lunedì 30 gennaio 2017

RECENSIONE || "Giardini di consolazione" di Parisa Reza

<<Mandano signori in Europa per riportare il meglio, perché vogliono avere qui tutto ciò che c'è di maglio: la costituzione, la laicità, la libertà di espressione, i diritti civili... Tranne che queste cose non si possono imporre né comprare, sono cose che si imparano e ci vuole tempo, molto tempo. Invece loro vogliono andare veloci, allontanare di colpo tutti gli elementi religiosi dalla vita pubblica: in pochi anni, possibilmente con un gesto della mano, in un paese a maggioranza tradizionalista! E quando dico maggioranza parlo di un ottanta percento di analfabeti! Datevi tempo, amici, datevi tempo>>


Così Parisa Reza in "Giardini di consolazione" Edizioni E/O delinea la storia dell'Iran, tramite la vita e le idee della famiglia Amir, originaria del Qamsar, piccolo villaggio sulle montagne che negli anni venti del Novecento si trasferisce con tante belle speranze in una città vicino a Teheran. L'Iran è ancora un paese religioso, Talla, dodicenne,  ha sempre vissuto solo a Qamsar e non si copre il capo con il chador, usa un semplice fazzoletto e lascia le trecce e i capelli liberi. Arrivati a Shar - e Ray, Sardar, il suo sposo, le chiede di coprirsi perché così fanno nelle città. I due lavorano sodo e sono colpiti da due grandi tragedie: i figli muoiono uno dopo l'altro. Già Talla aveva subito la terribile scure del destino quando sua sorella Havva per una punizione troppo dura del padre muore sofferente. 

<<Sardar ha portato da Teheran un chador nero e un rubandeh bianco. Appena varcata la montagna ha chiesto a Talla di indossarli. [...] Le ha spiegato che nelle grandi città le donne portano il chador per nascondersi dagli sguardi degli uomini, come là vuole la religione. Talla accetta senza protestare, piuttosto divertita, addirittura entusiasta. Pensa che indossando il nuovo capo di abbigliamento entrerà a far parte di quel nuovo mondo. Si è avvolta quindi nel vestito come fosse un gioco.>>

Per anni lavorano senza sosta. Sardar è un pastore e piano piano riesce ad  accumulare abbastanza ricchezze per trasferirsi più a nord, a Gholhak dove nasce il loro terzo figlio, Bahram, l'unico sopravvissuto. Nel frattempo l'Iran è cambiato moltissimo: un colpo di stato porta al potere Reza Kahn che laicizza lo stato imponendo a tutte le donne di vestirsi all'occidentale, di censire tutti gli abitanti che sono obbligati a crearsi un cognome e a dare una data di nascita approssimativa per la prima carta d'identità.
Talla e Sardar sono toccati solo da questa innovazione: essendo analfabeti entrambi -come del resto la maggioranza dell'Iran- capiscono poco di politica e ritengono che sia meglio capire quale sia il loro posto nel mondo, senza aspirare a qualcosa di più o farsi manipolare da chi sa leggere e scrivere per votare qualcuno di cui alla fine non si conosce assolutamente nulla. Sardar è un uomo saggio e forte non ha pretese e non si lamenta. Talla è religiosa e superstiziosa accompagna e sostiene suo marito nelle incombenze quotidiane, allevando e proteggendo Bahram.

<<Sardar è arrivato a Davoudieh con un cognome, una carta di identità e il diritto di voto, acquisito grazie alla rivoluzione costituzionale. Tuttavia non andrà a votare alle elezioni legislative biennali [...]. È analfabeta, e gli sembra molto chiaro il confine che c'è tra lui e chi sa leggere e scrivere. [...] L'unico posto in cui Sardar potrebbe sentir parlare degli affari della nazione è la moschea, ma non ci va. Crede in Dio e nel Profeta, ha fede nell'Islam, e tanto gli basta. [...] I solitari fanno a meno di intermediari tra se stessi e Dio.>>

<<Talla non è neanche sfiorata dall'idea di poter intervenire in un modo o nell'altro negli affari del paese. Le sembra grottesco, una bestemmia. Per fortuna a nessuno le parla di diritto di voto né gliene parlerà mai, perché si offenderebbe, i diritti delle donne non la riguardano. Ottiene comunque quello che vuole con la volontà o con la forza delle lacrime.>>

Bahram è il membro della famiglia più coinvolto nelle innovazioni imposte da Reza Kahn e poi da suo figlio, a partire dalla scolarizzazione pubblica. Lui è il primo degli Amir a imparare a leggere e a scrivere, a studiare e ad aspirare a un'istruzione migliore, a un Paese forte e competitivo con l'occidente. 

