venerdì 31 marzo 2017

RECENSIONE || "Lions" di Bonnie Nadzam

<<L'avevano chiamata Lions, un nome figlio dell'inventiva sfrenata e di irragionevoli speranze. Ma erano rimasti delusi. Di leoni non se ne erano mai visti. Anche ora c'è solo questa terra, una cotenna di polvere ed erba lucente.>>

"Lions" di Bonnie Nadzam, editato dalla neonata Edizioni Black Coffee, mi ha ricordato i valori che valevano per un'epoca passata: si sente forte la dicotomia che valeva  parlando di ovest ed est, in questo caso la città di Lions simboleggia tutto l'ovest e le città lontane da Lions, l'est. Quel senso marcato di fuggire da un luogo senza orizzonti, senza regole, senza possibilità.
Subito mi è venuto in mente un film "L'uomo che uccise Liberty Valance" di John Ford - non tanto per gli spargimenti di sangue che nel libro sono assenti - ma proprio per le differenze tra i due luoghi che comunica allo spettatore: l'ovest è l'assenza di legalità, un posto pericoloso, inesplorato sconosciuto; l'est rappresenta la civiltà, patria della legge, sicuro e prevedibile dove non c'è nulla da temere.


<<Si dice che, dando a quel luogo il nome di un sogno dal quale si rifiutavano di svegliarsi, gli abitanti di Lions avessero gettato una maledizione su se stessi, oltre che sulla città [...]>>

La cittadina di Lions non è solo ambientazione o protagonista del libro è il vero motore della storia, tutto inizia e finisce a Lions, terra arida e dura, polvere e soprattutto solo una manciata di abitanti che cercano di sopravvivere in un luogo tanto inospitale quanto poco attraversato, guadagnandosi il nome di "città fantasma" e una marea di leggende e favole misteriose, magiche.

A Lions hanno sempre abitato di Walker, una famiglia tanto per bene quanto particolare: John Walker è un uomo taciturno ma un saldatore formidabile, appassionato di libri western, cresce suo figlio Gordon a sua immagine e somiglianza. Gli abitanti di Lions quando alzano un pochino il gomito riesumano la leggenda del vecchio Lamar Boggs che narra che  i Walker gli portino vestiti e cibo periodicamente da più di centocinquanta anni, un compito che viene trasmesso da padre in figlio: raggiungere una piccola casetta al nord e portargli una scatola con tutto ciò che potrebbe servirgli. Ma perché? Perché i Walker sono così, aiutano tutti senza fare domande e quando si prendono un impegno lo portano a termine malgrado tutto.

<<Gli Walker erano tipi strani, si diceva. Difficili da comprendere.
Ma brava gente. Affidabile.
[...] Ma non erano molto dotati di buonsenso.>>


A completare questa piccola città ci sono un diner gestito da Maybelline e un piccolo bar gestito da Boyd, insieme a un negozio di robe vecchie la cui titolare non ha meno anni delle cose che vende. Piano piano Lions si è svuotata per l'assenza di commercio e l'impossibilità di coltivare e mantenersi. Leigh, la figlia di Maybelline, è cresciuta insieme a Gordon e sono fidanzati, sembrano destinati a stare insieme per sempre, così credono tutti a partire da loro due. I loro piani erano finire la scuola e fuggire da Lions andando al college: mai più deserto, mai più nessuno con cui parlare, mai più sabbia fine e bianca su ogni superficie; benvenuti prati, negozi, ristoranti, biblioteche, cinema e librerie! 
Gordon assomiglia molto al padre e se prima della sua morte era leggermente titubante all'idea di andare al college dopo cerca di opporsi mettendo tra lui e Leigh assenze prolungate che nessuno si spiega e alla fine smettono di preoccupare; nemmeno Georgianna, sua madre, si preoccupa per queste misteriose assenze ereditate dal padre.


<<"Si. E usciremo spesso".
"Certo".
"Ci porteremo un libro e berremo caffè".
"E cosa leggeremo?"
"Tutto".
"Esagerata".
"Io leggerò la metà di tutto, e tu l'altra metà".>>

Così Leigh comincia ad allontanarsi da lui: lei vuole fuggire da Lions, Gordon a Lions si sente a casa. Lui non cerca ricchezza, non cerca istruzione, non cerca nulla. Ama l'officina che suo padre gli ha lasciato, trova familiare la polvere che si deposita in casa e sulle scale, il silenzio e il vecchio zuccherificio abbandonato, protagonista di mille avventure immaginarie. Una distanza incolmabile li separa e così rimarrà per lungo tempo.


<<"Forse avrei semplicemente dovuto accontentarmi di quello che c'era qui. Era la cosa più intelligente da fare". 
"Mi sorprende sentirglielo dire" fece Chuck.
Il vecchio sorrise. "Prospettiva poco entusiasmante, eh?"
"Bè, sa," disse Boyd "un uomo vuole pur far qualcosa della propria vita".
"Sempre costretto a diventare altro" rispose il vecchio a quelle parole.>>

Lo stile di Bonnie Nadzam è emozionante e intenso, trabocca tanto che riesce a trasmettere sentimenti e le atmosfere che abbracciano la storia di Leigh e Gordon e, soprattutto, quella di Lions. L'autrice cerca di contenere tutte le storie, le leggende metropolitane, le speranze ma anche la testardaggine di chi a Lions vuole rimanere e non ha alcuna intenzione di andarsene, nel romanzo. Ne risulta un libro impegnativo e a tratti lento ma di sicuro originale, che percorre strade inesplorate in quanto a trama e personaggi.

In certi pezzi Lions si mostra magica, inospitale, poco sicura, quasi avventurosa; in altri, Lions appare banale, senza nessuna attrattiva, traditrice. I punti di vista sono molteplici, non c'è un solo io narrante, un romanzo quasi corale, in cui ogni personaggio arricchisce la storia del suo punto di vista. Su una superficie liscia e tranquilla che mostra in apparenza una trama piatta si nasconde un tumulto sottostante nato ben prima di Leigh e Gordon ma che con loro raggiunge il culmine esemplare della filosofia di Lions. Restare o andare? Cosa cercare o a cosa aspirare? Leigh si trova a rispondere a tutte queste domande mentre Gordon ha una sorta di destino, una strada già scritta che pur portandolo a un bivio gli regala delle indicazioni precise da cui non può scappare.



COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 8 | SVILUPPO 8


Titolo: Lions
Autore: Bonnie Nadzam, traduzione di Leonardo Taiuti
Numero di pagine: 229
Prezzo: 15,00 euro

Trama

A metà fra ghost story e resoconto realistico di un amore, Lions è ambientato nell’omonima cittadina degli altopiani del Colorado, un luogo ormai quasi del tutto disabitato e ammantato di leggenda. Concepita per diventare una gloriosa città nell’Ovest in via di sviluppo, Lions non è riuscita a trasformarsi nella realtà sognata dai suoi fondatori. Lo zuccherificio è fallito e le uniche attività commerciali ancora in piedi sono un piccolo bar, un diner che conta sui viaggiatori provenienti dalla vicina statale e un’officina di lavorazione del metallo che sopravvive a stento. I cittadini di Lions conducono vite semplici, tormentate dai fantasmi – dei loro antenati, delle loro ambizioni e speranze, di un futuro incerto – e, quando un misterioso viandante giunge in città, la sua sinistra presenza spinge molti ad andarsene definitivamente. Fra i pochi abitanti rimasti ci sono Leigh e Gordon, una coppia di diciassettenni che sogna di andare al college. Gordon, tuttavia, perde il padre all’improvviso e non riesce a liberarsi del dolore e del senso di responsabilità verso l’insolita eredità ricevuta dal genitore. Si trova quindi a dover scegliere se partire o trattenersi a Lions per rilevare la gestione dell’officina, rinunciando così alle proprie aspirazioni.
Lions è una storia di autoconsapevolezza, di ambizione, una riflessione sull’ossessione americana per l’autorealizzazione e sulla responsabilità, e sulle storie che quotidianamente ci raccontiamo per convincerci che la vita valga la pena di essere vissuta.

L'AUTRICE



Bonnie Nadzam è nata a Cleveland, Ohio. I suoi scritti sono comparsi su numerose e importanti riviste statunitensi. Lamb(collana Black Coffee, Clichy, 2015) le è valso il premio Flaherty-Dunnan Prize per il miglior romanzo di esordio del 2011 e ha ispirato l’omonimo film presentato nel 2016 al celebre festival di Austin, il South by Southwest; Amore e antropocene, saggio scritto in collaborazione con Dale Jamieson, è uscito in Italia per Stampa Alternativa. Bonnie ha insegnato per due anni scrittura creativa al Colorado College. Lions è il suo secondo romanzo.





EDIZIONI BLACK COFFEE



Black Coffee è un progetto editoriale dedicato alla letteratura nordamericana contemporanea.
Il suo obiettivo è dare risalto ad autori esordienti recuperando al contempo opere inedite o ingiustamente dimenticate, con particolare attenzione alle realtà indipendenti più coraggiose, alle voci femminili e alla forma del racconto.


Prima di diventare una casa editrice, Black Coffee è stata ospitata come collana nel catalogo di Edizioni Clichy che ora vanta il capolavoro postmoderno L’amante di Wittgenstein di David Markson. Oggi propone opere di fiction e literary non fictionlasciandole dialogare fluidamente, senza ricorrere a una suddivisione in generi. Il programma editoriale, integrato da una selezione di articoli tratti da note riviste letterarie americane e proposti in esclusiva su questo sito, è inteso come un percorso da cui far scaturire una visione corale su tematiche di varia natura.

Il desiderio è che questo approccio restituisca un ritratto sincero del panorama letterario nordamericano meno conosciuto.

lunedì 27 marzo 2017

RECENSIONE || "Il boulevard delle ossa" di Léo Malet

<<Mi prende il bicchiere dalle mani e beve, forse per conoscere i miei pensieri.>>

Era da tanto tempo che non leggevo un noir così leggero e divertente. "Il boulevard delle ossa" Léo Malet è il terzo libro che Fazi Editore pubblica di questo autore francese di grande fama; ecco la sua biografia: rimane presto orfano e viene allevato e iniziato alla letteratura da suo nonno, che di mestiere faceva il bottaio. Dopo esser passato da un lavoro all'altro viene imprigionato, durante la seconda Guerra Mondiale, in un campo di concentramento e al suo ritorno inizia a scrivere polizieschi, tra cui anche quelli in cui il protagonista è Nestor Burma.

La vicenda si snoda in vari punti e inizia con un commerciante di diamanti, Omar Goldy, che si reca dal detective privato Burma e la sua assistente Hélèn nella loro agenzia Fiat Lux. Burma storce subito il naso alla richiesta fasulla del piccolo nervoso uomo ed è titubante ad accettarla se non per il grosso anticipo che Goldy gli dà senza batter ciglio. Il commerciante vuole sapere se un certo cinese ha dei contatti con qualche russo o donna russa. Ma perché? Questo Goldy non lo vuole dire, si inventa una scusa, insabbia la verità. Quando Burma si decide ad andare da Goldy a chiedere spiegazioni, dopo aver avuto una collutazione con il cinese in questione, scopre che oramai non gli si può più domandare nulla.

E così prosegue l'indagine di questo ironico (soprattutto auto-ironico) detective: la suspense è assente, ciò che rapisce il lettore è la simpatia di Burma e di Hélèn, gli sforzi e i sospetti che li portano da un pezzo del puzzle all'altro, senza chiamare in causa il dramma o il pathos che un noir più impegnativo e dal ritmo più elevato richiedono.
La storia è fluida e segue diverse piste che solo Burma riesce a riannodare insieme, grazie al suo olfatto e alla sua intelligenza. In questa storia, tra intimo e corpetti, si arriverà a oggetti più preziosi e a cadaveri nascosti: una trama per nulla scontata, imprevedibile che però manca di quel tocco di "terrore" che ci si aspetterebbe da un qualsiasi giallo. Se mi immaginavo qualcosa alla Agatha Christie, le mie previsioni si sono rivelate totalmente sbagliate: la struttura è meno complessa, il passato dei personaggi un po' meno ricercato, di scene mozza fiato nemmeno l'ombra. Invece ho trovato qualche somiglianza con i romanzi di Dan Turèll (Qui e Qui trovate le recensioni), anche se l'autore nordico non manca di far restare il lettore sulla lama del rasoio.

