mercoledì 31 maggio 2017

RECENSIONE || "Grande Era Onirica" di Marta Zura-Puntaroni

<< Mi piace pensare che non ci sia un motivo interno che mi fa essere quello che sono, ma che tutto possa essere spiegato da quello che ingerisco, fumo, bevo. >>

Chiacchierato, forte, aggressivo a partire dalla cover nera con una donna in posizione fetale, di sicurezza, di difesa in attesa di un attacco "Grande Era Onirica" di Marta Zura-Puntaroni, Minimum Fax, è un romanzo in cui la protagonista, perfetta sagoma dell'autrice, vive una vita fatta di sbalzi. Sbalzi d'amore, sbalzi di vita, sbalzi causati dagli psicofarmaci. 



Fin dalla prima pagina si nota subito lo stile scanzonato, senza pudore, senza tabù, graffiante, crudo e in alcuni punti un po' prepotente di Marta una giovane donna che ha appena concluso gli studi a Siena (descritta come casa, sentita come luogo in cui tornare, in cui costruire la sua vita adulta rispetto alla sua terra natia, le Marche, il posto dell'infanzia) dove ha frequentato Lettere Moderne ottenendo ottimi risultati nonostante la sua poca dedizione allo studio. La sua vita attuale viene suddivisa in Grande Ere Oniriche in cui un farmaco, un cocktail, una marca di sigarette o un evento ne caratterizzano l'andamento.
Dai Martini al Tavor, dal pavor notturno alla Grande Era Onirica dei ventuno giorni, i sogni che Marta fa sono profetici, indicazioni stradali per prendere la via giusta, chiave con cui cerca di dare un senso alla sua vita, ai comportamenti delle persone che la circondano.

<< Ci sono quelle che chiamo Grande Ere Oniriche. Le Grandi Ere Oniriche sono strettamente collegate alle mie dipendenze, e all'interno delle Grande Ere Oniriche posso riconoscere i fili conduttori delle sostanze, qualcosa di chimico che lega assieme gli spasmi notturni della corteccia prefrontale e sembra quasi dar loro un senso. >>

Un romanzo profondamente introspettivo in cui Marta non si tira indietro e mette a nudo non solo se stessa ma anche le sue paure, i suoi traumi, la parte più debole di lei. Lo stile e il ritmo di Marta sono magnetici, galoppanti: racconta in prima persona - immersa nella storia fino al collo - cose di vita quotidiana tra l'università, la relazione con un professore  - "L'Altro" - insoddisfacente e masochista ma che crea in lei una dipendenza e un dolore imprescindibili dalla sua vita, di cui non si può liberare, gli psicofarmaci per combattere la depressione e per dormire, i dosaggi cambiati che le stravolgono i momenti di veglia e di sonno e di conseguenza le fanno perdere l'equilibrio, i sogni che la tormentano. 
La miscela di ciò che ogni giovane potrebbe trovare all'interno della sua di vita, spinto verso l'estremo, è esplosivo; Marta o la sia ama o la si odia, non esiste una via di mezzo, lei è fatta così selvatica, indomabile, solitaria e allo stesso tempo nasconde sentimenti forti che si legano a certe persone che fanno parte della sua vita, che si sono conquistate con tanta fatica la sua fiducia. Non solo crea un quadro generazionale che mette in evidenza i problemi che molti giovani di oggi (io compresa) provano all'interno della società, ma resuscita esperienze di vita che ogni individuo ha passato. 
Basti pensare al memoir recentemente pubblicato da L'Orma Editore di Annie Eranux "Memoria di Ragazza": più blando in certe parti ma ritroviamo lo stesso spaesamento di Marta verso la vita, la voglia di provare qualcosa di estremo che per la prima, Annie D., si trasla nel rubacchiare nei negozi londinesi, per la seconda avvicinarsi sempre di più al guardrail, sterzare violentemente verso sinistra, le esperienze sessuali deleterie ma impossibili da evitare.

<<Come adesso con l'Altro, le mie amiche mi dicevano: questa relazione ti sta distruggendo. [...] Perché, mi chiedo, ogni volta che mi sono trovata in una relazione che ho sperato che durasse il mio cervello ha smesso di funzionare? perché frano dentro tutta e lascio scivolare tutto via con me, come qualcosa di costruito su un terreno di una dolina di crollo - perché tutto di crepa e si distrugge? >>

Ed è così che Marta toglie il velo di ipocrisia che copre la società parlando esplicitamente di una sessualità alle volte agli estremi, alle volte rifiutata, alle volte insaziabile fino ad ora appannaggio esclusivamente maschile. Certo, crea sorpresa leggere dei giochi erotici tra lei e il professore, una ragazza così giovane con uomo fatto e finito ma se subito mi è scappata un'esclamazione d'imbarazzo spiccatamente borghese, un momento dopo facevo il tifo per questa scrittrice che non si è trattenuta e ha svelato anche questo lato spesso tenuto oscuro e segreto. Un'altra qualità di Marta che a me è piaciuta moltissimo è la ricerca del nome giusto per ogni cosa e per ogni persona: nel romanzo nulla è approssimativo, nulla è descritto a grandi linee. Ogni parte del corpo ha


un nome, ogni effetto delle medicine è riferito alla perfezione, ogni persona che ha uno spazio nella sua vita ha un soprannome, definitivo, rappresentativo -l'Hippy, la Ste, L'Altro, il Primo, il Poeta- quasi maniacale; Marta ha completo controllo su tutto ciò che la circonda. Il suo è un sentire forte, senza eco, ma continuo: se è vero che Grande Era Onirica è lo specchio della mia, della nostra generazione, posso assolutamente affermare che ci ascoltiamo molto, troppo, analizziamo tutto, nulla viene lasciato al destino, nulla viene lasciato sbiadire o maturare, ogni cosa deve essere monitorata, stimolata oppure repressa.

<< Mi stanno rifacendo l'impianto del subconscio, per adesso sono senza una residenza psicologica adulta: sono tornata per qualche mese all'adolescenza, per adesso sto qui. >>

Un romanzo che fa riflettere ma che sopra ogni altra cosa trasmette emozioni forti da cui il lettore non può scappare.


COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7/8 | SVILUPPO 7,5


Titolo: Grande Era Onirica
Autore: Marta Zura-Puntaroni
Editore: Minimum Fax
Numero di pagine: 180
Prezzo: 16,00 euro

Trama

La vita della giovane Marta è un viaggio impaziente tra i viali di Parigi, le piazze di Siena e i boschi delle Marche. È un viaggio tramato da amori assoluti e assolutamente sbagliati, cosparso di farmaci e rituali per tenere a bada l’ansia, nell’attesa testarda della felicità. Marta sa di aver estratto una buona carta alla ruota dei destini, tutto è stato preparato perché le cose vadano nel verso giusto per lei, ma lo stare bene è la superficie levigata e illusoria di un lago ghiacciato. Marta si muove verso il centro, dove la crosta è più sottile e il pericolo non si percepisce e a volte sprofondare è inevitabile. Ma lei non si rassegna, risale ostinata tra le onde dei sogni e delle sostanze, della storia familiare e della passione fatale per un uomo molto più grande di lei. Grande Era Onirica è un romanzo poco educato, coraggiosamente sincero e commovente, sostenuto da una scrittura virtuosa, lucida e sognante

L'AUTRICE

Marta Zura-Puntaroni è nata a San Severino Marche e vive a Siena, dove ha studiato letteratura ispanoamericana. Lavora come social media manager nel campo della moda e cura il blog Diario di una SnobGrande Era Onirica è il suo romanzo d’esordio.




martedì 30 maggio 2017

RECENSIONE || "Il mandarino meraviglioso" di Asli Erdogan



<< Il proprio Paese, una volta intollerabile, si è trasformato adesso in un paradiso dei sogni perduto, ma ormai, ai sogni non crede più. [...] La Turchia mi aveva rubatogli anni della prima adolescenza e quelli nessun altro Paese poteva rendermeli. [...] Il mio inferno non era né il mio Paese, né qui. Lo trasportavo dentro, proprio come le immagini del paradiso. >>

"Nel vuoto dell'occhio perduto"



Ero estremamente curiosa di leggete Asli Erdogan, autrice tra le più attuali e importanti di origine turca. I suoi racconti mi hanno incuriosita a partire dal titolo "Il mandarino meraviglioso", Keller Editore. E proprio uno dei più racconti porta lo stesso titolo della raccolta, la storia di un anziano che picchiato e pestato non riporta ferite o botte, ma la ragazza che dopo lo accarezza gli procura ferite e lacerazioni fatali. L'autrice identifica questo racconta come << una delle mie storie preferite >>.



E questo è il tono dell'intero volume in cui la protagonista, Cassandra, << una donna che veste sempre di nero, magra nervosa, dalle mani che tremano gli zigomi alti. Un volto che ricorda la gente dell'Est, misterioso, occhi grigi...>> turca che appartiene a Istanbul ma che per amor proprio, un po' per ribellione, si rifugia a Ginevra, Svizzera, una città fredda in cui non si riconosce perché non viene accettata. Cassandra ama passeggiare durante la notte per le vie più antiche della città, attraversa il ponte in cui i due fiumi si incontrano, percorre le vie dove le prostitute mostrano le gambe e in ogni kebab c'è un incontro tra spacciatori e drogati. In questa piccola descrizione possiamo di certo vedere la protagonista come una traslazione su carta fedele, almeno emotivamente, del ritratto della nostra autrice, che per anni ha lavorato al CERN di Ginevra.



<< Nella luce pallida dei lampioni della strada, nonostante non avesse ancora trent'anni, una donna esaurita, un po' misteriosa, un po' tragica, una donna stanca. In ogni caso un personaggio di un romanzo. >>


È una creatura della notte, forte che accetta e combatte la solitudine, innamorata di un uomo che le guarda l'anima, Sergio che la lascerà senza una spiegazione, rubandole la sua serenità e la sua metà. Poco dopo l'addio di Sergio, Cassandra perde un occhio: l'analisi che fa delle sensazioni che prova, il mondo visto senza profondità, con dolore, in ombra sono profonde e dettagliate, minuziose 

<< osservavo solo luoghi, i tesori nascosti dei marciapiedi. Biglietti d'autobus, mozziconi di sigaretta, più in là il filtro di una canna, escrementi di cane, fazzoletti di carta, latte di birra vuote... In un altro momento non avrebbero sicuramente attirato la mia attenzione, ma adesso ognuno si trasformava in racconto, con l'accumulo di piccoli niente >> e gli sguardi degli altri la spingono ancora di più a uscire sempre meno di giorno e di più di notte fino all'alba << Fratè , io stanotte devo aver perso la testa. Sono due volte che vedo il fantasma di una donna con un occhio solo. >> . Impossibile non fare caso alla perdita dell'amante e alla poco lontana scomparsa dell'occhio sinistro, come le cose fosse quasi conseguenti, naturali.


<< Ma la separazione del doppio ci spaventa ancora di più dell'annientamento. >>


Il tema del doppio, dell'amore composto da due persone e da due anime (spesso si riferisce all'unione sessuale di lei e di Sergio come i due fiumi che si unisco, creando un novo, unico, fiume) e la mancanza della parte speculare è sentito fortemente dall'autrice che pone l'accento più di una volta sugli sguardi e i pensieri sconvolti di chi la guarda e non la guarda, dei commenti degli stranieri che pensano che lei non capisca la loro lingua. Un fantasma, una presenza appena percettibile che vaga senza meta ma che osserva, rivive, rimastica in continuazione.



<< Sono il fantasma scuro della solitudine. Senza sguardo. Da un solo sguardo. >>


Asli Erdogan prima di essere una scrittrice è una donna che sente molto, sensibile a tutto. I suoi racconti sono profondamente introspettivi che spesso cadono nella nostalgia, nella malinconia nella vera e propria disperazione. Cassandra è venata di tristezza di nostalgia vero Istanbul che la richiama spiritualmente ma che lei censura per la sua cultura che ghettizza le ragazze a cui non è permesso vivere liberamente come invece riesce a fare a Ginevra dove però non è integrata. Nei racconti c'è uno sguardo agli altri immigrati come lei, - che critica e vede spesso in maniera negativa ma che non piò fare a meno di sentirli più vicino a lei - e uno sguardo ai ricchi svizzeri dai toni pacati, gli sguardi seri. 



