che mai, anche con un salario più alto, Aroush riuscirà a diventare ciò che lei si immagina trova un muro. La signora Masour non vuole sentirsi dire cosa la bambina non riuscirà a fare, paga qualcuno che le regali questa illusione. 


I racconti hanno tutti un significato immanente. Ho amato moltissimo anche la "Vergine di Ramon" la storia di un bambino che vive con la sua mamma in una grande casa coloniale e si invaghisce della sua vicina e compagna di scuola Annelise. Manny è nato senza gambe e costretto sulla sedia a rotelle del nonno, un cimelio di famiglia, viene continuamente preso in giro e deriso. Annelise viene derisa per la sue origini umili, per la sua casa fatta di lamiera e fango per il suo odore di povertà. La mamma di Annelise fa la lavandaia per la mamma di Manny che dal canto suo non se la passa benissimo e accoglie i suoi "amici" ai piani alti della casa a cui è negato l'accesso a Manny. Durante la storia i due bambini diventano amici creando un legame profondo e inaspettato.



I racconti che più rivelano la faccia più triste delle Filippine sono "Un contratto all'estero"  e "Milagros": entrambi spiegano la fatica di ottenere un salto sociale o semplicemente i soldi per mangiare, avere dei diritti rischiare ogni cosa e la vita di ogni caro per contrastare una dittatura ingiusta e pericolosa. In Mia Alvar ho scovato, tra le righe, qualcosa di Toni Cade Bambara, un orgoglio (spesso prerogativa femminile anche con Mia Alvar) rintracciabile in storie di estrema povertà e umiliazione: il talento sta nel descrivere, raccontare una realtà triste ma sempre a testa alta; la figura delle Filippine si lacera per quanto riguarda il potere mai a causa dei suoi cittadini sia quelli che fuggono dal loro paese che chi rimane e combatte, non incontriamo mai personaggi che infangano il buon nome del paese, portano la loro patria nel cuore come i loro familiari. Nei racconti si riscontra il profondo paradosso tra le Filippine e il resto del mondo: il primo arretrato in cui molte famiglie abitano ancora nel fango, in case di carta catramata con accanto canali di scolo, fogne, a cielo aperto; mentre la vicina Arabia Saudita e i potenti Stati Uniti sono paradisi in cui guadagnare di più e vivere meglio, ma a che prezzo? Lasciare il proprio Paese.

<<Chi, tranne gli irriducibili come Milagros e Jim, non andrebbe a gambe levate negli Stati Uniti? Quel paese luccicante dove gli autobus sono puntuali i lavori ben pagati? Chi ci rinuncerebbe per questo zoo corrotto e trasandato, dove -come la radio annuncia ora- tre milioni di voti sono svaniti nel nulla, nonostante l'affluenza record? >>

Proprio a questo proposito il racconto "Esmeralda" fa onore alle Filippine con una protagonista non più giovane che per tutta la vita ha lavorato come donna delle pulizie a New York mandando i soldi a casa non solo per i suoi parenti ma anche per chi necessitava di aiuto economico al villaggio. In questa storia Mia Alvar ripercorre la tragedia dell'11 Settembre impregnando ogni parola dei sentimenti di Esmeralda nei confronti di un uomo con cui ha una relazione e che lavora in una delle Twin Tower. 


Un inno alla libertà, una lente di ingrandimento puntata sulla diaspora filippina su chi resta e chi scappa cercando lidi migliori. Una raccolta che soddisferà anche per chi la prima volta si avvicina a questa modalità di narrazione.

COPERTINA 8,5 | RACCONTI 8,5 | STILE 9 


Titolo: Famiglie Ombra
Autrice: Mia Alvar, traduzione di Gioia Guerzoni
Numero di pagine: 454
Prezzo: 18,00 euro



Trama

Famiglie ombra parla al cuore di chiunque abbia mai cercato un posto che si possa chiamare «casa». Nove storie figlie della diaspora filippina e di un tempo in cui la distanza sembra essere la barriera, alla perenne ricerca, come siamo, di ricongiungerci con chi amiamo, separati da confini reali o solo immaginati.
Mia Alvar riversa intere vite in poche pagine e tratteggia una paziente geografia dei sentimenti, un itinerario umano capace di abbracciare in un solo potente sguardo i bassifondi di Manila, la New York dell’11 settembre e il Medio oriente di chi sgobba nel deserto per mandare i soldi in patria. Un farmacista ormai newyorkese ritorna a casa carico di medicine contrabbandate, per assistere nella morte un padre che ha sempre odiato e a cui inevitabilmente ha finito per assomigliare. In Bahrein, una conventicola di riccone filippine dà feste e organizza karaoke per i compatrioti meno fortunati, in attesa che una serpe in seno mandi in rovina quel castello di smancerie. E poi le vicende familiari e politiche dei coniugi Aquino, raccontate proprio mentre il loro destino – e quello della nazione tutta – sta tragicamente per compiersi.
Una volta Alvar ha descritto così il suo paese: «le Filippine sono state colonizzate dagli spagnoli per 400 anni e dagli statunitensi per 50: 400 anni in convento seguiti da 50 a Hollywood». Una inconciliabilità riflessa nella sua scrittura ambiziosa, in cui la Storia si insinua nelle storie, cesellando veri e propri romanzi in miniatura gravidi di una sensualità sospesa tra fedeltà «cattolica» ed emancipazione «americana».






martedì 4 luglio 2017

RECENSIONE || "Fratelli nella notte" di Cristiano Cavina

I ricordi spesso rappresentano le storie migliori: il reale si mischia con un pizzico di immaginazione creando scene e personaggi possibili. È proprio il caso di "Fratelli nella notte" di Cristiano Cavina, Feltrinelli Editore, un libricino che custodisce la memoria di un nipote, l'autore, che riguarda il suo prozio e suo nonno durante la seconda Guerra Mondiale.

