venerdì 3 febbraio 2017

RECENSIONE || "La mia vita è un paese straniero" di Brian Turner

<<Dall'altra parte della città, un bambino piccolo bacia suo padre sulla guancia. I soldati inspirano il fumo acre, piegano la testa all'indietro ed espirano alla superficie morta della luna. [...] Per il momento sono soldati. Sono giganti che osservano la vita di qualcun altro in scala. Stanno fermi nel grande flusso della Storia - passata, presente e futura- e lo risucchiano tutto.>>


Mentre scrivo questa difficilissima recensione ascolto la playlist proposta da NN Editore, pezzi scelti per leggere "La mia vita è un paese straniero" di Brian Turner. In particolare ascolto "Crystal Blue Persuasion" di Tommy James and The Shondells. Cerco le parole, il loro significato, per darvi un'idea quanto più vicina di questo forte libro.








Prima di mettere mano a questo volume avevo letto recensioni positive tanto da farmi agognare il libro che per troppo tempo è rimasto nella mia wishlist, sempre ai primi posti. Non avevo esattamente capito che non si trattava proprio di un romanzo in senso "classico". Una storia con un capo e una coda, con dei protagonisti dotati di nome e cognome. Il libro di Brian Turner è conformato, materialmente parlando, come qualcosa di notevolmente diverso da tutto ciò che potrete leggere ultimamente. 

Le pagine non sono numerate le parti del libro separate da fogli grigi e alla fine del volume troverete addirittura dello spazio per annotarvi pensieri, citazioni, idee.
Ma voi vorrete sapere cosa contiene questo benedetto libro. Di che parla?


"La mia vita è un paese straniero" parla della vita e della morte. Della paura e della timidezza. Dell'amore e dell'aggressività. Il protagonista è lo scrittore stesso, veterano di guerra. ha combattuto in diverse guerre in particolare in Iraq e Bosnia vedendo e respirando una marea di atrocità. Il racconto è una sorta di flusso di pensiero che lo scrittore segue passo passo, prendendoci per mano e facendoci sentire che cosa ha vissuto, che cosa ha dovuto vedere che cosa ha dovuto fare e combattere.

Limitare il contenuto alla guerra però sarebbe riduttivo, perché Turner ci fa fare un giro nella sua vita, nei suoi ritorni a casa in licenza in America, dove il mondo ha compiuto la sua ellisse anche senza di lui, dove i cecchini non sono appostati sui tetti, dove non esistono celle con uomini con sacchi in testa lasciati a morire in un angolo perché non parlano con gli interrogatori. Brian non riesce a tornare in questo mondo, ormai è sradicato dalla vita normale, non vuole abbassare la guardia ha troppa paura che quando tornerà là dai suoi compagni, nelle tende di nylon e nei bagni chimici non riuscirà a tenere alta l'attenzione.



<<Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?>>


L'autore non risparmia nulla al lettore, alcune delle storie che ci racconta iniziano in modo abbastanza normale e finiscono in maniera terribilmente drammatica; riporta stralci di conversazione tipici dell'esercito che fanno accapponare la pelle, che per loro, in quel contesto, in una base delimitata da muri anti mortaio trovano un loro senso, orribile ma che servirà loro per sopravvivere. 


<<"Siamo circondati da morti. E da pezzi di morti" disse Fredrickson enfatizzando la parola pezzi. "La vostra squadra si è imbattuta nel luogo di una possibile imboscata. Nessuno  sopravvissuto. È una simulazione con feriti multipli. Quindi: qual è la prima cosa da fare?>>

La prosa diventa spesso poesia, quasi mai in versi, ma con figure retoriche che disegnano la scena e che proiettano nella mente del lettore un film assurdo o assurdamente reale. 
Spesso ho dovuto rileggere dei pezzi o pagine intere perché non sempre è semplice seguire quello che l'autore ci vuole dire. 
Turner si sposta nel tempo e nello spazio, seguendo i suoi pensieri o ancora più spesso i suoi sogni. Alcuni viaggi sono irreali, altri immaginati come quelli che fa accanto a sua moglie, a proposito di suo padre o suo nonno entrambi impegnati in qualche combattimento. Immagina come si devono essere sentiti là, nel momento catastrofico dello sbarco, dove tutti sparano e dove per avanzare si deve calpestare un compagno, e cerca di sovrapporre questa immagine alla persona che adesso sta sdraiato in poltrona a guardare film western o a seguire con gli occhi la gente dalla veranda. 

<<I paesi toccano altri paesi e io li attraverso uno dopo l'altro, e provo a scuotere il passato per trovare un mondo in cui vivere.>>

Altre volte pensa agli uomini che ha ucciso, ai figli che non rivedranno più i padri, in un misto di colpa ma anche di consapevolezza, quello che più volte ripete nel libro essere il suo destino: portare il fardello di tutto ciò che si è visto e fatto lontano da casa, nel campo di battaglia, a casa di qualcun altro.


Un libro per nulla semplice ma che lascia a fine lettura il sapore di qualcosa di grande che è rimasto dentro di noi, una di quelle schegge di muro che un mortaio ha abbattuto proprio accanto a noi.


<<Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c'è spazio per tutto quello che devo portarci. L'America, smisurata ed estesa da un oceano all'altro, non ha abbastanza spazio pro contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. 
E anche se ne avesse, non vorrebbe.>>



COPERTINA 8,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 9



Titolo: La mia vita è un paese straniero 
Autore: Brian Turner, tradotto da Guido Calza
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 208
Prezzo: 18,00 euro

Trama:

Nel 2003 il sergente Brian Turner è a capo di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Dieci anni dopo, a casa, accanto alla moglie addormentata ha una visione: come un drone sulla mappa del mondo, sorvola Bosnia e Vietnam, Iraq, Europa e Cambogia.


Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno, con i giochi da bambino e le vite degli amici caduti in battaglia.

Così, tutti i conflitti si dispiegano sotto di lui in un unico, immenso, territorio di guerra e violenza.

Nel 2003 il sergente Brian Turner diventa un poeta e quando, dieci anni dopo, la visione torna nella sue notti insonni, grazie alla poesia riesce a raccontarla così da accettarne la memoria – una memoria tanto grande che l’America non basterebbe a contenerla, e che sfrega l’anima fino a scorticarla.

Liberata la nostalgia, la compassione e il desiderio di verità, La mia vita è un paese straniero racconta in diretta le azioni, le esercitazioni, i vuoti e i rumori, la paura e il coraggio, la tragedia e la gioia dei ritorni. E riconnettendo vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di riallacciare il filo del senso a quello del silenzio.



L'AUTORE




Brian Turner ha servito per sette anni nell’esercito americano. È stato in Bosnia-Erzegovina e in Iraq, in Medio ed Estremo Oriente. Saggista e docente universitario, ha debuttato nel 2005 con la raccolta di poesie Here, Bullet, ottenendo riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua seconda raccolta, Phantom Noise, è stata candidata al premio T.S. Eliot nel 2010.

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