Da questo quadro ne esce una raccolta davvero intensa in cui il lettore che si immerge a primo acchito si ritira e in contemporanea vuole capire di più di Cassandra. Le tinte scure, opache con cui Asli Erdogan ricopre ogni cosa anche l'amore, anche l'amicizia deprimono e mostrano immagini forti. Al contempo riferisce le sensazioni di chi esiliato deve vivere in una terra che non è sua in cui non ritrova né gli odori, né i sapori e nemmeno gli odori del proprio Paese, rendendo questo piccolo volume più attuale di quanto possa sembrare. 





COPERTINA 7 | STILE 8 | RACCONTI 7 




Titolo: Il mandarino meraviglioso
Autore: Asli Erdogan, traduzione di Giulia Ansaldo
Editore: Keller Editore
Numero di pagine: 168
Prezzo: 14,00 euro

Trama:

Una giovane donna turca cammina nell'oscurità della notte, lungo le vie solitarie e misteriose della Città Vecchia di Ginevra. 

Dopo la partenza del suo amato passa le serate nei caffè. In questi luoghi troppo luminosi, fumosi, qualche volta accoglienti, scrive e riflette sulla gioventù sprecata, ripercorre la propria vita fino al luogo delle origini, sulle rive del Bosforo, lì dove la paura è cominciata.
Perché nella sua terra natia essere libera significava infrangere i divieti e le restrizioni, e l'unico modo per farcela era andar via...
Una storia di emigrazione, di identità perse e ritrovate, di spaesamento. Una novella iniziale e una manciata di brevi racconti per farci conoscere la voce originale di una scrittrice che si pone a cavallo di continenti e culture tra loro molto diversi.
Unanimemente definita come una delle autrici più interessanti di questi ultimi anni, è stata inserita dal magazine francese «Lire» nella classifica dei 50 Writers of Future.



L'AUTRICE 

Aslı Erdoğan è nata a Istanbul. Laureata al Robert College nel 1983 e presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica di Boğaziçi University nel 1988, ha lavorato in varie parti del mondo prima di tornare in Turchia e diventare scrittrice a tempo pieno. 

Il suo primo romanzo, Kabuk Adam, è stato pubblicato nel 1994; in seguito esce Il mandarino meraviglioso, una serie di racconti legati uno all'altro. Nel 1998 vede la luce il romanzo Kirmizi Pelerinli Kent che viene tradotto in varie lingue guadagnandosi il riconoscimento della critica e dei lettori.

giovedì 25 maggio 2017

RECENSIONE || "Allontanarsi" di Elizabeth Jane Howard - La Saga dei Cazalet

<< Comunque sia, adesso gli mancava il loro vecchio affiatamento, il loro affetto reciproco, con l'aggravente che quello era esattamente il tipo di problema che in altri tempi avrebbe risolto parlandone con Sibyl, della cui sensibilità e del cui buon senso Hugh era ancora più accuratamente consapevole ora che non poteva più beneficiarne. >>

Il quarto volume della Saga dei Cazalet si apre quasi subito con un'immagine nostalgica e malinconica, In primo piano vediamo Hugh pensare a come far fronte alla scomparsa della moglie Sibyl: come farà senza di lei? Con chi si confiderà? Le manca conversare con lei, l'unica che riusciva a farlo ragionare sui problemi dando un punto di vista nuovo, una svolta alla questione. 

E proprio di sentimenti di questo tipo si parla in "Allontanarsi", di Elizabeth Jane Howard, Fazi Editore, i personaggi si disgregano dal nucleo principale non solo fisicamente lasciando Home Place per spostarsi a Londra dove la guerra pur essendo finita ha ancora evidenti strascicati del conflitto - palazzi inagibili, sacchi di sabbia dimenticati, le tessere del razionamento e le uova disidratate, -ma anche psicologicamente sono lontani dalla vita ovattata e un po' noiosa della campagna, finalmente (ri)entrano nel vasto mondo che scoprono davvero crudele.



<< È il modo in cui va il mondo, credo. Insomma, non vedevamo l'ora che finisse la guerra, perché allora la vita sarebbe stata meravigliosa e tutta nuova, ma invece non lo è. Volevamo tanto la pace, ma a quanto pare la pace non ha reso felice nessuno. >>

"Confusione" aveva messo le basi per grandi cambiamenti nella famiglia Cazalet, la guerra ha messo a dura prova tutti a partire dalla parte femminile della terza generazione: Louise, Clary e Polly bloccate in un'impasse obbligata dalla guerra. Adesso tutti hanno un motivo per crucciarsi e allontanarsi dagli altri membri della famiglia più o meno volentieri. Come nei migliori romanzi l'amore è ciò che fa scattare scintille e motivazioni in tutti i personaggi: Edward con Villy, Zoe e Rupert con il passato, Clary dal suo nuovo lavoro e dal suo primo, tremendo amore; Polly si allontana dalla famiglia verso una felicità luminosa, Louise riprendere in mano la sua vita consapevole di, non solo, non essere felice ma anche di creare infelicità in chi le sta attorno. 

Ognuno in questo romanzo affronta le sue personali tragedie e gli eventi felici memorabili. Matrimoni, divorzi  e funerali sono all'ordine del giorno, solo un personaggio fa da perno, e pur avendo piccoli spazi nel libro, è sempre di fondamentale importanza: Kitty, la Duchessa, che dispensa consigli e capisce più di quanto gli altri vogliano comunicarle, in qualche modo a passo con i tempi, non giudica nessuno e considera la vita come un continuo flusso di sorprese a cui reagisce con una calma imperturbabile come chi ha già visto tutto e subodora anche di più. La Duchessa evidenzia ancora di più l'allontanarsi del resto della famiglia, lei torna a Home Place, rimane sempre la stessa con il suo giardinaggio e il suono del pianoforte la sera. I giovani e la seconda generazione fuggono da lì per ritrovarsi in America o in Francia o semplicemente in uno squallido appartamento londinese.