Questa caratteristica invece che intristirmi mi ha spinta a continuare a leggere: dal mio punto di vista è meglio un noir leggero, divertente piuttosto di un noir tra i tanti con le solite caratteristiche, prevedibile e banale. Forse per la grande quantità di gialli letti, ora richiedo qualcosa di veramente stimolante o che sia un "giallo d'autore". Se proprio deve essere differente preferisco qualcosa di alternativo, che mi trasmetta emozioni totalmente differenti, proprio come i noir di Malet che spero di recuperare al più presto.

Consiglio questo libro nei periodi di "blocco del lettore" oppure se si ha voglia di leggere un autore di un certo spessore che non mancherà di divertirvi e distrarvi senza tralasciare uno stile curato e una trama avvincente.


COPERTINA 7,5 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 7


Titolo: Il boulevard delle ossa
Autore: Léo Malet, traduzione di Federica Angelini
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 170
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

È primavera, e all’agenzia d’investigazione Fiat Lux è un gran giorno: Nestor Burma e la sua assistente Hélène hanno appena vinto due milioni alla lotteria. Bisogna festeggiare, pipa in bocca e bicchiere in mano. Ma non si può mai stare tranquilli. Suona il campanello e i festeggiamenti vengono interrotti da un uomo trafelato: è Goldy, un mercante di diamanti ebreo, e ha bisogno del loro aiuto. Le informazioni che fornisce sul caso sono piuttosto fumose, ma a quanto pare ci sono di mezzo la malavita cinese e un giro di prostituzione russa d’alto bordo. Abbastanza per incuriosire Burma, che si mette subito all’opera. Questa volta l’indagine si svolgerà su strade del tutto nuove: da un bordello di Shanghai, a una Casa d’aste di rue Drouot, fino al tesoro della Corona imperiale russa, mentre si apriranno scenari sempre più inquietanti e spunteranno elementi sempre più strani, come uno scheletro con una gamba sola che sembra appartenere a un generale scomparso nel 1939 e un cadavere che forse non è tale fino in fondo.
L’investigatore privato sciupafemmine dalla lingua tagliente è tornato, in questa nuova avventura inedita confezionata con maestria da uno dei padri del noir francese.

L'AUTORE

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. Nato al numero cinque di Rue du Bassin, a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. Quando Léo ha due anni muoiono prima il padre e il fratellino e, a distanza di un anno, la madre. Tutti e tre di tubercolosi. Così, è il nonno bottaio e grande lettore che si prende cura del nipote e lo inizia, in modo non certo canonico, alla letteratura. A sedici anni Léo Malet si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Determinante è l'incontro con André Colomer, disertore e pacifista: Colomer gli dà una famiglia e soprattutto lo introduce in ambienti anarchici. In questo periodo Malet collabora anche a vari giornali e riviste (En dehors, Journal de l'Homme aux Sandales, Revue Anarchiste). A Parigi abita in molti posti, anche sotto il ponte Sully, vive alla giornata, fa l'impiegato, il manovale, il vagabondo, il gestore di un negozio d'abbigliamento, il magazziniere, il giornalista, la comparsa cinematografica, lo strillone, il telefonista.
Nel 1931 l’incontro con André Breton gli dà accesso al mondo delle case editrici e degli scrittori; Malet entra a far parte del Gruppo dei Surrealisti. Per qualche tempo il suo vicino di casa è Prévert, uno dei suoi migliori amici Aragon. Si sposa con Paulette Doucet e insieme fondano il Cabaret du Poète Pendu. Dopo una dura esperienza in un campo di concentramento nazista, nel 1941 inizia a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi: Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee. Con lo pseudonimo di Frank Harding crea il personaggio del reporter Johnny Métal, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l'investigatore privato Nestor Burma. Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi. Con Nestor Burma, Malet da un lato riscuote i primi consensi di pubblico, anche attraverso successive trasposizioni cinematografiche, una serie televisiva (1991-1995) di 85 episodi e l’adattamento a fumetti. Ma d’altro canto si allontana dal movimento anarchico: nel 1949 il gruppo dei Surrealisti lo espelle con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.


mercoledì 22 marzo 2017

RECENSIONE || "Uomini e Topi" di John Steinbeck

<<Per noi non è così, noi abbiamo un avvenire. Possiamo parlare con qualcuno al quale importa di noi. Non dobbiamo starcene seduti in un bar a buttar via i soldi solo perché non abbiamo un altro posto dove andare. Se gli altri tizi vanno in galera possono anche marcire, per quello che importa alla gente. Noi invece è diverso.>>

Come non innamorarsi dello stile fluido, semplice e intenso di John Steibenck? Per anni mi sono tirata indietro pensando che "Uomini e Topi", Bompiani fosse un libro complicato (anche pesante) sentendomi intimorita dal titolo di Premio Nobel per la letteratura vinto dall'autore nel 1962.

Mai cosa fu più sbagliata. Ultimamente mi sto avvicinando moltissimo alla letteratura americana e ho deciso di iniziare da uno degli scrittori più importanti del XX secolo. 
"Uomini e Topi" è un romanzo che racconta una storia semplice: inizia con una bellissima descrizione di un bosco, incantato, le foglie si muovono, l'acqua di un lago è placida. Arrivano boccheggiando due uomini, uno piccolo e uno grande e grosso. Sono i nostri protagonisti George e Lennie, sono scappati da una fattoria e stanno cercando il prossimo ranch che li accoglierà per lavorare. I due sono fuggiti per via di un malinteso: Lennie non è molto sveglio -diciamolo pure è un po' tocco- si dimentica le cose e coglie solo concetti molto semplici, adora accarezzare cose morbide come la pelliccia dei topi, conigli o cani. Il problema è che lui è un uomo davvero possente appena stringe la presa su qualcosa o qualcuno quella si rompe o muore. 

