martedì 31 gennaio 2017

RECENSIONE || "Altre voci altre stanze" di Truman Capote

 <<scrisse:"Ellen, odio questo posto. Non so dove lui sia e nessuno me lo dice. Mi credi Ellen se ti dico che non l'ho ancora visto? Davvero:Amy dice che è malato, ma io non credo una parola e lei non piace. Sembra quella povera miss Addie che sta in fondo alla via e che fa tanti odori inutili e cattivi. Un'altra cosa è che non ci sono radio, cinema e giornali d'avventure e se vuoi fare un bagno bisogna riempire una tinozza con l'acqua del pozzo. Io non so come fa Randolph a tenersi così pulito. Lui è simpatico, ma questo posto non mi piace neanche un po'. Ellen, la mamma mi ha lasciato abbastanza dollari perché possa andare in una scuola e restarci? Come una scuola militare. Ellen sento la tua mancanza. Ellen ti prego dimmi cosa devo fare. Baci da Joel xxx-xxx.>>

"Altre voci altre stanze" di Truman Capote Garzanti è un romanzo potente e stilisticamente impegnativo. Se avete intenzione di iniziare questo libro preparatevi a qualcosa di unico, che se proprio vogliamo associare a qualche altro volume per via delle sue stranezze e particolarità possiamo prendere ad esempio "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carol oppure, meglio ancora, "Big Fish" di Daniel Wallace.


Il protagonista di questa storia bizzarra è Joel Knox, tredicenne di New Orleans  che ha appena perso la madre va a stare dalla zia che ha già diversi figli ma tanto amore per tutti. Zia Ellen riceve delle lettere firmate dalla mano del padre di Joel che, dice, venuto a conoscenza della morte della moglie rivorrebbe avere con sé il figlioletto. Il padre di Joel sparito molti anni fa adesso ritrova il forte desiderio di vedere Joel e lo invita in un posto vicino a Noon City, che tutti chiamano il "Landing". Il viaggio non è dei più semplici e alla fine tramite un passaggio su un carro guidato da un ultracentenne Jesus Fever (la cui figlia è stata, incredibilmente, uccisa da un gatto) riesce ad arrivare a destinazione. 

La casa desolata che si presenta non è delle più invoglianti ma Joel decide di aspettare a giudicare fino all'incontro con suo padre. Lo immagina nelle forme più eroiche e virili che gli vengono in mente e quando gli altri abitanti della casa -la signorina Amy, il cugino Randolph e la ragazza di colore, Zoo- cominciano a procrastinare il tête a tête il suo intuito gli dice che qualcosa non va. 



Joel passa il tempo con Randolph, cagionevole di salute, omosessuale, sicuro di sé  che ha l'abitudine di parlare in e di un mondo tutto suo. Ma il cuore di Joel è conquistato da Idabel gemella di Florabel ognuna agli antipodi rispetto all'altra; Idabel è un maschiaccio con un cuore tenero nascosto, Florabel è graziosa ma legata alle cose superflue, lisciarsi i capelli e indossare bei vestiti.


Joel, come se non bastasse, vede in casa una donna vestita con abiti antichi e una grande parrucca che evidentemente non deve appartenere all'epoca in cui vive. I fantasmi, scoprirà, sono parte della realtà quanto i vivi. Ci altre voci e altre stanze all'interno della realtà che si sta vivendo, voci, sussurri, sospiri.


<<Ma Little Sunshine vi rimase: era la sua casa per diritto, disse, perché se fosse andato via, come una volta aveva fatto, altre voci, altre stanze, voci perdute e fievoli, avrebbero echeggiato nei suoi sogni. 
La storia fece balenare agli occhi di Joel un quadro confuso di finestre diroccate che guardavano su un giardino di fantasmi, di un mondo al tramonto dove l'edera attorcigliata si arrampicava intorno alle colonne spezzate, dove immense ragnatele coprivano tutto come un sudario.>>


In questo modo Joel vive e comincia a capire che cosa è successo al padre tramite il racconto di Randolph tutto all'insegna dello strambo al limite della follia, a un passo dalla realtà.


