lunedì 20 marzo 2017

RECENSIONE || "Il salto" di Sarah Manguso

<<Cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita. Mi consola pensare che l'energia apparentemente perduta si è solo spostata altrove, è stata restituita al sistema del mondo.>>

Inizialmente ero restia a leggere "Il salto" di Sarah Manguso, NN Editore, mi nascondevo dietro un pregiudizio negativo basato sulla trama, quando in realtà avevo paura che toccasse punti ancora scoperti dopo tanti anni a causa di un lutto che non si decide a guarire del tutto. In realtà ho trovato nell'autrice una delle più grandi amiche per condividere il dolore della mia perdita, la mia rabbia, la mia fievole ma costante incredulità. "Il salto" è stato terapeutico per lei tanto quanto per me.

Mi sono decisa ad affrontare Sarah Manguso di Domenica, bloccata a letto da una brutta sciatalgia e costretta a lasciare Gabriele ai miei genitori e al suo papà, pronta per concentrarmi sulla storia che vede come protagonista postumo Harris. No, mi correggo, in realtà il proposito dell'autrice era scoprire cosa fosse successo le ore precedenti al suicidio del suo amico Harris che ha deciso di togliersi la vita in modo cruento, aspettando sui binari che un treno lo falciasse. La storia però viene abortita sul nascere, non è così che l'autrice vuole procedere. Ne risulta un racconto che si sviluppa in una danza macabra, morbosa, liberatoria, infetta, triste, speranzosa, definitiva intorno al fuoco della morte.


<<Sto lavorando a un libro su un uomo che si butta sotto un treno. Non ho nessun interesse a scrivere una storia vera sull'impalcatura artificiale di una trama, ma qual è la storia vera? Il mio amico è morto. Questa non è una storia.>>

Sarah Manguso aveva un amico fraterno Harris che soffriva di crisi psicotiche. Non soffriva spesso di questi piccoli scivoloni e al terzo episodio ha capito cosa stava succedendo e si è fatto portare in ospedale. A causa di una medicina che ha effetti collaterali pesanti, tra cui non riuscire a stare fermo, Harris chiede di uscire: non riesce a stare in reparto. Dopo dieci ore si mette su un binario aspettando l'impatto. Questa elegia per Harris ci viene mostrata senza una cronologia precisa, non c'è un'impalcatura che cattura mattone dopo mattone la relazione tra i due ma ci viene mostrata così, come se l'autrice buttasse giù ciò che le viene in mente a proposito di Harris, della loro relazione, di come ha reagito al lutto in modo molto lucido e meditato a lungo.


<<Com'è possibile minacciare l'intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l'oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, e me la sono persa per tutto l'anno scorso, e ora non ce n'è più.>>

La Manguso stessa ha sofferto di problemi psicotici e conosceva bene il farmaco preso da Harris. Il problema è che non riesce a darsi pace per questa morte, per questa assenza o al contrario per la presenza costante di un fantasma sempre accanto a lei. Il pensiero è fisso: parla con lui mentre è in bagno da sola e non riesce a superare il lutto, cadendo in un vortice che la costringe a mettere i discussione tutto ciò che sa sulla vita, sulla morte e sulla sopravvivenza di chi rimane. I suoi pensieri sono netti, chiari e limpidi: non poter più parlare con lui, non capacitarsi di come sia potuto accadere proprio a quella persona una cosa così tragica, non poter incolpare nessuno, pensare a cosa c'è dopo la morte, se ha provato dolore nel distacco dalla vita, che cosa ha fatto prima di arrivare alla stazione. 

In meno di cento pagine l'autrice delinea tutti gli stati e tutto ciò che passa per la testa a chi ha perso qualcuno di caro all'improvviso e in modo violento. Nel frattempo ci racconta come ha conosciuto Harris come è cresciuta la loro amicizia che assomiglia molto di più a un amore platonico o ancora sul nascere anche dopo dieci anni di conoscenza. Si trova a fare paragoni, a creare realtà in cui lei è sposata con Harris, in un presente dove lui è ancora qui, ancora vivo. Prova ad affidarsi alla religione che le reca conforto fino a un certo punto annaspando in uno stato che piano piano diventa catatonico.