<<Volevo solo toccare il vestito di quella ragazza, solo carezzarlo come fosse un topo..>>

George avverte Lennie di stare più attento questa volta, di non parlare e fare il bravo con la promessa di stare sempre insieme e un giorno avere una fattoria tutta loro. Lennie è contentissimo di stare insieme a George: sono amici e sa che non lo abbandonerebbe mai anche se combina dei guai. Il loro è un rapporto quasi paterno, George è un uomo duro che pensa ogni tanto di lasciare indietro Lennie perché la vita sarebbe più semplice, più leggera ma la realtà è che Lennie è buono come il pane non si rende conto di quello che fa e della forza di cui è dotato.

<<"L'ho scordato", disse piano Lennie. "Ho cercato di non scordarlo, giuraddio che ho cercato, George".>>

Arrivati al ranch i due fanno facilmente amicizia con tutti: il vecchio scopino, Candy, a cui manca una mano e che si trascina dietro un vecchio cane puzzolente a cui è profondamente affezionato; Slim il capo mulattiere, uno dei personaggi più intelligenti e comprensivi del romanzo; il negro Crooks con la schiena spezzata. Il figlio del proprietario del ranch Curley è un attaccabrighe e prende subito di mira Lennie che indifeso non sa come reagire. Tra loro gironzola anche la moglie di Curley sempre in cerca di qualcuno con cui parlare ma dall'atteggiamento arrogante e superbo, la sua solitudine si trasforma in aggressività dal momento che viene rifiutata da tutti i lavoratori non solo perché è donna ma soprattutto perché è la moglie di un uomo manesco che può mandare in rovina ognuno di loro. I due lavorano poco lì perché Lennie non riesce a trattenersi e senza farlo apposta combinerà il guaio più grosso che abbia mai commesso e George dovrà trovare una soluzione definitiva.

<<"No", disse George. "No Lennie. Non sono arrabbiato. Non sono mai stato arrabbiato, e non lo sono nemmeno ora. Voglio che tu lo sappia.">>

Il romanzo era rivolto a persone che rispecchiavano la semplicità dei personaggi rappresentati: raccoglitori di orzo che saltano da un ranch all'altro senza nessun legame, abituati a spendere la loro paga mensile in un bordello al bar. Per George e Lennie è differente loro sono amici e hanno un progetto ampio: cercano di risparmiare per non dover essere costretti a una continua instabilità, per avere un po' di pace. Ognuno di loro si sente solo, cerca un amico, una compagnia e quasi invidiano il rapporto che hanno George e Lennie, tanto che spesso George parla con gli altri braccianti di Lennie e della loro relazione.

La semplicità del racconto cela temi importanti e profondi, pensieri che vengono esposti dai personaggi di Steinbeck che dona loro una qualità preziosa: la pietà. Quello che ho apprezzato di più è la pietà di George nei confronti di Lennie, la pietà di Candy nei confronti del suo cane, la pietà di Slim nei confronti di Lennie al termine della storia. Non tutti però sono dotati di questa enorme fortuna come ad esempio Curley e sua moglie o Carlsson, un personaggio secondario. 
Questi ultimi fanno da contrappeso e sottolineano il tema sociale della diversità, della solitudine che porta il lavoro di operaio: il colore diverso della pelle di Crooks costretto a non avere nessuno intorno a dormire in una stanza separata, a non poter parlare con nessuno uguale a lui perché i neri non sono tollerati nei dintorni; oppure nel caso di Lennie più lento degli altri e per questo definito, più volte, "matto"; anche Candy, lo scopino, vecchio e mutilato cerca di aggregarsi a George e Lennie: capisce che una volta che sarà inutile cercheranno di licenziarlo proprio come vogliono sbarazzarsi del suo vecchio ma fedele cane.
Nella loro semplicità i personaggi hanno la scintilla luminosa della vita in loro.

<<Avremo un grande orto, e un capanno per i conigli e i polli. E quando d'inverno piove manderemo al diavolo il lavoro e accenderemo un bel fuoco nella stufa e staremo seduti lì ad ascoltare la pioggia che cade sul tetto..>>

Si nota l'amore per l'ambientazione in cui George e Lennie approdano all'inizio e dove la loro breve avventura ha fine in modo drammatico. Salinas è la città vicino al ranch dove attualmente lavorano e l'autore ne è evidentemente innamorato essendo la sua città natale. La scrittura di Steinbeck fa di sicuro base ad altri autori come ad esempio Kent Haruf, si ritrovano le stesse minuzie e la stessa leggerezza nella storia senza togliere nulla  alla meraviglia dello stile e alla profondità dei temi affrontati. Spesso sono le storie più leggere, meno arzigogolate, ad essere quelle che rimangono in noi e che riescono a far riflettere il lettore.


COPERTINA 7 |STILE 10 | STORIA 10 | SVILUPPO 10


Titolo: Uomini e Topi
Autore: John Steinbeck, traduzione di Michele Mari a cura di Luigi Sampietro
Editore: 
Numero di pagine: 139
Prezzo: 12,00 euro

Trama

La storia di un'amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come "i migliori progetti predisposti da uomini e topi" (è un verso di Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un'America soffocata dalla crisi e di un'umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, "Uomini e topi" è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma "Uomini e topi" resta prima di tutto un romanzo indimenticabile. Questa edizione propone nella nuova traduzione di Michele Mari un racconto di impegno, solitudine, speranza e perdita che resta uno dei libri più letti e più amati della letteratura mondiale. Introduzione di Luigi Sampietro.