Lo stile è fluido e la storia tiene un ritmo rapido che coinvolge il lettore. La dissonanza sta tutta nella stravaganza di ciò che capita a Joel, in un vortice che si stringerà sempre più in un climax che gli farà perdere il contatto con quella che era la normalità prima di arrivare al Landing e quasi dimenticare la sua voglia di fuggire e di ritornare a casa di zia Ellen. Mentre si abitua e adatta alla nuova situazione, Joel senza accorgersene cresce e crescendo inizia a distaccarsi da ciò che è il Landing e i suoi abitanti.


"Altre voci e altre stanze" è il romanzo d'esordio di Truman Capote geniale e ambiguo, intrigante e scostante allo stesso tempo, una storia che si fa fatica a dimenticare e a comprendere fino in fondo.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7 | SVILUPPO 7


Titolo: Alte voci altre stanze
Auore: Truman Capote, traduzione di Bruno Tasso
Editore: Garzanti, collana Gli Elefanti
Numero di pagine: 166
Prezzo: 10,00 euro


Trama:

È insolito, ma qualche volta succede, a quasi tutti gli scrittori, che la stesura di una particolare storia risulti facile, esterna a noi, come se stessimo scrivendo le parole di una voce da una nube: è stato le stesso Truman Capote a raccontare così la genesi del suo primo romanzo, il libro che gli avrebbe dato la fama e il successo. "Altre voci altre stanze "ha per protagonista il tredicenne Joel Harrison Knox, che da New Orleans arriva in campagna, a Skully's Landing, un tempo casa padronale ora decaduta, dove vive suo padre. In questo ambiente isolato e bizzarro, animato da presenze grottesche, popolato da personaggi eccentrici, l'adolescente Joel incontrerà i suoi demoni, e potrà misurare la sua solitudine e la sua sete d'amore.




L'AUTORE

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da TiffanyAltre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano(1976); Musica per camaleonti(1980); Preghiere esaudite(1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose(2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008). La più recente scoperta di testi inediti è costituita dai racconti giovanili ora pubblicati in Dove comincia il mondo(2016).

È edita da Garzanti anche la sua biografia scritta da George Plimpton: Truman Capote. Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta (2014).




lunedì 30 gennaio 2017

RECENSIONE || "Giardini di consolazione" di Parisa Reza

<<Mandano signori in Europa per riportare il meglio, perché vogliono avere qui tutto ciò che c'è di maglio: la costituzione, la laicità, la libertà di espressione, i diritti civili... Tranne che queste cose non si possono imporre né comprare, sono cose che si imparano e ci vuole tempo, molto tempo. Invece loro vogliono andare veloci, allontanare di colpo tutti gli elementi religiosi dalla vita pubblica: in pochi anni, possibilmente con un gesto della mano, in un paese a maggioranza tradizionalista! E quando dico maggioranza parlo di un ottanta percento di analfabeti! Datevi tempo, amici, datevi tempo>>


Così Parisa Reza in "Giardini di consolazione" Edizioni E/O delinea la storia dell'Iran, tramite la vita e le idee della famiglia Amir, originaria del Qamsar, piccolo villaggio sulle montagne che negli anni venti del Novecento si trasferisce con tante belle speranze in una città vicino a Teheran. L'Iran è ancora un paese religioso, Talla, dodicenne,  ha sempre vissuto solo a Qamsar e non si copre il capo con il chador, usa un semplice fazzoletto e lascia le trecce e i capelli liberi. Arrivati a Shar - e Ray, Sardar, il suo sposo, le chiede di coprirsi perché così fanno nelle città. I due lavorano sodo e sono colpiti da due grandi tragedie: i figli muoiono uno dopo l'altro. Già Talla aveva subito la terribile scure del destino quando sua sorella Havva per una punizione troppo dura del padre muore sofferente. 

