martedì 10 gennaio 2017

RECENSIONE e INTERVISTA || "Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri

Buongiorno, lettrici e lettori!



Sono davvero contenta di recensire in anteprima il libro del vincitore del Premio Italo Calvino 2015,
"Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri (18,oo euro, 345 pagine) Feltrinelli Editore.


Un romanzo molto intenso e sintatticamente, lessicalmente e narrativamente denso.



Sì, denso. "Teorema dell'incompletezza" ha una trama molto avvincente che rapisce al primo sguardo sulla quarta di copertina. Due fratelli ai poli opposti, il loro papà morto in una rapina nel suo bar e una cornice contente una moneta, sul cui retro c'è un codice cifrato che dice "Non lasciarmi sola Clelia 1979". 


Allora forse la morte del padre non è stata a causa di una rapina. Che cosa nasconde il suo passato? Ecco che entra in campo nei pensieri del nostro protagonista (il fratello "pecora nera" il fratello Tito: poliziotto, fedele ai suoi principi, retto e rigido. Tito è già da tempo sulle tracce del passato del padre. I casi sono due o il padre faceva parte delle brigate rosse con Clelia o era una spia. Oppure la spia era Clelia?



Ecco che Callieri ci riporta attraverso la storia combattuta, sordida e intrigante fino agli anni settanta del Novecento, gli anni di Piombo. Un periodo pieno di sfumature e di estremismi, un lasso di tempo confuso e nerissimo che sarà riesumato attraverso le ricerche dei due fratelli e dei loro amici.


Lo scenario che crea l'autore può sembrare al primo impatto molto confuso, il lettore  si sente smarrito, fatica ad entrare nella storia e creare un rapporto di complicità con i personaggi. Dopo i primi momenti si entra nel clima di tensione che Callieri mostra attraverso la vita squilibrata che conduce il protagonista: alcol, droga, visioni del padre che lo porta attraverso la sua storia, nel passato, idee al limite della criminalità.
Il continuo scontro con il fratello poliziotto ("la guardia") riesce a far emergere le visioni opposte della società su temi politici e umani spinosi: dal G8 alla politica che imperversava all'epoca, con frasi fatte, pensieri comuni ma anche innovativi che possono nascere solo da un dibattito. In una Roma decisamente "burina", il lettore viene trasportato attraverso il tempo in un vortice molto realistico. 



Oltre al presente e ai flashback, nel libro  sono presenti capitoli dedicati a dei Diari criptati in cui i fatti storici sono gli unici dati che troviamo. Questa idea aiuta molto a capire la parte narrativa del libro, guidando il lettore a percorrere la storia che sempre di più si complica e si ammassa. Un romanzo d'esordio molto profondo e non adatto a tutti, con un'accento su temi poco frequentati e originali, difficile da scrivere mischiando fatti storici inoppugnabili con una parte narrativa di fantasia e un tocco di soprannaturale (o allucinazioni risultato delle tante droghe assunte?). 


Per completare questa recensione credo sia meglio lasciare spazio a Valerio Callieri. Simpatico e per niente pomposo vi consiglio di leggere questa intervista:












L'Officina del Libro: Innanzitutto vorrei chiederle come è nata l’idea di una storia così densa e piena, con questi due personaggi contrapposti (Tito e suo fratello) e una storia quasi di spionaggio nella Roma odierna.

Callieri: I personaggi sono nati con diversi tentativi di riscrittura, sono nati insieme allo stile del romanzo, credo. Ho sentito la necessità di raccontare innanzitutto delle dinamiche emotive che mi coinvolgono e di farle interagire con il contesto sociale degli ultimi cinquant'anni. Di raccontare la nostra storia da punti di vista inconciliabili, in modo che ognuno fosse un diverso paio di occhiali e che nessuno paio di occhiali fosse quello “giusto”, quello con la messa a fuoco perfetta. E poi, al di là di tutto, credo che la storia italiana sia un generatore di storie che aspettano ancora di essere raccontate con lenti di diverso spessore e colore.


L'Officina del Libro:  Leggendo il libro ho notato che il punto di vista da cui viene raccontata la storia (Diari a parte) è quella del fratello che ha più problemi. Droga e una mancanza e un lutto che non vuole essere riconosciuto. In questo modo vuole sostenere una certa posizione, forse personale?

Callieri: Il personaggio del narratore, il fratello minore, è fondato su una ferita di malinconia. Tenta di nasconderla o ripararla con i mezzi a disposizione, quelli del contesto sociale e relazionale. Ma più di quelli elencati nella domanda, ciò che lo caratterizza veramente è l'ironia con la quale si difende dal contatto reale con se stesso e con gli altri, da una relazione amorosa per esempio. Per quello che mi riguarda: tutto è personale e tutto il personale deve essere tradito per funzionare in una narrazione.


L'Officina del Libro:  Sappiamo che far coincidere una storia “di fantasia” con degli eventi storici non è semplice; ancor meno se il periodo di cui parliamo fa parte di una sezione di storia italiana davvero nera, gli anni di Piombo. Quanto è stato difficile incastrare tra loro gli avvenimenti e i personaggi per far risultare l’idea di un’atmosfera continuamente sfumata e sbavata, dove la ragione non sta da nessuna delle due parti, senza tralasciare il realismo?