<< "Se fossimo in un romanzo o in una commedia", disse lei malinconica, " uno di noi due diventerebbe un grandissimo pittore. In un brutto romanzo lo diventeremmo entrambi, Invece nella realtà...".
"Io sono una specie di contadino..."
".. e io una commessa", chiosò lei. >>

In questo quarto volume Elizabeth Jane Howard distingue la famiglia Cazalet (le donne sposate, le ragazze e gli uomini) da quelli che denomina "Gli Altri". Un punto di vista esterno che guarda la famiglia con occhio benevolo o con intenzioni assolutamente meno positive ma che aiuta il lettore a completare il quadro dei Cazalet con maggiori informazioni. Proprio ne "Gli Altri" troviamo Archie l'amico più fidato di ogni Cazalet, colui che custodisce tutti i segreti e fa da bastone a chi è caduto, soprattutto Polly e poi Clary. Diana, l'amante di Edward, che cerca in tutti i modi di tenere per sé Edward e una volta riuscita nell'impresa si accorge che forse non era ciò che voleva davvero. 

"Allontanarsi" si conferma il mio preferito, il volume più denso per quanto riguarda avvenimenti ed emozioni, le acque si smuovono, gli equilibri si rompono, si interrompono strade per prenderne di completamente diverse, ogni cosa è in gioco, la vita non si ferma, scatta, non perde tempo, la quotidianità incalza e non c'è scampo. Elizabeth Jane Howard manifesta questa urgenza anche nello stile, senza contare i capitoli e le sezioni, apre ogni scena su un'azione, una situazione in essere in cui sta al lettore orientarsi, capire da quale punto di vista (di chi) la scena viene rappresentata. Alle volte ritrovare il nord è davvero complicato e dopo buona una pagina si riesce a indovinare chi adesso è protagonista del libro.  
Con pennellate sapienti il mondo dei Cazalet viene rappresentato non solo negli ambienti ma soprattutto per quanto riguarda sentimenti ed emozioni dei personaggi: ognuno di loro rappresenta una sfaccettatura del lettore sancendo così il successo del romanzo. L'empatia è la qualità migliore che ho sempre sottolineato nei libri di Elizabeth Jane Howard.

Non ci resta che aspettare l'autunno e il quinto volume della saga di una delle famiglie più seguite nel mondo letterario dopo i Budenbrook.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard, traduzione di Manueal Francescon
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 669 
Prezzo: 20,00 euro

Trama

È il 1945 e la guerra è finita. Il momento tanto atteso e sognato dai Cazalet per anni è finalmente arrivato. Eppure l’eccitazione di fronte alla notizia che le armi sono state deposte è ormai sopita, e l’Inghilterra è ancora paralizzata nella morsa della privazione. Mentre l’impero si disgrega, a Home Place i Cazalet si apprestano a trascorrere quello che ha tutto il sapore dell’ultimo Natale insieme: il sapore malinconico del tempo che passa. I bambini sono ormai cresciuti, le ragazze si sono fatte donne, gli adulti cominciano a invecchiare.
La lunga convivenza forzata è finita e la libertà obbliga a prendere delle decisioni: dovrebbe essere un momento felice, ma la guerra ha lasciato una ferita profonda, e ricominciare non è facile. Il futuro è incerto e una patina triste ammanta le giornate. Per ognuno è giunto il momento di prendere la propria strada, e inevitabilmente ciò porterà i membri della famiglia ad allontanarsi l’uno dall’altro.
In questo riassetto difficile, gli amori faticano più di tutti: le coppie che erano state divise dalla guerra stanno lottando per rimettere insieme i pezzi, mentre per quelle che la guerra aveva tenuto insieme forse è ora di ammettere il proprio fallimento. Ma nelle ultime pagine comincia a soffiare un vento nuovo: ce ne accorgeremo nel finale a sorpresa, che riaccenderà la speranza…
I diritti della saga dei Cazalet sono stati acquisiti dai produttori di Downton Abbey per la realizzazione di una nuova serie tv, attualmente in fase di lavorazione.

L'AUTRICE

(Londra, 1923 – Bungay, 2014). Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo, con otto milioni di copie vendute. Fazi Editore ha pubblicato il romanzo Il lungo sguardo nel 2014 e i primi tre capitoli della saga: Gli anni della leggerezza nel 2015, Il tempo dell’attesa e Confusione nel 2016. Di prossima pubblicazione l’ultimo volume della serie.


lunedì 22 maggio 2017

RECENSIONE || "Memoria di Ragazza" di Anni Ernaux

<< Non sono culturale, per me conta solo una cosa, cogliere la vita, il tempo, comprendere e godere.
È questa la più grande verità di questo racconto? >>

Recensire un'autrice come Annie Ernaux non è per nulla semplice, ancora più complicato lo diventa quando lo scopo del suo ultimo memoir è rivivere gli anni di ragazza ossia quel lasso di tempo della vita di qualsiasi giovane adulta (o adulto) in cui ci si stravolge, non ci si riconosce più. 
Un periodo che di solito vogliamo nascondere, cancellare, vaporizzare dalla memoria e per questo ancora più nobile è il suo intento; ed ecco che "Memoria di Ragazza", L'Orma Editore, si concretizza.

<< Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto. >>

Una fase orribile, ma secondo me necessaria per una crescita sana, che Annie Duchesne (non ancora Ernaux) attraversa dal 1958 fino al 1960, in cui da ragazzina di paese che viene dal collegio gestito dalle suore, all'età di diciotto anni va a fare l'educatrice in una colonia di bambini a S.

L'autrice ritrova una vecchia foto tessera e non si riconosce, non è più lei quella ragazza - un'estranea profondamente familiare, da qui il titolo "Memoria di Ragazza" - è qualcuno relativo al suo passato che rivive spesso in terza persona con un distacco terapeutico per la prosa e per il racconto degli eventi in maniera oggettiva, intervallato dalla voce di una Annie adulta, lontana, che ha la chiave di lettura per interpretare e rivivere in modo saggio e meno emotivo (ma non senza trasporto, livore, amore) quegli episodi che fanno arrossire e arrabbiare, o che si desidera rivivere.

<< A volte mi sembra che a vivere a S sia stata un'altra ragazza [...] non io. >>

<<  A che scopo scrivere, d'altronde, se non per disseppellire cose [...] >>

Annie Ernaux allora ci racconta della voglia - quasi una smania - di partire per la colonia a fare l'educatrice senza avere lo sguardo indagatore e iperprotettivo della madre. 
Lì dalla prima sera scopre il desiderio degli uomini nei suoi confronti, ma che in lei non lasciano alcun segno di piacere. Questa nuova emozione instillerà in Annie D. la necessità di avere su di se le attenzioni e il desiderio sessuale degli uomini che incontra durante la sua permanenza; la sua reputazione è seriamente a repentaglio ma non può fare a meno di provare godimento nel piacere a qualcuno. Si sente finalmente parte del gruppo e per non perdere la loro amicizia (effimera, falsa) accetta gli scherzi poco divertenti, le frasi oscene, il nome che le danno più spesso di quanto voglia: "Puttana della Domenica". Intanto fa esperienza anche del bruciante desiderio per H. che dopo averla avuta la prima sera la tiene a distanza fino all'ultima alimentando fantasie su fantasie, viaggi pindarici della mente che la portano immancabilmente tra le sue braccia. 