La storia è semplice e segue le vite di Tarzan e del nonno di Cavina, Gianì entrambi nomi battaglia in una Romagna quanto mai provinciale, contadina e povera. Due fratelli che mai si sono parlati -non solo per il lavoro nei campi che lasciava stremati con il vuoto nella testa- per via della differenza di età incolmabile: tra loro solo una sinfonia fatta di grugniti, una complicità portata avanti da sguardi.



 Cavina descrive i protagonisti nel passato e nel futuro, due uomini uniti dalla notte in cui Tarzan venne colpito da una granata e una giovane ragazza per salvarlo chiamò Gianì, il fratello più grande per metterlo in salvo rischiando ogni cosa nel caso fossero stati visti e riconosciuti o peggio presi. La storia ha qui il suo fulcro e Cavina ci racconta l'atmosfera che si respirava, come vivevano la ribellione partigiana e gli attacchi tedeschi, la paura, i campi di grano secchi, la mancanza di denaro la paura di vedersi portare via anche il poco che si aveva, la morte di giovani per un ideale, per la libertà. Un viaggio in salita verso due vite parallele con un solo punto di incontro che cambierà per sempre entrambi, due fratelli che scoprono di essere sostegno uno dell'altro solo in età adulta, senza nessuna parola.

Il racconto è piacevole, non ha ambizione se non quella di raccontare al meglio una storia che è nella memoria di tante famiglie con nonni, padri, fratelli impegnati nella liberazione dell'Italia. Un pezzo di Storia autoctona finalmente raccontata senza voli pindarici che riesce a conquistare davvero ogni lettore.


In collaborazione con Libreria Ubik di Cesena.


COPERTINA 8 | STILE 7 | STORIA 7 | SVILUPPO 7,5


Titolo: Fratelli nella notte
Autore: Cristiano Cavina
Numero di pagine: 87
Prezzo: 10,00 euro




Trama

Mario è un giovane contadino romagnolo, semplice e mite. Non ha sogni né desideri, e accetta con atavica rassegnazione la dura vita di lavoro e fatica che il destino gli ha assegnato. La sua esistenza procede così, nella ciclicità delle stagioni. Al compimento dei diciotto anni Mario riceve la cartolina di leva della Repubblica sociale: è il 1944, e per paura delle armi si sottrae all’arruolamento. Si rifugia prima da alcuni lontani parenti, che aiuta nei lavori più pesanti in cambio dell’ospitalità. Ma la sua presenza è un pericolo per tutti, così si unisce alla 36a brigata Garibaldi. Lì, proprio per la sua semplicità e la sua mitezza, viene esentato dalle azioni militari; si occupa dei muli e dei cavalli, con i quali solamente sembra a suo agio, e per questo legame con le bestie e per la comica rapidità delle sue fughe terrorizzate nei boschi all’arrivo dei tedeschi, gli viene dato come nome di battaglia Tarzan.
Nonostante i suoi sforzi per nascondersi dalla Storia, però, si ritrova in prima linea e per farcela è costretto a contare solamente su Gianì, suo fratello. Ma Gianì è più vecchio di quindici anni: i due sono quasi estranei, tanto che Mario lo ha sempre temuto e non sa prevedere come risponderà a una richiesta di aiuto.
Con un respiro ampio, quasi epico, uno stile potente e asciutto, in grado di rappresentare gesti autentici e dialoghi di poche parole cariche di verità, Cristiano Cavina racconta una storia commovente ed emozionante proprio perché priva di qualsiasi idealizzazione, di qualsiasi nostalgia. Soltanto due fratelli davanti al discrimine fra vivere e morire, senza mostri né eroi; soltanto un ragazzo spaventato che cerca di sopravvivere e un uomo costretto a scegliere se rischiare la vita per salvarlo.



L'AUTORE

Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio, in Romagna, nel 1974, ed è cresciuto nelle Case Popolari con la mamma e i nonni materni. Ha frequentato l’Istituto Tecnico, ma dato che non è stato molto attento alle lezioni di elettrotecnica, una volta diplomato ha iniziato a lavorare come pizzaiolo nella pizzeria dello zio, mestiere che ha svolto per più di vent’anni. Le storie che intanto scriveva per puro piacere personale, hanno cominciato a essere pubblicate e a un certo punto ha scoperto che tutti pensavano fosse davvero uno scrittore, cosa di cui non è ancora del tutto sicuro. Con Marcos y Marcos ha pubblicato Alla GrandeNel Paese di TolintesàcUn’ultima stagione da esordienti, i Frutti dimenticatiScavare una buca, Inutile Tentare Imprigionare SogniLa pizza per autodidatti e Pinna Morsicata. Con Feltrinelli, Fratelli nella notte.