lunedì 23 gennaio 2017

RECENSIONE || "Ora che è Novembre" di Josephine Johnson

<<Ma sempre al fondo di queste cose c'erano la pace della collina e i pascoli rocciosi, che a volte mi facevano vergognare di essere quello che ero, umana, colma di mille pensieri verminosi e di egoismo, ma più spesso che mai erano come mani che curano.>>

In questo modo Josephine Johnson ci fa entrare nel mondo della famiglia Haldmarne composta da tre sorelle e i genitori. Siamo nel periodo buio e opprimente della grande Depressione americana: le città e gli operai erano in rovina, nei campi si cercava di tirare avanti ed era l'unico mestiere a cui attaccarsi per riuscire a sfamare la propria famiglia.

Chissà perché si immagina sempre un universo bucolico "buono", come se Madre Natura fosse pronta in ogni momento ad accoglierci a braccia aperte, a consolarci, curarci e sfamarci. In "Ora che è Novembre" si presenta qualcosa di estremamente diverso. La Natura è qualcosa di una bellezza spaventosa e letteralmente terrificante: cibo per gli occhi e nient'altro. Tutto ciò che coltiva la famiglia Haldmarne in qualche modo è insufficiente o cattivo per via della siccità o degli insetti o delle cavallette. 

Inizialmente appena trasferiti dalla città le tre ragazze -Kerrin, Marget e Merle- si integrano bene nella vita rurale che è faticosa ma sostenibile. Come se fosse una grande avventura. Scoprono la pace di un lago, la bellezza degli animali e la crudeltà della vita. Il padre delle ragazze è oppresso dall'ipoteca che c'è sulla terra e dalla fatica di un lavoro così totalizzante. Le terre da arare e coltivare, gli animali da sfamare e pascolare, tutti i prodotti da vendere. La paura di vedersi portare via la terra si allarga a macchia d'olio a tutta la famiglia ma in particolare a Marget, la nostra narratrice e protagonista. Il senso di questa sciagura viene assimilato dal lettore in un modo molto realistico e angosciante: coltivare in continuazione, vendere e cercare di racimolare più denaro possibile per pagare l'ipoteca, le tasse e mangiare. La povertà non ha limite ma si pensa sempre che le cose vadano meglio, un giorno.

<<Mi sentii strana. Allora non sapevo che cos'era, ma era l'inizio della paura.  Paura che la vita non fosse sicura o comoda, o difficile e dura, ma che ci fosse un margine  oscuro che non era né l'una né l'altra cosa, e fosse invece inspiegabile e incomprensibile.>>

In questo libro la nozione temporale è un continuum, non si spezza, passano dieci anni e tutto è come prima, i personaggi sono a malapena invecchiati, piuttosto infiacchiti dalla calura e dai raccolti scarsi, da quella speranza che non vuole morire ma rimane sempre delusa, mese dopo mese, anno dopo anno.

<<Quegli anni sono passati lenti per noi. Lenti perché gravati dal peso delle cose fatte, e dal peso più grande delle cose incompiute e ancora da imparare. Le stagioni scorrevano l'una dentro l'altra e non stavano mai ferme, ma non c'era rapidità né niente, c'era solo un lento mutare tranquillo.>>

Kerrin è la più strana delle tre sorelle, oltre che la maggiore, in lei vediamo un vena di follia, una sorta di natura al limite del selvatico che si spegnerà in modo consono a ciò che è. Marget, colei che  racconta tutto, è la più riflessiva e scialba: innamorata di Grant - aiutante, che farà la comparsa ad un certo punto del libro- ma non corrisposta è mangiata viva dall'ansia per l'ipoteca, un amore che mai sboccerà e la preoccupazione per ogni singolo membro della famiglia. Merle, la più giovane è ottimista e positiva, non si lascia scoraggiare dal lavoro. Il suo animo colpisce Grant che si innamora di lei senza essere corrisposto. 