<<Sardar ha portato da Teheran un chador nero e un rubandeh bianco. Appena varcata la montagna ha chiesto a Talla di indossarli. [...] Le ha spiegato che nelle grandi città le donne portano il chador per nascondersi dagli sguardi degli uomini, come là vuole la religione. Talla accetta senza protestare, piuttosto divertita, addirittura entusiasta. Pensa che indossando il nuovo capo di abbigliamento entrerà a far parte di quel nuovo mondo. Si è avvolta quindi nel vestito come fosse un gioco.>>

Per anni lavorano senza sosta. Sardar è un pastore e piano piano riesce ad  accumulare abbastanza ricchezze per trasferirsi più a nord, a Gholhak dove nasce il loro terzo figlio, Bahram, l'unico sopravvissuto. Nel frattempo l'Iran è cambiato moltissimo: un colpo di stato porta al potere Reza Kahn che laicizza lo stato imponendo a tutte le donne di vestirsi all'occidentale, di censire tutti gli abitanti che sono obbligati a crearsi un cognome e a dare una data di nascita approssimativa per la prima carta d'identità.
Talla e Sardar sono toccati solo da questa innovazione: essendo analfabeti entrambi -come del resto la maggioranza dell'Iran- capiscono poco di politica e ritengono che sia meglio capire quale sia il loro posto nel mondo, senza aspirare a qualcosa di più o farsi manipolare da chi sa leggere e scrivere per votare qualcuno di cui alla fine non si conosce assolutamente nulla. Sardar è un uomo saggio e forte non ha pretese e non si lamenta. Talla è religiosa e superstiziosa accompagna e sostiene suo marito nelle incombenze quotidiane, allevando e proteggendo Bahram.

<<Sardar è arrivato a Davoudieh con un cognome, una carta di identità e il diritto di voto, acquisito grazie alla rivoluzione costituzionale. Tuttavia non andrà a votare alle elezioni legislative biennali [...]. È analfabeta, e gli sembra molto chiaro il confine che c'è tra lui e chi sa leggere e scrivere. [...] L'unico posto in cui Sardar potrebbe sentir parlare degli affari della nazione è la moschea, ma non ci va. Crede in Dio e nel Profeta, ha fede nell'Islam, e tanto gli basta. [...] I solitari fanno a meno di intermediari tra se stessi e Dio.>>

<<Talla non è neanche sfiorata dall'idea di poter intervenire in un modo o nell'altro negli affari del paese. Le sembra grottesco, una bestemmia. Per fortuna a nessuno le parla di diritto di voto né gliene parlerà mai, perché si offenderebbe, i diritti delle donne non la riguardano. Ottiene comunque quello che vuole con la volontà o con la forza delle lacrime.>>

Bahram è il membro della famiglia più coinvolto nelle innovazioni imposte da Reza Kahn e poi da suo figlio, a partire dalla scolarizzazione pubblica. Lui è il primo degli Amir a imparare a leggere e a scrivere, a studiare e ad aspirare a un'istruzione migliore, a un Paese forte e competitivo con l'occidente. 

<<Reza Shah vieta l'uso del chador e ordina alle forze dell'ordine di strapparlo alle

donne che sfidano la nuova norma. È il panico. Le donne si chiudono in casa, gli uomini impediscono loro di uscire. Negli strati popolari della società nessuno capisce quella legge che colpisce il popolo come un castigo. [...] Per Talla, portarlo non era solo questione di religione, era un rifugio, una barriera tra lei e gli altri. Nascosta, si sentiva al sicuro.>>


Lo stile è scorrevole e fluido, il lettore entra nella storia e si lascia coinvolgere dalle avventure della famiglia Amir e dai profondi mutamenti dell'Iran da una generazione all'altra. Parisa Reza riesce a collegare e armonizzare bene le parti politiche con quelle romanzate di Sardar, Talla e Bahram. Il libro può risultare a una prima lettura semplice, una semplice storia. In realtà l'autrice pone le basi per aprire agli occhi al resto del mondo, mostrandoci un Iran prima arretrato, poi al passo coi tempi e dopo ancora ributtato in un baratro senza uscita. La sua non è una polemica sterile: alla fine del libro Reza ci mostra una chiave di lettura tutt'altro che scontata o banale. Sui due piatti della bilancia una generazione di sessantenni analfabeti, ignoranti ma felici della loro condizione; sull'altro piatto della bilancia una generazione giovane che scalpita per -letteralmente- venire al mondo, inquieta, che ha studiato e che si vergogna dell'indifferenza dei propri genitori che non capiscono, non sanno, non pensano. La disparità tra due generazioni così vicine è la questione saliente del libro in cui il lettore può determinare da sé le cause e le conseguenze di cambiamenti  politici così rapidi e profondi. La questione religiosa viene lasciata al margine, pur essendo importante per i protagonisti, in particolare per Talla e in secondo luogo per Sardar. Solo Barham, più giovane, ne sarà toccato leggermente, più che altro per le buone maniere nei confronti delle ragazze.