Ho provato un grande feeling (ma anche antagonismo) con l'autrice alcuni pensieri sono passati più di una volta anche nella mia di testa (perché non si possono sostituire i morti? Perché proprio lui e non un altro?), pensieri tanto terribili quanto umani. L'autrice arriva addirittura a figurarsi la morte di tutte le sue persone care per prepararsi a un futuro lutto e reagire meglio rispetto a quello di Harris. 
Un libro che rimbalza dal compassionevole al cinico, quasi bipolare, dallo stile davvero pulito e smaliziato di chi non ha più nulla su cui riflettere, di chi è svuotato, stanco, una riflessione personale che ho trovato tanto illuminante quanto, a tratti, estremamente egoista, superba al limite del patologico.
Può succedere di provare così tanta empatia per una persona da giudicarla in maniera negativa perché ci ricorda i nostri di difetti? 

Ecco a me il libro è piaciuto perché mi ci sono ritrovata e al contempo il tema e i pensieri dell'autrice mi inquietano. Ogni breve riflessione o racconto è un pezzo del puzzle per capire meglio il rapporto tra di loro, mentre Harris rimane una figura fumosa: di lui sappiamo tante cose ma che in realtà non ci aiutano a immaginarlo come persona reale, rimane una sorta di impronta. 


Particolare, intenso, profondamente lucido e folle "Il salto" di Sarah Manguso non è un libro per tutti, di risposte non ce ne sono, solo empatia e conforto per chi è stato vittima dello stesso destino.



COPERTINA 6 | STILE 8 

Titolo: Il salto
Autore: Sarah Manguso, traduzione di Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 93
Prezzo: 16,00 euro

Trama:



Il 23 luglio 2008, a New York, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della metro. Harris amava la musica e le don­ne, aveva un lavoro, un amore e una vita piena, a tratti felice. Soffriva, però, di episodi psicotici, ed è dopo uno di questi che fugge dall’ospedale dove è ricoverato e si lancia nel bagliore di un treno in arrivo alla stazione. Per Sarah Manguso la scomparsa di Harris è la perdita di un amico, il più caro, il più intimo. Ma l’autrice non vuole ricostrui­ re le circostanze del suicidio e neppure scrivere la sua biografia.
Il salto è un memoir, una meditazione e un libro sulle parole: amicizia, memoria, dolore, morte. Parole sincere, perché precise e delicate. E immortali, perché materia della vita e di tutte le storie. Ma soprattutto parole coraggiose e neces­sarie, perché maneggiare il dolore è dif­ficile e faticoso, a volte quanto provarlo, ma aiuta ad accettare il distacco, anche quello de nitivo, e a fare il salto verso l’amore e l’infinito.


Questo libro è per chi si abbraccia, conta no a cinque, e poi sceglie di andare a dormire sul divano, per chi piange cantando a squarcia­gola Forever young di Bob Dylan, per chi saltella di gioia a pugni stretti e per chi crede che la misura del passato sia la larghezza, che come un’ala porta con sé anche gli amici perduti.



L'AUTRICE





Sarah Manguso vive a Los Angeles ed è autrice di short stories, poesie, memoir, tradotti in cinese, tedesco, portoghese e spagnolo. Ha ottenuto il supporto della Guggenheim Fellowship e della Hodder Fellowship e le sue raccolte di poe­sia Siste Viator e The Captain Lands in Paradise hanno vinto il Pushcart Prize. I suoi saggi sono apparsi su Harper’s, McSweeney’s, The Paris Review, The New York Review of Books e sul New YorkTimes Magazine.

Ongoingness (di prossima pubblicazio­ ne per NNE) è stato nominato “Editors’ Choice” del NewYorkTimes.




6 commenti:

  1. anche io sono restia perche' la trama non mi ispira molto

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  2. Sinceramente anche io sono abbastanza restia a leggere questo libro, ma sentendo la tua opinione penso ci darò una possibilità:)

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    1. Ciao! Effettivamente non è un libro che piace a tutti. Per me è stato un po' un colpo di fulmine per un vissuto simile all'autrice :)

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  3. È un libro che ti mette tristezza per la dinamica ,chi ci è passato,anche se in maniera diversa sicuramente, non può non leggerlo le tante domande,poste senza trovare risposte esaurienti ,sensi di colpa x non aver capito che forse sarebbe basta una parola ,soffrire e ancora soffrire , ma non passerà mai ,chi ha vissuto quel dramma se lo porterà addosso x sempre...

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    1. Ciao Adriana, sono completamente d'accordo con te. Io ho vissuto un lutto dalle dinamiche diverse molto pesante e indirettamente un suicidio. Ci sono pensieri che non si possono spiegare, alcune cose davvero pesanti che non tutti hanno il piacere di leggere...

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