L'AUTORE


John Steinbeck è stato uno scrittore statunitense tra i più noti del XX secoloautore di numerosi romanziracconti brevi e novelle. Fu per un breve periodo giornalista e cronista di guerra nella seconda guerra mondiale. Nel 1962 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: "Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta".

lunedì 20 marzo 2017

RECENSIONE || "Il salto" di Sarah Manguso

<<Cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita. Mi consola pensare che l'energia apparentemente perduta si è solo spostata altrove, è stata restituita al sistema del mondo.>>

Inizialmente ero restia a leggere "Il salto" di Sarah Manguso, NN Editore, mi nascondevo dietro un pregiudizio negativo basato sulla trama, quando in realtà avevo paura che toccasse punti ancora scoperti dopo tanti anni a causa di un lutto che non si decide a guarire del tutto. In realtà ho trovato nell'autrice una delle più grandi amiche per condividere il dolore della mia perdita, la mia rabbia, la mia fievole ma costante incredulità. "Il salto" è stato terapeutico per lei tanto quanto per me.

Mi sono decisa ad affrontare Sarah Manguso di Domenica, bloccata a letto da una brutta sciatalgia e costretta a lasciare Gabriele ai miei genitori e al suo papà, pronta per concentrarmi sulla storia che vede come protagonista postumo Harris. No, mi correggo, in realtà il proposito dell'autrice era scoprire cosa fosse successo le ore precedenti al suicidio del suo amico Harris che ha deciso di togliersi la vita in modo cruento, aspettando sui binari che un treno lo falciasse. La storia però viene abortita sul nascere, non è così che l'autrice vuole procedere. Ne risulta un racconto che si sviluppa in una danza macabra, morbosa, liberatoria, infetta, triste, speranzosa, definitiva intorno al fuoco della morte.


<<Sto lavorando a un libro su un uomo che si butta sotto un treno. Non ho nessun interesse a scrivere una storia vera sull'impalcatura artificiale di una trama, ma qual è la storia vera? Il mio amico è morto. Questa non è una storia.>>

Sarah Manguso aveva un amico fraterno Harris che soffriva di crisi psicotiche. Non soffriva spesso di questi piccoli scivoloni e al terzo episodio ha capito cosa stava succedendo e si è fatto portare in ospedale. A causa di una medicina che ha effetti collaterali pesanti, tra cui non riuscire a stare fermo, Harris chiede di uscire: non riesce a stare in reparto. Dopo dieci ore si mette su un binario aspettando l'impatto. Questa elegia per Harris ci viene mostrata senza una cronologia precisa, non c'è un'impalcatura che cattura mattone dopo mattone la relazione tra i due ma ci viene mostrata così, come se l'autrice buttasse giù ciò che le viene in mente a proposito di Harris, della loro relazione, di come ha reagito al lutto in modo molto lucido e meditato a lungo.


<<Com'è possibile minacciare l'intimità? Non è una sostanza tangibile, come il carbone o l'oro, mi rimprovera un amico. Invece sì, e me la sono persa per tutto l'anno scorso, e ora non ce n'è più.>>

La Manguso stessa ha sofferto di problemi psicotici e conosceva bene il farmaco preso da Harris. Il problema è che non riesce a darsi pace per questa morte, per questa assenza o al contrario per la presenza costante di un fantasma sempre accanto a lei. Il pensiero è fisso: parla con lui mentre è in bagno da sola e non riesce a superare il lutto, cadendo in un vortice che la costringe a mettere i discussione tutto ciò che sa sulla vita, sulla morte e sulla sopravvivenza di chi rimane. I suoi pensieri sono netti, chiari e limpidi: non poter più parlare con lui, non capacitarsi di come sia potuto accadere proprio a quella persona una cosa così tragica, non poter incolpare nessuno, pensare a cosa c'è dopo la morte, se ha provato dolore nel distacco dalla vita, che cosa ha fatto prima di arrivare alla stazione. 

In meno di cento pagine l'autrice delinea tutti gli stati e tutto ciò che passa per la testa a chi ha perso qualcuno di caro all'improvviso e in modo violento. Nel frattempo ci racconta come ha conosciuto Harris come è cresciuta la loro amicizia che assomiglia molto di più a un amore platonico o ancora sul nascere anche dopo dieci anni di conoscenza. Si trova a fare paragoni, a creare realtà in cui lei è sposata con Harris, in un presente dove lui è ancora qui, ancora vivo. Prova ad affidarsi alla religione che le reca conforto fino a un certo punto annaspando in uno stato che piano piano diventa catatonico.

Ho provato un grande feeling (ma anche antagonismo) con l'autrice alcuni pensieri sono passati più di una volta anche nella mia di testa (perché non si possono sostituire i morti? Perché proprio lui e non un altro?), pensieri tanto terribili quanto umani. L'autrice arriva addirittura a figurarsi la morte di tutte le sue persone care per prepararsi a un futuro lutto e reagire meglio rispetto a quello di Harris. 
Un libro che rimbalza dal compassionevole al cinico, quasi bipolare, dallo stile davvero pulito e smaliziato di chi non ha più nulla su cui riflettere, di chi è svuotato, stanco, una riflessione personale che ho trovato tanto illuminante quanto, a tratti, estremamente egoista, superba al limite del patologico.
Può succedere di provare così tanta empatia per una persona da giudicarla in maniera negativa perché ci ricorda i nostri di difetti? 

Ecco a me il libro è piaciuto perché mi ci sono ritrovata e al contempo il tema e i pensieri dell'autrice mi inquietano. Ogni breve riflessione o racconto è un pezzo del puzzle per capire meglio il rapporto tra di loro, mentre Harris rimane una figura fumosa: di lui sappiamo tante cose ma che in realtà non ci aiutano a immaginarlo come persona reale, rimane una sorta di impronta. 


Particolare, intenso, profondamente lucido e folle "Il salto" di Sarah Manguso non è un libro per tutti, di risposte non ce ne sono, solo empatia e conforto per chi è stato vittima dello stesso destino.