Un romanzo dai tanti risvolti con uno stile leggero, impalpabile ma che riesce a sedimentare le più solide basi per un pensiero potente e roboante. 


COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Giardini di consolazione
Autore: Parisa Reza, traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 248
Prezzo: 17,00 euro

Trama:


Dagli anni Venti agli anni Cinquanta del secolo scorso l’Iran, paese fortemente tradizionalista e con un impressionante tasso di analfabetismo, conosce un periodo di modernizzazione. Il primo motore di questa apertura alla modernità e all’Occidente è Reza Khan, diventato scià grazie a un colpo di Stato, che limita il potere temporale dei religiosi, istituisce l’istruzione obbligatoria aprendo scuole in maniera capillare e proibisce l’uso del chador. Dal 1950 al 1953 l’Iran vive addirittura un periodo di autentica democrazia con il governo Mossadeq, finito in un colpo di Stato pilotato dagli anglo-americani che porterà al ritorno dell’assolutismo e, pochi anni dopo, all’integralismo degli ayatollah. 
Giardini di consolazione è la saga di una famiglia iraniana durante quel movimentato trentennio. Da un paese di rara bellezza ma stritolato da un feudalesimo teocratico alle convulsioni della modernizzazione, dei colpi di stato e delle rivoluzioni, i tre protagonisti conosceranno i cambiamenti della condizione femminile, l’affacciarsi del benessere, lo sradicamento culturale, l’arroganza clericale, i benefici dell’educazione.

L'AUTRICE



Parisa Reza è nata a Teheran nel 1965 in una famiglia di artisti e intellettuali. Si è trasferita in Francia all’età di diciassette anni. Con Giardini di consolazione, suo romanzo d’esordio, nel 2015 ha vinto il Premio Senghor per il miglior romanzo francofono.


giovedì 26 gennaio 2017

RECENSIONE || "La figlia femmina" di Anna Giurickovic Dato

Esce oggi "La figlia femmina" di Anna Giurickovic Dato Fazi Editore, un libro che analizza la natura umana nelle sue sfaccettature più intime e più oscure e per questo difficile da assorbire ma che riesce immediatamente a catturare il lettore.

Maria è una bimba figlia di un diplomatico, Giorgio, e di una donna solare, Silvia, che ama la sua famiglia. Vivono a Rabat dove Giorgio lavora e dove Silvia cresce Maria, tra il mercato centrale e le belle coste marocchine. 


Il fulcro del problema viene mostrato subito al lettore, senza tanti giri di parole, senza suspense, senza attesa. Maria subisce una violenza dopo l'altra da parte di Giorgio. In modo celato e impossibile da intuire, in modo amorevole ma parimenti spaventoso.

La storia si srotola nel futuro che presto diventa presente: Giorgio non è più nelle vite di Silvia e Maria, che è ormai adolescente. Vivono a Roma e Silvia ha una galleria d'arte e un nuovo compagno, Antonio. Finalmente si è decisa a invitarlo a casa per pranzo e per conoscere la sua problematica figlia, Maria: aggressiva, rabbiosa, dolce, bella, deliziosa nella sua prima gioventù. 