Callieri: Penso che questa sia la sfida del romanzo che si va impelagare in questi territori. Riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la Storia e i percorsi interiori dei personaggi in maniera che si facciano eco a vicenda. È difficile ma è probabilmente un grande allenamento narrativo, scrivere su una strada con degli argini che non puoi scavalcare quando vuoi.

L'Officina del Libro: Quale dei personaggi la rappresenta di più e le è stato più d’ispirazione nel romanzo?
Quale il più semplice o il più complicato da creare?

Callieri: Elena è stato quello che più complicato per me. Spero tanto di aver sfiorato una delle tante possibilità del “femminile reale”. È incredibile come ci sia una sorta di immaginario, assorbito nel tempo, che spinge verso la costruzione del personaggio femminile come “angelo del focolare”, manipolatore o tremendamente seduttore. Un immaginario di cui non è tanto facile liberarsi, purtroppo. Razionalmente sappiamo che sono stereotipi e non archetipi, ma far sì che questi stereotipi non si attivino durante la scrittura è un lavoro di scavo in stessi. E una necessità, credo, della narrazione di oggi (oltre che politica, ovviamente).


L'Officina del Libro:  Mi ha colpita molto il rapporto tra i fratelli che, dopo la morte del padre, sono opposti tendono a ricongiungersi per scoprire che cosa è accaduto. Anche in questo hanno visioni diverse e solo alla fine il loro rapporto si sana in termini drammatici. Ha preso spunto da esperienze personali nel creare il loro rapporto oppure è frutto della sua fantasia?

 Callieri: Non c'è un'esperienza personale in senso stretto. Ehm... sono figlio unico. Però, appunto, è innegabile che ogni dinamica emotiva della storia nasca da qualcosa che ho sentito e che ho trasfigurato. E tradito, come dicevo prima. Ci sono rapporti di amicizia, per esempio, che possono essere simili alla fratellanza, raramente ma ci sono.


L'Officina del Libro:  Gli amici del fratello minore non sono questi stinchi di santo, tra droga e rappresaglie politiche sono decisamente dalla parte della criminalità. Lo stesso rimangono fedeli al loro amico, il loro giudizio è quindi mitigato.
Qual è il suo punto di vista in questa situazione? Ragazzi borghesi uguale bravi ragazzi, ragazzi che non sempre filano dritto uguale ragazzi migliori, oppure ha una sfumatura intermedia?

Callieri: Per dirla in maniera pomposa: il mio punto di vista è quello drammaturgico. Quello che ho tentato di fare è proprio questo: evitare qualsiasi giudizio di natura morale o sociologica sui personaggi. Credo una delle funzioni della letteratura è portarci molto lontano da lì, e anzi farci abbracciare posizioni che nella nostra quotidianità difficilmente staremmo ad ascoltare. 
Come esempio, così su due piedi mi vengono in mente Le benevole di Littel, Brevi interviste con uomini schifosi di Wallace o Io sono il mercato di Rastello.


L'Officina del Libro: C’è un che di soprannaturale nel libro, quando il protagonista vede e sente il padre nel passato, una sorta di fantasma che lo ruba alla realtà, come se cercasse di aiutarlo a capire che cosa è davvero successo. In un libro così attaccato fatti storici e quindi davvero legato alla realtà, è stato rischioso inserire una parte che poteva stonare ma che alla fine si amalgama benissimo alla trama. Come le è venuto in mente questo espediente?

Callieri: Beh, innanzitutto grazie per “si amalgama benissimo alla trama”. Sì, forse è stato rischioso perché, mi viene da pensare, è una commistione di generi. È difficile trovare, nel nostro panorama editoriale (per quello che conosco almeno), questi scavallamenti: nel senso un noir è un noir, a volte a sfondo storico, a volte metropolitano. Io non saprei proprio definire la mia storia, perché ha un impianto innegabilmente “detective”, però è, almeno spero, impastata di ironia, poi c'è un fantasma e poi la Storia come territorio in cui si muovono i personaggi... boh. L'espediente del fantasma è stato, come dire, istintivo. Poi l'ho lasciato, perché funzionava, perché secondo me raccontava la ferita e il desiderio del protagonista in maniera “visiva”.

L'Officina del Libro:  Questo è il suo primo romanzo, vincitore di un importante premio per scritto emergenti, il Premio Italo Calvino. Sta lavorando già a un secondo romanzo?

Callieri: Diciamo che prendo appunti e leggo molto. Diciamo che è una domanda che mi fa aumentare il battito cardiaco e pensare oddio, oddio e questa come la sfango?  








4 commenti:

  1. Ciao Sara, il tuo pensiero mi ha incuriosita parecchio. Non conoscevo il romanzo e nemmeno l'autore. Grazie per la tua segnalazione

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    1. Ciao! Grazie a te per essere passata! Buona lettura :)

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  2. Ciao, mi hai proprio incuriosito!! Sia tu con il tuo racconto, sia l'autore...... E poi il premio Calvino é una garanzia...... Domani subito il libreria!

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