<< In lei non c'è più nulla di Yvetot, del collegio e delle suore, del bar - drogheria. [...] È abbagliata dalla sua libertà, dall'estensione della sua libertà. [...]Quella vita è tutto ciò che vuole. Ballare, ridere, far baccano, cantare canzonacce goliardiche, flirtare. Vive fino in fondo la leggerezza di essere svincolato dallo sguardo di sua madre. >>

Da questo punto la sua vita ha una sorta di declino sia negli studi (nel frattempo si è iscritta a un liceo femminile in cui non ha più ottimi voti) che nel fisico e nella mente. Il desiderio per H. non scema, anzi diventa potente e la distrae al punto da farle imboccare  strade sbagliate al bivio della vita, scegliendo ciò che le pare inizialmente la via meno impervia e più fruttuosa ma che non le recherà nessun tipo di soddisfazione fino a toccare l'apice dell'infelicità.

<< Per piacergli, per farmi amare, bisognava diventare qualcuno di radicalmente diverso, essere quasi irriconoscibile. >>

Solo con un cambiamento radicale Annie D. riuscirà a ritornare sul binario giusto, quello che la porterà alla stazione della Felicità. Il racconto dei suoi ricordi - alle volte puntuali, altre volte più nebulosi ma sempre fondati su scambi epistolari, pezzi di diario che ricorda, più spesso su canzoni che l'hanno segnata o film o ancora poesie o i libri di Simone Beauvoir e fotografie - è volto ad analizzare in maniera anche piuttosto dura la  Memoria di Ragazza di Annie: ci racconta il suo forte desiderio di avere addosso un uomo ogni sera durante il periodo della colonia, il suo mettersi in mostra con H., la sua gelosia verso la bella educatrice bionda, la sua vergogna per i genitori, la sua sfiducia nel futuro mentre frequenta la scuola per diventare maestra delle elementari, i fallimenti, o ancora il suo rapporto malato con il cibo.

In certi momenti si mostra compassionevole verso quella ragazza ingenua, un po' persa un po' vogliosa di avventure; altre volte la giudica, si riguarda da ogni angolazione, si rimette in gioco rivelando al lettore ricordi belli, di cui è orgogliosa, ma anche ricordi spiacevoli che le suscitano ancora emozioni negative ma che non cerca di nascondere al lettore. Annie Ernaux porta avanti un processo necessario per (forse) esorcizzare il passato che continua ad avere delle ripercussioni pesanti sulla Annie del futuro. 

<< La ragazza nella foto non è me, ma non è una finzione. Non esiste nessun'altra persona al mondo di cui abbia una conoscenza tanto estesa [...] >>

Il testo è denso, denso di termini significativi, di pensieri, sentimenti ed emozioni di
nuove e vecchie vergogne, quasi un flusso continuo con cui analizza, smonta e rimonta, ipotizza e dichiara una vita che non sente più di cui non riconosce più i contorni ma di cui sente tutt'ora l'effetto. Il suo è un prosare fluido, armonico da cui è difficile distaccarsi, attraente forse perché ognuno di noi ha vissuto qualcosa di simile durante lo stesso periodo anagrafico, anno più anno meno.
La storia che si dipana è quella di una ragazza illusa, poi disillusa, al vertice della vita sulla soglia dell'età adulta in cui il controllo tanto agognato e sperato porta non solo felicità e libertà ma anche scelte sbagliate, responsabilità, strade chiuse e amori non corrisposti. Il successo di Annie Ernaux è quello di riportare una storia di vita, la sua, che coincide a grandi linee con quella di ogni lettore, risollevando emozioni intime da confidare e rivivere soltanto con lei, con l'autrice che ci capisce che non scaglia la prima pietra ma fa un viaggio quasi purificatorio con noi.


COPERTINA 8 | STILE 9 | SVILUPPO 9,5


Titolo: Annie Ernaux
Autore: Annie Eranux, traduzione di Lorenzo Flabbi
Editore: L'Orma Editore
Numero di pagine: 236
Prezzo: 18,00 euro

Sinossi

Estate 1958. Per la prima volta lontana dalla famiglia, educatrice in una colonia di vacanze, una diciottenne scopre se stessa: l’amore, il sesso, il giudizio degli altri, la fatica di essere giovani, la sete di libertà. Tra la luce delle foto di quel tempo e il buio dei ricordi rifiutati, Annie Ernaux rivive l’età di passaggio che la trasformò in donna e in scrittrice, interrogandosi sui pensieri, le aspettative, le ritrosie (senza tralasciare i disturbi alimentari e le angosce della fertilità) della «ragazza del ’58». In pagine piene di inquietudini e dolori segreti, traboccanti di slanci e di canzoni – l’«esperanto dell’amore» –, è la vergogna del passato a generare la memoria, rivelandosi inaspettato dono, irrinunciabile arma in quella «colluttazione con il reale» che è al cuore dell’impresa letteraria di Ernaux. Memoria di ragazza, potentissima riflessione sulla scrittura e su un’epoca cruciale dell’esistenza, è il romanzo, proibito e inconfessabile, che l’autrice ha inseguito per tutta la vita.



L'AUTRICE


Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.

Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L'orma editore ha pubblicato nel 2016 L'altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile. 









mercoledì 17 maggio 2017

RECENSIONE || "Gorilla, amore mio" di Toni Cade Bambara

<<[...] accordai la mia giovinezza al ritmo della stagione e mi predisposi a perdere la testa.>> 

"Dolce città"


La raccolta di racconti di Toni Cade Bambara "Gorilla, amore mio", Edizioni Sur, ha il sapore del ghetto, delle serate estive tirate fino a tardi, dei ragazzi neri che giocano a pallacanestro  al tramonto.
Questa autrice afroamericana inserisce tutto ciò che c'è di bello (e di brutto) della sua gente: le grandi famiglie, i bambini che rimangono soli, i soldi che mancano, la forza delle donne che mai si piangono addosso, che sanno quello che vogliono e che non hanno bisogno di difesa alcuna.