<<Il sole, che lentamente cala, gioca con i suoi raggi attraverso al finestra e fa luccicare l'interno della coscia della mia bambina, i suoi sottili paletti biondi, tanto dolci da commuovermi.>>

<<..e io immagino come sarebbe bello se ora un ragazzino della sua età la chiamasse da sotto, facendo la voce grossa:"Maria, Mari'! E scendi dai. Non essere arrabbiata, Mari', lo sai che te voglio bene." [...] E invece questo non succede, la strada sotto la finestra è silenziosa. Maria cerca attenzioni sbagliate.>>

Il pranzo inizia bene ma prende una piega inaspettata, terrificante: Maria, la piccola e ingenua di casa, cerca di ammaliare e civettare con Antonio -che potrebbe essere suo padre- con piccole mosse, frasi, espedienti da far arrossire una seduttrice provetta. Silvia capisce la bruttura della situazione ma è incapace di reagire fino a quando mette fine al teatrino allestito dai due, in cui quello evidentemente stregato è Antonio. Per Maria è un gioco di seduzione, come quello che dovrebbe avvenire con i suoi coetanei ma che sceglie di compiere con persone più grandi fino a quando non si annoia e perde interesse. Antonio è cacciato da entrambe le donne, una furiosa l'altra senza più il minimo interesse. Silvia non attribuisce la colpa direttamente la figlia, si dispera delle conseguenze di ciò che è stato e che è diventato irrecuperabile.



<<Ora mi dico:"Posso mai pensare così male della mia bambina?" [...] "Ma sono cose che si dicono, queste, a una ragazzina così? E lei, santo cielo, dove ha imparato a fare questi giochi?>>



<<Vorrei poter dare la colpa a qualcuno, essere giovane e bella, aver tutto da imparare e non aver sbagliato ancora nulla. Vorrei poter essere ascoltata, prendere quel braccio disgraziato che versa altro vino alla bambina, farmi forza nelle mani e spezzarlo. Ordinare a mia figlia di andarsene, uno, due, tre, di non farsi più vedere sino a domattina. Vedere la paura nei suoi occhi e poi godere per le sue lacrime di scuse. Invece ho timore, ne ho quasi la certezza, che ogni mia parola sarà vacua.>>

L'autrice ci trascina nelle vite di questa famiglia per bene, in una vita invidiabile, in una famiglia normale. Silvia crede profondamente che ogni cosa vada bene, è felice di ciò che ha non chiede di meglio e alle prime stranezze della figlia non sa dare spiegazione, se non che ogni bambino può avere dei periodi particolari. Non sospetta nulla nemmeno quando le maestre la convocano a scuola perché Maria ha comportamenti sempre più strani. Nella sua vita nessuno può aver fatto del male alla sua bambina: vivono una vita ritirata, nel loro nido di felicità ci sono solo loro tre. Giorgio ogni tanto cambia umore ma Silvia attribuisce il "blue" del marito al lavoro.

Solo quando Giorgio sparirà dalla scena Silvia capirà la orribile verità per bocca della sua stessa figlia che le confesserà ogni cosa anche quella più difficile da credere.

<<Le figlie femmine... in molti paesi se sono brutte è un vero problema.>>

Un argomento pesante, difficile da leggere ma raccontato con uno stile leggero, ammaliante e irresistibile. Anna Giurickovic Dato ha la qualità di descrivere al meglio le emozioni, i sentimenti e le situazioni delle vite dei protagonista, in una bella prosa difficile da ignorare. Emozioni negative e emozioni positive sono così ben trascritte in parole da sentire ogni sensazione dei personaggi sotto la pelle. Lo consiglio a chi ama le emozioni forti, le storie che non sempre hanno un lieto fine e i cui personaggi sono umani proprio come noi lettori.



COPERTINA 7,5 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 8



Titolo: La figlia femmina
Autore: Anna Giurickovic
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 138
Prezzo: 16 euro

Trama:

Sensuale come una versione moderna di Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente esordio di Anna Giurickovic Dato.
Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria nasconde un segreto inconfessabile. A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio e incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo man mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio. Il pranzo organizzato dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia risveglierà antichi drammi. Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutto il pomeriggio Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia?
La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quell’abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.


L'AUTRICE




È nata a Catania nel 1989 e vive a Roma. Nel 2012 un suo racconto si è aggiudicato il primo posto al concorso Io, Massenzio in seno al Festival Internazionale delle Letterature di Roma. Nel 2013 è stata finalista al Premio Chiara Giovani. La figlia femmina è il suo primo romanzo.



lunedì 23 gennaio 2017

RECENSIONE || "Ora che è Novembre" di Josephine Johnson

<<Ma sempre al fondo di queste cose c'erano la pace della collina e i pascoli rocciosi, che a volte mi facevano vergognare di essere quello che ero, umana, colma di mille pensieri verminosi e di egoismo, ma più spesso che mai erano come mani che curano.>>

In questo modo Josephine Johnson ci fa entrare nel mondo della famiglia Haldmarne composta da tre sorelle e i genitori. Siamo nel periodo buio e opprimente della grande Depressione americana: le città e gli operai erano in rovina, nei campi si cercava di tirare avanti ed era l'unico mestiere a cui attaccarsi per riuscire a sfamare la propria famiglia.