COPERTINA 6 | STILE 8 

Titolo: Il salto
Autore: Sarah Manguso, traduzione di Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 93
Prezzo: 16,00 euro

Trama:



Il 23 luglio 2008, a New York, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della metro. Harris amava la musica e le don­ne, aveva un lavoro, un amore e una vita piena, a tratti felice. Soffriva, però, di episodi psicotici, ed è dopo uno di questi che fugge dall’ospedale dove è ricoverato e si lancia nel bagliore di un treno in arrivo alla stazione. Per Sarah Manguso la scomparsa di Harris è la perdita di un amico, il più caro, il più intimo. Ma l’autrice non vuole ricostrui­ re le circostanze del suicidio e neppure scrivere la sua biografia.
Il salto è un memoir, una meditazione e un libro sulle parole: amicizia, memoria, dolore, morte. Parole sincere, perché precise e delicate. E immortali, perché materia della vita e di tutte le storie. Ma soprattutto parole coraggiose e neces­sarie, perché maneggiare il dolore è dif­ficile e faticoso, a volte quanto provarlo, ma aiuta ad accettare il distacco, anche quello de nitivo, e a fare il salto verso l’amore e l’infinito.


Questo libro è per chi si abbraccia, conta no a cinque, e poi sceglie di andare a dormire sul divano, per chi piange cantando a squarcia­gola Forever young di Bob Dylan, per chi saltella di gioia a pugni stretti e per chi crede che la misura del passato sia la larghezza, che come un’ala porta con sé anche gli amici perduti.



L'AUTRICE





Sarah Manguso vive a Los Angeles ed è autrice di short stories, poesie, memoir, tradotti in cinese, tedesco, portoghese e spagnolo. Ha ottenuto il supporto della Guggenheim Fellowship e della Hodder Fellowship e le sue raccolte di poe­sia Siste Viator e The Captain Lands in Paradise hanno vinto il Pushcart Prize. I suoi saggi sono apparsi su Harper’s, McSweeney’s, The Paris Review, The New York Review of Books e sul New YorkTimes Magazine.

Ongoingness (di prossima pubblicazio­ ne per NNE) è stato nominato “Editors’ Choice” del NewYorkTimes.




RECENSIONE || "Shaft, un detective nero sulle strade di New York" di Ernest Tidyman

<<"Non fare stronzate", disse. " Stai benone la festa è finita. Ce ne dobbiamo andare.>>


John Shaft è un duro. Il più duro di tutti, ed è un nero. Come potrei presentare diversamente un personaggio descritto e creato dalla penna del sapiente Ernest Tidyman? Sceneggiatore e autore statunitense ha scritto sette volumi della serie in cui Shaft è protagonista tra gli anni settanta e ottanta del Novecento, tradotti in Italia da Edizioni Sur, primo fra questi "Shaft, un detective nero per le strade di New York".


Johnny Shaft  è il tipico protagonista di un film noir, completo di (più di una) femme fatale, invicibile, imprendibile e inimitabile. Shaft è al limite tra il bianco e nero (letteralmente!) in una New York coprotagonista descritta nei minima dettagli, soprattutto nelle sue parti più oscure, dove la giustizia se la dividono la mafia italiana e i grandi ricchi, con le mani sporche di sangue, americani neri. Il nostro detective privato è aitante ha una marea di cicatrici -regalo della guerra in Vietnam- e solo ventotto anni, passati tra una famiglia adottiva all'altra e poi tra il letto di una bella donna e un altro. Però non bisogna sottovalutare Shaft: oltre che bello, non manca di essere intelligente e di buon cuore, perspicace dall'istinto impeccabile.


<<Un nero alto, in un completo leggero di lana grigia, che camminava svelto.>>



La questione razziale è il pretesto per il conflitto che vede Shaft protagonista: questo tema è insito e fondamentale nel romanzo, la divisione della società in classi vede i neri ghettizzati e i neri che lavorano per i bianchi (tipo Shaft) come qualcuno da snobbare e allontanare dalla comunità oppure da sfruttare per la sua ambivalenza in entrambi gli ambienti. 
John Shaft viene cercato dai pezzi grossi che hanno in mano tutto lo spaccio di New York, in particolare il più grosso di tutti Knocks Persons. Shaft non capisce il motivo di questa ricerca spasmodica ma decide di affrontare di petto la situazione come al solito: andare da Persons e farsi di dire che cosa vuole da lui. Shaft deve cercare una ragazza di nome Beatrice, la figlia di Persons. Un lavoro che scotta ma che viene ben pagato e che soprattutto ha anche l'appoggio della polizia: sotto c'è in ballo il possesso dei traffici di droga di Harlem che rischia di finire in un bagno di sangue se Shaft non gioca d'anticipo e sporco.


<<Knocks Persons avrebbe ricevuto il messaggio dal suo piccione caduto che qualcuno, giù in strada,  stava raschiando via dal selciato.>>



La trama di questo noir è davvero semplice: da lineare si divide in non più di quattro diramazioni e poi ritorna alla sua strada principale. Come lettrice apprezzo questa carratteristica perché spesso gli autori che ambiscono a scrivere un poliziesco avvincente tendono a perdersi in circonvoluzioni difficili da seguire, che porta più che altro a trascinarsi per i meandri di una storia che alla fine non ha né capo né coda. Tidyman in questo modo accontenta i lettori più avventurosi ma non trascura lo stile che appare ricercato e che delinea bene i personaggi, le ambientazioni e le situazioni con descrizioni mai prolisse ma del tutto esaurienti e davvero particolareggiate per questo genere: Tidyman non manca di comunicare ai lettori gli odori, i sapori, le sensazioni di Shaft e degli altri personaggi dimostrando una sensibilità acuta. 
La narrazione passa dal punto di vista di Shaft a quello della polizia fino a una narrazione addirittura in terza persona quando Shaft è impossibilitato a raccontare. La storia è segnata da atti di violenza e personaggi che si celano nell'ombra e in quel limbo tra la legalità e l'illegalità: il romanzo è pieno di sfumature, non c'è nulla di netto in Shaft, nemmeno il colore della pelle. Un eroe di altri tempi di cui innamorarsi, uno della vecchia guardia, realista ma pronto al sacrificio, con degli ideali e consapevole di non essere il tipo per una vita tranquilla che preferisce accarezzare e guardare da lontano, appoggiandocisi di tanto in tanto senza mai cedere. Il "bello e maledetto" ha sempre il suo fascino e ammetto che John Shaft mi ha conquistata!