Proprio la forte connotazione femminile dei racconti mi ha lasciata meravigliosamente stupita: spesso le protagoniste dei racconti affrontano situazioni difficili mai piangendosi addosso (almeno esteriormente) sempre con determinazione e orgoglio. Proprio l'orgoglio e la dignità le distingue dalle donne che altre autrici hanno dipinto nel tempo. I personaggi femminili potranno anche essere povere o solo delle bambine ma non mancano di buon senso e di consapevolezza non solo del loro ceto sociale ma anche per quanto riguarda i loro limiti e le loro qualità: Hazel sa benissimo che vincerà la gara dei cinquanta metri, sa benissimo con chi attaccare briga e con chi no - "La corsa di Raymond"- ed è ancora più brava a difendere suo fratello che anche se più grande di lei ha bisogno del suo aiuto perché vive in un mondo tutto suo; ancora, Miss Moore si ostina a tenere lezione a dei ragazzini che non ne vogliono sapere dei suoi prediconi ma che alla fine capiscono benissimo "La lezione" della giornata (da qui il titolo del racconto); Kit anche se innamorata, nonostante la sua vita oltre stelle e il suo amore infinito per sua madre, sa che non rivedrà mai più B.J. - "Dolce città".

<<Il paesino sembrava uscito da "Alice nel paese delle meraviglie"  o da Poe, il quartiere nero era assolutamente incredibile: gabinetti esterni, delinquenti agli angoli delle strade e soprattutto gente che viveva in vere e proprie discariche, insomma la povertà con tutti gli annessi e connessi.>>

"Missisipi Ham Rider"


Questi alcuni dei titoli dei racconti che più mi hanno colpita e di cui mi sono innamorata per la singolarità e i paradossi che si nascondono in essi. I personaggi - che da un racconto all'altro si sovrappongono, cambiano prospettiva si incastrano - non hanno chissà quale cultura, si esprimono in modi schietti, irriverenti, maleducati ma hanno perfettamente sotto controllo la loro realtà e la bontà d'animo non è messa in discussione in nessuna situazione. 
Sotto una trama che all'apparenza racconta di madri che imbarazzano i figli, ragazze che cercano l'amore in un uomo che abbia certe qualità, una bambina che corre e che vince una gara, un'altra che cerca attenzioni perchè è il giorno del suo compleanno e nessuno lo festeggia con lei, si nascondo temi e vicissitudini per nulla scontate e affrontate sempre di petto, con convinzione senza perdersi d'animo: il problema razziale (mai visto come qualcosa di negativo e diminutivo verso i neri piuttosto il contrario, in una sorta di avversione verso i bianchi più ingenui e facilmente imbrogliabili), o quello della disabilità, della mancanza di educazione verso i ceti più poveri, della disuguaglianza economica, del rapporto tra genitori e figli, delle nuove generazioni che cercano di apprendere le loro radici, o della violenza sulle donne.
L'autrice tratteggia lo spazio, il tempo ma si dedica soprattutto ai suoi personaggi curando il lato umano, ai loro sentimenti, alle loro ambizioni e ai loro pensieri; ma sentiremo qualche nota di jazz, qualche risata sguaiata, un urlo, un insulto il canticchiare di una nonna in cucina.


<<[...] sforzarsi di essere sé stessa, che significa, nel mio caso, una bambina povera di colore che non si può proprio permettere di comprare le scarpe e un vestito che lo metti una volta sola nella vita perché l'anno prossimo ti starà piccolo.>>

<<Con me non fanno tanto gli spiritosi, non sono il tipo che prende e porta a casa. Preferisco dargli un pugno e vedere che succede anche se sono più piccola e ho le
braccia mingherline e la voce da topolino, che è per questo che mi chiamano Topolino. E se proprio butta male, scappo. E ve lo diranno tutti, io sono una scheggia.>>

"La corsa di Raymond"

Racconti ma anche storie di vita - un'analisi sociale quanto individuale -  per conoscere un'altra cultura spesso sottovalutata su cui Toni Cade Bambara mette l'accento creando storie divertenti che fanno sorridere e ridere il lettore che immancabilmente si innamora di quelle protagoniste alte un soldo di cacio ma con coraggio da vendere. 
Vi lascio il link (nel caso voleste approfondire il tema) di un'intervista a Toni Cade Bambara degli anni Settanta pubblicata recentemente sul blog di Edizioni Sur, "Sotto il vulcano", QUI L'INTERVISTA.



COPERTINA 9 | STILE 9 | RACCONTI 8,5



Titolo: Gorilla, amore mio
Autore: Toni Cade Bambara, traduzione di Cristina Mennella
Editore: Edizioni Sur
Numero di pagine: 163
Prezzo: 16,50 euro


Trama: 

Durante una festa elettorale per il Potere Nero, una donna di mezza età viene redarguita dai figli per aver ballato in modo troppo sensuale con un vecchio cieco. Un’assistente sociale cerca di insegnare ai bambini del quartiere il valore dei soldi portandoli in gita in un lussuoso negozio di giocatto­li. Una ragazza riflette sulla figura della bisnonna, una fattucchiera in odore di pazzia che voleva dare l’assalto al mondo. Cinque amiche si riuniscono in camera da letto per discutere le strategie sentimentali da seguire con gli uomini. Che racconti situazioni familiari oppure sociali, conflitti generazionali oppure razziali, contesti rurali oppure urbani, nelle sue storie Toni Cade Bambara affronta la realtà dei neri americani con grazia e umorismo: facendo parlare i suoi personaggi – spesso donne, spesso bambini – con la loro viva voce, mostrandoceli nella loro ordinaria litigiosità, ma anche nei momenti di crisi e nei non rari gesti di compassione e solidarietà. Scritti tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta, poi raccolti in volume nel 1972 per iniziativa di Toni Morrison (all’epoca editor di Random House), i quindici racconti di Gorilla, amore mio sono un classico ritrovato della letteratura afroamericana, tradotto oggi per la prima volta in italiano: un’occasione unica per scoprire la scrittura personalissima e musicale – malinconica come un blues, ritmata come un rap – di Toni Cade Bambara.