<<Reza Shah vieta l'uso del chador e ordina alle forze dell'ordine di strapparlo alle

donne che sfidano la nuova norma. È il panico. Le donne si chiudono in casa, gli uomini impediscono loro di uscire. Negli strati popolari della società nessuno capisce quella legge che colpisce il popolo come un castigo. [...] Per Talla, portarlo non era solo questione di religione, era un rifugio, una barriera tra lei e gli altri. Nascosta, si sentiva al sicuro.>>


Lo stile è scorrevole e fluido, il lettore entra nella storia e si lascia coinvolgere dalle avventure della famiglia Amir e dai profondi mutamenti dell'Iran da una generazione all'altra. Parisa Reza riesce a collegare e armonizzare bene le parti politiche con quelle romanzate di Sardar, Talla e Bahram. Il libro può risultare a una prima lettura semplice, una semplice storia. In realtà l'autrice pone le basi per aprire agli occhi al resto del mondo, mostrandoci un Iran prima arretrato, poi al passo coi tempi e dopo ancora ributtato in un baratro senza uscita. La sua non è una polemica sterile: alla fine del libro Reza ci mostra una chiave di lettura tutt'altro che scontata o banale. Sui due piatti della bilancia una generazione di sessantenni analfabeti, ignoranti ma felici della loro condizione; sull'altro piatto della bilancia una generazione giovane che scalpita per -letteralmente- venire al mondo, inquieta, che ha studiato e che si vergogna dell'indifferenza dei propri genitori che non capiscono, non sanno, non pensano. La disparità tra due generazioni così vicine è la questione saliente del libro in cui il lettore può determinare da sé le cause e le conseguenze di cambiamenti  politici così rapidi e profondi. La questione religiosa viene lasciata al margine, pur essendo importante per i protagonisti, in particolare per Talla e in secondo luogo per Sardar. Solo Barham, più giovane, ne sarà toccato leggermente, più che altro per le buone maniere nei confronti delle ragazze.

Un romanzo dai tanti risvolti con uno stile leggero, impalpabile ma che riesce a sedimentare le più solide basi per un pensiero potente e roboante. 


COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Giardini di consolazione
Autore: Parisa Reza, traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 248
Prezzo: 17,00 euro

Trama:


Dagli anni Venti agli anni Cinquanta del secolo scorso l’Iran, paese fortemente tradizionalista e con un impressionante tasso di analfabetismo, conosce un periodo di modernizzazione. Il primo motore di questa apertura alla modernità e all’Occidente è Reza Khan, diventato scià grazie a un colpo di Stato, che limita il potere temporale dei religiosi, istituisce l’istruzione obbligatoria aprendo scuole in maniera capillare e proibisce l’uso del chador. Dal 1950 al 1953 l’Iran vive addirittura un periodo di autentica democrazia con il governo Mossadeq, finito in un colpo di Stato pilotato dagli anglo-americani che porterà al ritorno dell’assolutismo e, pochi anni dopo, all’integralismo degli ayatollah. 
Giardini di consolazione è la saga di una famiglia iraniana durante quel movimentato trentennio. Da un paese di rara bellezza ma stritolato da un feudalesimo teocratico alle convulsioni della modernizzazione, dei colpi di stato e delle rivoluzioni, i tre protagonisti conosceranno i cambiamenti della condizione femminile, l’affacciarsi del benessere, lo sradicamento culturale, l’arroganza clericale, i benefici dell’educazione.

L'AUTRICE



Parisa Reza è nata a Teheran nel 1965 in una famiglia di artisti e intellettuali. Si è trasferita in Francia all’età di diciassette anni. Con Giardini di consolazione, suo romanzo d’esordio, nel 2015 ha vinto il Premio Senghor per il miglior romanzo francofono.


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