Dal ritmo galoppante e dai risvolti più complicati di quel che Tidyman lascia intendere in superficie, "Shaft, un detective nero per le strade di New York" si conferma un libro immancabile nella libreria degli amanti dei polizieschi e dei noir.




COPERTINA 8,5 | STILE 8 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 7




Titolo: Shaft, un detective nero per le strade di New York
Autore: Ernest Tidyman, traduzione di Ettore Capriolo
Editore: Edizioni Sur
Numero di pagine: 229 
Prezzo: 15,00 euro, in offerta a 11,20 euro fino al 31/3/2017

Trama:

John Shaft ha ventotto anni, la pelle nera e una licenza di detective privato. Schivando i mille pericoli di una New York ribollente e ringhiosa, si muove sicuro tra la sua abitazione nel Village, il suo quartier generale in Times Square e il letto di una delle tante ragazze che sembrano immancabilmente cadergli ai piedi. Ma quando viene rapita la figlia del boss malavitoso Knocks Persons, Shaft si trova suo malgrado risucchiato in un intrigo colossale di cui perfino la polizia ignora i contorni e che coinvolge la mafia italiana, i militanti nazionalisti neri e la criminalità di Harlem. Con l’aiuto del tenente Vic Anderozzi e di Ben Buford, amico di gioventù e ora a capo di una potente organizzazione armata, Shaft dovrà tentare di disinnescare la più grossa guerra criminale e razziale che New York abbia mai conosciuto. Con molta azione, tanto sangue freddo, e più di un colpo di scena. In questo primo capitolo della saga di Shaft, l’autore Ernest Tidyman si diverte a giocare con gli stereotipi del genere hard boiled (e con quelli razziali), dando vita a un racconto avventuroso e politicamente scorretto, intricato come un film del primo Tarantino e crudo come un romanzo di Ellroy.


L'AUTORE

Ernest Tidyman (1928-1984) è stato un romanziere e sceneggiatore statunitense. Oltre ai sette volumi del ciclo di Shaft, pubblicati tra il 1970 e il 1975, è autore di Flower Power (1968), Line of Duty (1974), Dummy (1974), Big Bucks (1982). La sua sceneggiatura per Il braccio violento della legge è stata premiata con un Oscar nel 1972.


domenica 19 marzo 2017

Festa del papà, leggere insieme!

Una festa importante per la nostra famiglia è quella del papà!


Il papà di Gabriele è spesso via per lavoro, quando torna i giochi all'aperto non mancano mai ma condividono sempre più spesso il momento speciale della lettura. Ho allestito un angolo di lettura per Gabriele in collaborazione con Collègien e Baby Bottega. Creare un ambiente confortevole, con cuscini morbidi, dei materassini e tanti libri per Gabriele era uno dei miei obiettivi per avvicinarlo alla lettura e passare del tempo insieme attraverso tante storie e personaggi. 







Vestiti comodi e il cotone biologico di Nobodinoz (sul sito troverete tantissimi prodotti dallo stile nordico e disegni geometrici) hanno subito conquistato la sua attenzione.

Come l'anno scorso, cercherò di darvi qualche consiglio per leggere insieme a vostri bambini libri a tema.

Quest'anno torno a un classico di un autore a me davvero caro: Eric Carle. "L'ippocampo, un papà speciale", Mondadori, è un libro nel solito stile super colorato ma mai troppo netto dei libri di Carle. La storia parla di papà ippocampo che incontra tanti altri papà che si occupano della propria prole al posto delle mamme. Mano a mano che il cavalluccio marino solca i mari diventa sempre più grande... eh già nella sua sacca le uova aspettano di schiudersi! Una parte divertente del libro è che tra le pagine con il testo sono inserite delle parti plastificate decorate con alghe o massi che nascondono altri pesci marini, un piccolo intercalare per coinvolgere i bambini, anche i più piccoli, nella storia.  Il racconto termina con papà ippocampo che dà alla luce i suoi piccoli ormai pronti per affrontare da soli il mondo. 

Un altro libro che vi consiglio, soprattutto per i bambini dai 3 anni in poi è "Qualcosa da
fare" di David Lucas, Valentina Edizioni. Il libro fa da base per una storia frutto dell'immaginazione: il piccolo orsetto non ha nulla da fare, il papà lo porta a fare una passeggiata che diventa interessante con il ritrovamento di un rametto che a sua volta è il trampolino per arrivare fin nello spazio, tra le stelle. Le pagine bianche con al centro la figura piccola e quella grande degli orsi crea un effetto sorprendente: automaticamente gli spazi vuoti si riempiono con immagini della nostra fantasia.



Qui vi ripropongo "Ti voglio bene anche se..." di Debi Gliori, Mondadori, libro che Gabri mi continua ancora a chiedere nonostante le tante letture: le due volpi lo hanno conquistato. 







Piccoli consigli assicurano momenti piacevoli, un modo per stimolare la loro fantasia e per creare un rapporto armonioso e complice con i personaggi preferiti dei nostri bambini.


lunedì 13 marzo 2017

RECENSIONE || "Inseparabile" di Lalla Romano

<<Quello che avvertì fu la potenza affermativa che consiste nel negare la negazione. Inseparabile significa "legame nonostante tutto". Inseparabile è lo specchio della sua tenue, intensa vita.>>

Ritroviamo in "Inseparabile" lo stile brillante, preciso, emotivo di Lalla Romano, Edizioni Lindau.

La storia riprende quella de "L'ospite" in cui l'autrice si ritrae nei panni della nonna di Emiliano, suo nipotino. Adesso Emiliano è più grandi frequenta le scuole elementari e sta attraversando, insieme ai suoi genitori, un periodo di separazione.