L'AUTRICE

Toni Cade Bambara (1939-1995) è stata una scrittrice, documentarista, insegnante e attivista afroamericana. Oltre a Gorilla, amore mio (1972), è autrice della raccolta di racconti The Sea Birds Are Still Alive (1977) e dei romanzi The Salt Eaters (1980) e Those Bones Are Not My Child (pubblicato postumo nel 1999). Ha curato le antologie The Black Woman (1970) e Tales and Stories for Black Folks (1971). Dopo la sua morte, Toni Morrison ha raccolto una selezione di racconti inediti, saggi e interviste nel volume Deep Sightings and Rescue Missions (1996).

domenica 7 maggio 2017

RECENSIONE || "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" di Natsume Sōseki

Il mio stato attuale di post trasloco non mi permette di leggere in modo tranquillo, concentrato e soprattutto costante: mi impongo di prendermi un'oretta tutta per me e mi vengono in mente duemila cose da riordinare, pulire e mettere a posto. Chi ha traslocato, e soprattutto chi ha traslocato da una città all'altra con un bambino di neanche tre anni, in questo momento mi sarà solidale.

Così, saltando un po' da un romanzo all'altro uno più bello dell'altro, ho sentito l'esigenza di una storia che si concludesse alla svelta, per cui cosa leggere se non una raccolta di racconti? Mettiamo anche il fatto che ultimamente sono davvero affascinata da questo modo di narrare aspettandomi qualcosa di mistico, profondo e in qualche modo ricco e il gioco è fatto.

Mi è capitato tra le mani un libro che non conoscevo e che non bramavo ma che mi aveva incuriosito a partire dall'annuncio dell'uscita fatto da Edizioni Lindau. "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" di Natsume Sōseki è una raccolta di racconti prima di tutto preziosa: questo autore giapponese vissuto a cavallo tra Ottocento e inizio Novecento è considerato nel suo Paese come <<sommo scrittore, colui che ha gettato le basi della lingua giapponese>>, così ci viene presentato nel risvolto finale del volume.

Ho iniziato il libro un po' titubante, aggredita subito dal primo racconto in cui già a pagina 3 sono presenti diverse note per chiarire alcuni sostantivi giapponesi, ero più propensa a lasciare lì il libro che a continuarlo. Come dicevo il mio blocco del lettore mi sta mettendo i bastoni fra le ruote e non accettavo di "mettere in pausa" il terzo libro di fila.
Immergendomi nella lettura ho scoperto in Natsume Sōseki un autore davvero formidabile nelle descrizioni e nei racconti che hanno una forte connotazione onirica. Le tanto odiate (dài, poco piacevoli) note mi hanno accompagnata passo passo nei racconti e nella vita dell'autore, che poi è la stessa cosa. Spesso i suoi brevi scritti raccolti qui fanno riferimento alla sua vita sia in Giappone che a Londra. 

Proprio riguardo a quest'ultima città i racconti si fanno più oscuri e cupi: la sensazione che viene comunicata al lettore è buia, l'autore in questa città è oppresso dalla folla, dai palazzi alti che non lasciano intravedere il cielo, in cui la nebbia permette di vedere a quattro metri la volta nascondendo il passato e il futuro. In "L'odore del passato" l'autore incontra un suo connazionale ospite della stessa pensione inglese. La famiglia che gestisce la pensione è descritta come a dir poco negativa, una famiglia allargata infelice e che trasuda qualcosa di agghiacciante che Sōseki identifica nell'odore che riconosce in una successiva visita all'amico connazionale.

<<Appena penso che il mondo si sia contratto in un quadrato di quattro metri, scopro che man mano che cammino, altri quadrati compaiono; in compenso il mondo che avevo attraversato un attimo prima appartiene al passato e va scomparendo secondo la velocità dei miei passi.>>

<<Ci spostiamo tutti avanti in silenzio: decine di migliaia di teste nere che procedono un passo alla volta, con il medesimo ritmo, come se si fossero messe d'accordo, come se nessun'altra cosa le controlli tranne quella linea del destino. [...] Sembra che nella città misteriosa, con gli edifici di quattro piani e tutti dello stesso colore, qualsiasi cosa si trovi lontano [...]>>

La chiave di lettura, il fil rouge, che accomuna i racconti non è la presenza di una spiccata e ormai inoltrata primavera - in più di un racconto è inverno o autunno, anche se spesso i racconti sono collocati temporalmente durante il capodanno giapponese che veniva celebrato il 29 Aprile- ma dal racconto di una sensazione o di un avvenimento che ha colpito l'autore o il protagonista del racconto.  Di solito Sōseki usa la prima persona ma altre volte (come ne "Il caco") il protagonista della vicenda è diverso.
Ammetto che alcuni racconti rimangono per me imperscrutabili e noiosi ma altri nascondono minuziose descrizioni che rivelano la potenza e la magnificenza di Natsume Sōseki.
Probabilmente il racconto che mi è piaciuto di più si nasconde tra i primi, "Il serpente" è una storia al limite del magico che si svolge all'interno di un in fiume in una giornata temporalesca spiccatamente primaverile. 

<<Quando uscii fuori aprendo la porta di legno, dentro le grosse impronte degli zoccoli di un cavallo stagnava una grande quantità di pioggia. Calpestavo la terra e il rumore del fango aggrediva il fondo dei miei piedi. [...] Il fango sgorga dal fondo mentre la pioggia picchia da sopra, i vortici lo attraversano al centro, accavallandosi l'uno sull'altro.>>

Se siete curiosi di leggere qualche racconto fuori dalle righe, spiccatamente giapponese ma che al tempo stesso non trascura il mondo occidentale "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" fa per voi!


COPERTINA 7,5 | RACCONTI 7 | STILE 7



Titolo: Piccoli racconti di un'inibita giornata di primavera
Autore: Natsume Sōseki, traduzione di Tamayo Muto
Editore: Edizioni Lindau
Numero di pagine: 141
Prezzo: 14,50

Trama

I 25 Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera apparvero sull’«Osaka Asahi Shimbun» a partire dal 1909, e vennero riuniti da Sōseki in questa raccolta nel 1910. 
A prima vista, non sembra esistere un filo conduttore che li leghi, tanto sono diversi sia nel contenuto sia nello stile – soprattutto nelle pagine in cui vengono utilizzate tecniche sperimentali di scrittura

Ma è proprio il titolo così fortemente evocativo, Eijitsu Shōhin, a contenere l’elemento unificante. 
«Eijitsu», la «giornata lunga», non indica soltanto un giorno in cui il tempo sembra dilatarsi all’infinito, ma evoca anche ciò che accomuna i protagonisti dei diversi racconti: il desiderio di conservare quella sensazione di intensa felicità legata a un momento, a un’occasione, a una stagione, nella speranza che possa non finire mai.