Chissà perché si immagina sempre un universo bucolico "buono", come se Madre Natura fosse pronta in ogni momento ad accoglierci a braccia aperte, a consolarci, curarci e sfamarci. In "Ora che è Novembre" si presenta qualcosa di estremamente diverso. La Natura è qualcosa di una bellezza spaventosa e letteralmente terrificante: cibo per gli occhi e nient'altro. Tutto ciò che coltiva la famiglia Haldmarne in qualche modo è insufficiente o cattivo per via della siccità o degli insetti o delle cavallette. 

Inizialmente appena trasferiti dalla città le tre ragazze -Kerrin, Marget e Merle- si integrano bene nella vita rurale che è faticosa ma sostenibile. Come se fosse una grande avventura. Scoprono la pace di un lago, la bellezza degli animali e la crudeltà della vita. Il padre delle ragazze è oppresso dall'ipoteca che c'è sulla terra e dalla fatica di un lavoro così totalizzante. Le terre da arare e coltivare, gli animali da sfamare e pascolare, tutti i prodotti da vendere. La paura di vedersi portare via la terra si allarga a macchia d'olio a tutta la famiglia ma in particolare a Marget, la nostra narratrice e protagonista. Il senso di questa sciagura viene assimilato dal lettore in un modo molto realistico e angosciante: coltivare in continuazione, vendere e cercare di racimolare più denaro possibile per pagare l'ipoteca, le tasse e mangiare. La povertà non ha limite ma si pensa sempre che le cose vadano meglio, un giorno.

<<Mi sentii strana. Allora non sapevo che cos'era, ma era l'inizio della paura.  Paura che la vita non fosse sicura o comoda, o difficile e dura, ma che ci fosse un margine  oscuro che non era né l'una né l'altra cosa, e fosse invece inspiegabile e incomprensibile.>>

In questo libro la nozione temporale è un continuum, non si spezza, passano dieci anni e tutto è come prima, i personaggi sono a malapena invecchiati, piuttosto infiacchiti dalla calura e dai raccolti scarsi, da quella speranza che non vuole morire ma rimane sempre delusa, mese dopo mese, anno dopo anno.

<<Quegli anni sono passati lenti per noi. Lenti perché gravati dal peso delle cose fatte, e dal peso più grande delle cose incompiute e ancora da imparare. Le stagioni scorrevano l'una dentro l'altra e non stavano mai ferme, ma non c'era rapidità né niente, c'era solo un lento mutare tranquillo.>>

Kerrin è la più strana delle tre sorelle, oltre che la maggiore, in lei vediamo un vena di follia, una sorta di natura al limite del selvatico che si spegnerà in modo consono a ciò che è. Marget, colei che  racconta tutto, è la più riflessiva e scialba: innamorata di Grant - aiutante, che farà la comparsa ad un certo punto del libro- ma non corrisposta è mangiata viva dall'ansia per l'ipoteca, un amore che mai sboccerà e la preoccupazione per ogni singolo membro della famiglia. Merle, la più giovane è ottimista e positiva, non si lascia scoraggiare dal lavoro. Il suo animo colpisce Grant che si innamora di lei senza essere corrisposto. 

<<Sentivo qualcosa martellarmi in gola, e mi tremavano le mani, congiunte come foglie vecchie. Corsi fuori dal capanno e lo lasciai lì. Non so che cosa abbia pensato. Piangevo, e mi faceva male piangere.Ero gonfia di nausea e odio perché lo amavo.>>

Un romanzo in cui si sente la meraviglia della natura che è segnata da sciagure, in cui ogni momento di felicità è macchiato e rovinato da qualche incidente o semplicemente da qualcosa che non è andato per il verso giusto oppure dai rapporti famigliari che si fanno sempre più rovinosi. Lo stile di Josephine Johnson non è fluido, rimane appiccicato alle pagine ed è difficile staccarne il contenuto. Questo breve romanzo lascia una forte impressione sul lettore che in definitiva ha un retrogusto acido e amaro che non ammette un lieto fine ma ci insegna che alle volte la realtà è tutto ciò che abbiamo e che quindi dobbiamo apprezzarla per quello che è.