<<Sentivo qualcosa martellarmi in gola, e mi tremavano le mani, congiunte come foglie vecchie. Corsi fuori dal capanno e lo lasciai lì. Non so che cosa abbia pensato. Piangevo, e mi faceva male piangere.Ero gonfia di nausea e odio perché lo amavo.>>

Un romanzo in cui si sente la meraviglia della natura che è segnata da sciagure, in cui ogni momento di felicità è macchiato e rovinato da qualche incidente o semplicemente da qualcosa che non è andato per il verso giusto oppure dai rapporti famigliari che si fanno sempre più rovinosi. Lo stile di Josephine Johnson non è fluido, rimane appiccicato alle pagine ed è difficile staccarne il contenuto. Questo breve romanzo lascia una forte impressione sul lettore che in definitiva ha un retrogusto acido e amaro che non ammette un lieto fine ma ci insegna che alle volte la realtà è tutto ciò che abbiamo e che quindi dobbiamo apprezzarla per quello che è.

<<E le cose costate più di quanto valgono lasciano un sapore amaro. Un sapore di sale e sudore.>>


COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 7



Titolo: Ora che è Novembre
Autore: Josephine Johnson 
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 181
Prezzo: 17,00 euro



Trama:

Sono passati dieci anni da quando gli Haldmarne hanno lasciato i modesti agi della vita di città per tornare alla terra di famiglia. Kerrin, Merle e Marget sono diventate grandi in campagna, divise tra i doveri pesantissimi del lavoro quotidiano ("quella confusione che è la nostra vita e che ci impedisce di essere davvero vivi") e l'incanto dell'infanzia passata all'aria aperta, respirando paesaggi che mutano di ora in ora. Mentre per Marget e Merle la natura è fame e cibo insieme, e riesce a placare le loro ansie di crescita, Kerrin è selvatica e strana, rosa da un'inquietudine feroce che nemmeno la salda presenza della madre riesce a contenere. La terra è gravata da un'ipoteca che pesa come un macigno sull'anima già inasprita del padre e sparge insicurezza in famiglia. Mentre una siccità senza tregua devasta i raccolti, ad alleviare le fatiche degli Haldmarne arriva un giovane uomo assoldato come bracciante. Grant ha studiato, è stato in città; riesce a far sorridere le ragazze, a distrarle, ma anche a dividerle. E intanto la pioggia non arriva, e le stravaganze di Kerrin sfociano in una vena di follia. È Marget, ora che è novembre e tutto si è concluso, a raccontarci la storia di una famiglia che si sgretola, del mondo agreste che là fuori si sfalda sotto un sole impietoso, delle disgrazie che si abbattono una dopo l'altra sugli Haldmarne e sui loro vicini, senza risparmiare nessuno.

L'AUTRICE

Josephine Johnson

NASCE IL 20 GIUGNO 1910, DA UNA famiglia di commercianti, a Kirkwood, Missouri, dove trascorre infanzia e adolescenza. Quindi si iscrive alla Washington University a St. Louis. Nel 1932 lascia gli studi e torna alla fattoria di famiglia senza essersi laureata; sistema una scrivania nella mansarda, proprio sotto il lucernario, e si dedica alla scrittura. Prima racconti e prose brevi, poi un romanzo Now in November, per cui le viene assegnato il PREMIO PULTZER per la narrativa nel 1935, a soli 24 anni. Nel 1942 sposa Grant G. Cannon, caporedattore del «Farm Quarterly», con cui si stabilisce prima a Iowa City, poi, nel 1947, nella Contea di Hamilton in Ohio. Il viaggiatore oscuro esce nel 1963, e nel 1967 inizia il lavoro a The Inland Island, un libro sulla riserva naturale di famiglia, che molti critici paragonano a Walden di Henry David Thoreau. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, la Johnson sfrutta la sua consolidata celebrità per promuovere cause che le stanno a cuore: la salvaguardia dell’ambiente, la pace nel mondo, l’eliminazione della povertà, il miglioramento delle città, la libertà di parola. Morirà di polmonite a 79 anni.







2 commenti:

  1. Mi trasferisco a casa tua - Parte 2 (ci sono anche i biscotti!).
    Scherzi a parte, recensione utilissima e altro romanzo che punto. :)

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    1. Ciao! Ho trovato casa e ci sono ben 3 camere!!! Quindi se e solo se porti i biscotti sei il benvenuto! Bisogna che prenda della Johnson anche il viaggiatore oscuro, porca paletta!

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