L'AUTORE




Natsume Sōseki (1867-1916) è uno dei maggiori scrittori giapponesi tra Otto e Novecento. Nel suo Paese è considerato il «sommo scrittore», colui che ha posto le basi della lingua giapponese moderna e ha influenzato in modo significativo la letteratura e il pensiero delle generazioni successive. Tra i suoi romanzi più conosciuti si ricordano Io sono un gattoIl signorino e Guanciale d’erba. 

mercoledì 3 maggio 2017

RECENSIONE || "La bambina selvaggia" di Rumer Godden


<<Diddakoi.
Zingara.
Zinghi-zingarella, ti tiriamo le budella.
Stracciona.>>

Leggere Rumer Godden è come tornare piccoli, quando i nostri genitori o i nostri nonni ci raccontavano di avventure e peripezie di protagonisti a cui alla fine andava tutto bene.

È questo il caso di “La bambina selvaggia”, Bompiani, in cui la protagonista è  Kizzy Lovell una diddakoi, una bambina senza età, metà zingara e metà stabile, che va alle elementari. La storia è ambientata in un’Inghilterra in cui la tradizione zingara è presente e ancora forte: la nonna (in realtà è la sua trisnonna) di Kizzy è una zingara vecchio stile che abita in un carrozzone tirato da un vecchio cavallo, Joe; data l’età avanzata la nonna di Kizzy, ormai da qualche tempo, è stabile nel frutteto dell’Ammiraglio Twiss, un vecchio signore distinto e ricco che abita solo insieme al suo stalliere e al suo tuttofare, nessuna donna vive in quella dimora. Malgrado il suo aspetto burbero l’Ammiraglio Twiss si rivela sempre gentile ed educato e sarà per Kizzy un prezioso amico.
Kizzy è felice ed è orgogliosa di essere una zingara, di passare le serate accanto al fuoco invece che in una stretta e angusta stanza, di dormire nella cuccetta che profuma di aria aperta, del cavallo Joe e di fumo.

<< "Sei quello che sei," disse l'Ammiraglio.
"È quello che diceva la nonna."
"Aveva ragione: e non abbassarti mai a fingere di essere qualcos'altro." >>

La vita a scuola è dura e Kizzy è spesso bistrattata per i suoi abiti di seconda mano o semplicemente perché zingara. Dal canto suo la bambina non si fa intimidire da nulla, ha un carattere molto forte e fiera scappa o si difende da chi l’attacca costruendosi un guscio protettivo contro tutti. La storia prende un verso inaspettato alla morte della nonna di Kizzy portando il lettore in una vera e propria fiaba completa di morale.

Lo stile di Rumer Godden è scorrevole e affascinante, trasporta con facilità il lettore nella storia a lieto fine della piccola Lovell. Non per nulla questa autrice è stata molto acclamata in Gran Bretagna (il libro ora pubblicato nella splendida edizione Bompiani ha visto la sua prima edizione nel 1972) e le sue opere seguono questo stile fiabesco semplice ma profondamente riflessivo per i temi che tratta. In “La bambina selvaggia” il pregiudizio e la discriminazione sono all’ordine del giorno, non solo da parte dei bambini ma anche dei genitori che spingono i figli a stare lontano da Kizzy. Solo l’Ammiraglio e Miss Olivia Brooke capiscono lo spaesamento della piccola assecondandola (forse troppo) e cercando di essere flessibili con lei costruendo un carrozzone giocattolo, permettendole di prendere il the accanto al fuoco in giardino. Probabilmente il tema razziale ha toccato da vicino la Godden che nata nel Sussex ma che ha vissuto gran parte della sua vita in India per poi rientrare in una madrepatria diversa che potrebbe averla additata come straniera.

Una lettura leggera e divertente che consiglio a chi è sempre alla ricerca di autrici di altri tempi che hanno saputo scrivere storie molto attuali.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7 | SVILUPPO 7



Titolo: La bambina selvaggia
Autore: Rumer Godden, traduzione di Marta Barone
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 208
Prezzo: 13,00 euro

Trama

Kizzy è una bambina metà e metà: un po' zingara un po' no. Vive con la vecchissima nonna in un carrozzone dentro un frutteto, e il suo migliore amico è Joe, un cavallo. I compagni di scuola la prendono in giro perché è strana, selvaggia, diversa, ma a lei non importa granché, finché ha il suo mondo a cui tornare. Poi la nonna muore e tutto cambia. Per fortuna c'è l'Ammiraglio, un burbero gentiluomo che vive in una grande dimora ed è disposto a prendersi cura di lei. Ma al villaggio ci sono un sacco di ficcanaso che pensano che per una bambina ci voglia un altro genere di casa e di famiglia. E i ragazzi della scuola, soprattutto le femmine, sono sempre più ostili. Per Kizzy, abituata a essere indipendente, non è facile accettare regole e confini; e per gli altri non è facile accettare le sue stravaganze. Eppure un modo per incontrarsi c'è sempre, quando lo si vuole cercare.
Un classico del nostro tempo che parla di bulli, anzi, bulle, di libertà, di convivenza e accettazione; pubblicato nel 1972, vincitore del Whitbread Award, è diventato un dramma radiofonico e una serie televisiva.

L'AUTRICE


Scrittrice, saggista, collaboratrice della BBC, trascorre gran parte della sua giovinezza in India, al punto da autodefinirsi scrittrice anglo-indiana.
Nata nel Sussex nel 1907, crebbe in India insieme a tre sorelle a Narayanganj. Nel 1920 tornò in patria, per frequentare la scuola, studiando anche per maestra di ballo. Nel 1925, a Calcutta, aprì una scuola di danza per bambini inglesi e indiani. Tenne aperta questa scuola per vent'anni insieme alla sorella Nancy. Nel frattempo, scrisse il suo primo best seller, Black Narcissus.