Il titolo "Inseparabile" riprende diversi e progressivi distacchi che colpiscono principalmente Emiliano ma che in pratica cambiano la vita un po' di tutti i personaggi. La separazione dei genitori di Emiliano e quindi anche dai nonni paterni, sempre presenti ma non costantemente parte della vita del nipote; la morte vista la prima volta con gli occhi di Emiliano del nonno Paolo, del bruco in strada, dei pesci al negozio, l'allontanamento sempre più profondo tra Piero e i suoi genitori. Insieme al tema della separazione periodica o definitiva che sia, Emiliano impara anche il concetto complementare ed opposto, l' "aggiustare": nel romanzo possiamo ritrovare più volte questo tema riferito ad oggetti come il motore regalato da Dionigi, il nuovo compagno della mamma, o a persone "L'avevano portato sall'ospedale, ma il dottore non aveva cerotti.." o ancora a relazioni. 

<<Lui si fermò a fissare una lepre. Domandò:"Era viva?"
"Era": aveva capito, e lo diceva così, con la sua precisione ma alludendo, come per pudore. Disse ancora:"Correva?" col suo tono gentile, ma definitivo. Era detto tutto. Misurava da solo - la sua mano nella mia, ma solo - quello strappo, quello stacco incolmabile.>>

<<Vorrei che ci separassimo per un poco, ma lui è assoluto: o tutto o niente.>>

Lalla Romano supera con "Inseparabile" il romanzo precedente "L'ospite" per trasporto e puntualità, raccontando una storia avvincente (nel senso di interessante, che fa presa sul lettore) con uno stile mai approssimativo, con una scelta del lessico curata nel minimo dettaglio dal punto di vista semantico: per l'autrice ogni cosa ha un suo nome, un suo significato e il suo posto nella storia. Il lettore, grazie a questa incredibile qualità, è collegato alla Romano da un cordone ombelicale fatto di parole che comunicano esattamente ciò che c'è da dire, nulla di più e nulla di meno. 

<<I nomi l'hanno sempre intrigato, ha incominciato presto a giocare con essi: come chi è padrone delle parole e di conseguenza anche delle cose, delle persone.>>

Anche in questo caso l'autrice predilige il racconto di eventi significativi della storia piuttosto che uno storytelling continuo, evitando ripetizioni e parti noiose. La sua attenzione è concentrata nell'interpretare i comportamenti di Emiliano - fulcro della storia  è anche l'unico collante tra i personaggi - che sembrano trasparenti ai suoi occhi, come quelli delle persone che la circondano dimostrando un'empatia e una sensibilità fuori dal normale. Queste analisi discorsive in cui l'autrice ci mette al corrente dei suoi pensieri che riguardano le emozioni e azioni altrui sono sempre personali  e mai definitive, per questo degni di attendibilità.

Il ruolo di nonna e narratrice vanno di pari passo, attribuendo caratteristiche ai personaggi non solo dal suo punto di vista (quello reale, di nonna, moglie, madre e suocera) ma anche dal punto di vista di "creatrice di universi", descrivendoci i personaggi e disegnandoli con piccoli tocchi, frasi dette, gesti fatti, magari uno sguardo. Con la sua eleganza, Lalla Romano, non cerca di incatenarli, ma piuttosto di dargli contorni fluidi con la possibilità di cambiare nel tempo e nello spazio, reali e sempre con un qualcosa di misterioso e indecifrabile che solo la natura umana è capace di creare.

Un libro esempio di stile ma anche di acuta sensibilità e dolcezza, un libro che consiglio ai lettori a cui piacciono storie di vita reali e che non vogliono rinunciare a una scrittura qualitativamente alta.


COPERTINA 7,5 | STILE 9 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Inseparabile
Autore: Lalla Romano
Editore: Edizioni Lindau
Numero di pagine: 216
Prezzo: 18,00 euro

Trama

Inseparabile è il libro che fa dittico con L’ospite, pubblicato otto anni prima, ma qui Emiliano – l’«ospite» che cresce – più che un protagonista è il filo conduttore di una trama complessa, che coinvolge più persone. Non è più «un piccolo dio», ma è attore involontario e vittima innocente intorno a cui continua a ruotare il mondo non sempre provvido degli adulti, ognuno con diverse gradazioni di ruolo e di coinvolgimento.
Il tutto visto sempre dagli occhi di quella nonna, Lalla Romano, che dice io: un io che scrive assai prossimo all’io che vive. Il rapporto fondamentale nel libro (già presente ne L’ospite) continua a riguardare in primis il nipote e la nonna, pur essendoci più campo per gli altri comprimari: Marlène, la mamma di Emiliano; Piero («Papeo»), il suo papà (nonché figlio della scrittrice, con cui i rapporti sono complicati da sempre); il solidale nonno Innocenzo; il diffidente Dionigi, nuovo compagno della madre, e altre figure minori. 
Sono le emozioni e i sentimenti i veri protagonisti del romanzo, ed è nel loro intreccio tutto umano, seguito dall’autrice con acuta e lucida sensibilità, che si formano la trama narrativa e le vivissime fisionomie dei personaggi. 


L'AUTRICE

Lalla Romano nasce l'11 novembre 1906 a Demonte in provincia di Cuneo. Durante gli studi letterari all'Università di Torino, si dedica in un primo momento alla pittura, frequentando la scuola di Felice Casorati. Esercita per vent'anni l'attività pittorica, accanto a quella della scrittura, mentre lavora come insegnante. Incoraggiata da Eugenio Montale, nel 1941 esordisce con la raccolta di versi Fiore, seguita da L'Autunno(1955) e Giovane è il tempo (1974). 
Dopo il trasferimento a Milano, pubblica libri di narrativa, fra cui Le metamorfosi e Maria (1953, Premio Veillon), Tetto Murato (1957, Premio Pavese); ma è il romanzo Le parole tra noi leggere a renderla nota al grande pubblico nel 1969 e a farle meritare il Premio Strega.

Seguono poi – fra gli altri – La penombra che abbiamo attraversatoUna giovinezza inventataInseparabileUn sogno del NordLe lune di HvarUn caso di coscienza e Nei mari estremi. Ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni nonostante la cecità progressiva. Si è spenta a Milano il 26 giugno 2001. Diario ultimo, pubblicato postumo nel 2006 a cura di Antonio Ria, costituisce la sua estrema testimonianza narrativa.