<<E le cose costate più di quanto valgono lasciano un sapore amaro. Un sapore di sale e sudore.>>


COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 7



Titolo: Ora che è Novembre
Autore: Josephine Johnson 
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 181
Prezzo: 17,00 euro



Trama:

Sono passati dieci anni da quando gli Haldmarne hanno lasciato i modesti agi della vita di città per tornare alla terra di famiglia. Kerrin, Merle e Marget sono diventate grandi in campagna, divise tra i doveri pesantissimi del lavoro quotidiano ("quella confusione che è la nostra vita e che ci impedisce di essere davvero vivi") e l'incanto dell'infanzia passata all'aria aperta, respirando paesaggi che mutano di ora in ora. Mentre per Marget e Merle la natura è fame e cibo insieme, e riesce a placare le loro ansie di crescita, Kerrin è selvatica e strana, rosa da un'inquietudine feroce che nemmeno la salda presenza della madre riesce a contenere. La terra è gravata da un'ipoteca che pesa come un macigno sull'anima già inasprita del padre e sparge insicurezza in famiglia. Mentre una siccità senza tregua devasta i raccolti, ad alleviare le fatiche degli Haldmarne arriva un giovane uomo assoldato come bracciante. Grant ha studiato, è stato in città; riesce a far sorridere le ragazze, a distrarle, ma anche a dividerle. E intanto la pioggia non arriva, e le stravaganze di Kerrin sfociano in una vena di follia. È Marget, ora che è novembre e tutto si è concluso, a raccontarci la storia di una famiglia che si sgretola, del mondo agreste che là fuori si sfalda sotto un sole impietoso, delle disgrazie che si abbattono una dopo l'altra sugli Haldmarne e sui loro vicini, senza risparmiare nessuno.

L'AUTRICE

Josephine Johnson

NASCE IL 20 GIUGNO 1910, DA UNA famiglia di commercianti, a Kirkwood, Missouri, dove trascorre infanzia e adolescenza. Quindi si iscrive alla Washington University a St. Louis. Nel 1932 lascia gli studi e torna alla fattoria di famiglia senza essersi laureata; sistema una scrivania nella mansarda, proprio sotto il lucernario, e si dedica alla scrittura. Prima racconti e prose brevi, poi un romanzo Now in November, per cui le viene assegnato il PREMIO PULTZER per la narrativa nel 1935, a soli 24 anni. Nel 1942 sposa Grant G. Cannon, caporedattore del «Farm Quarterly», con cui si stabilisce prima a Iowa City, poi, nel 1947, nella Contea di Hamilton in Ohio. Il viaggiatore oscuro esce nel 1963, e nel 1967 inizia il lavoro a The Inland Island, un libro sulla riserva naturale di famiglia, che molti critici paragonano a Walden di Henry David Thoreau. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, la Johnson sfrutta la sua consolidata celebrità per promuovere cause che le stanno a cuore: la salvaguardia dell’ambiente, la pace nel mondo, l’eliminazione della povertà, il miglioramento delle città, la libertà di parola. Morirà di polmonite a 79 anni.







lunedì 16 gennaio 2017

RECENSIONE || "Anche noi l'America" di Cristina Henrìquez

<<Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora? [...] Voglio idre, qualcuno forse parla del perché la gente attraverso il confine? Vi giuro che non è per chissà quale ambizione di venire qui e rovinare la vita ai chingaos gringos. La gente è disperata, sapete?>>


"Anche noi l'America" di Cristina Henrìquez, NN Editore, è un titolo davvero azzeccato per l'atmosfera che si respira durante tutto il libro e nella storia della famiglia messicana Rivera. Dopo un incidente che ha causato un trauma cerebrale alla loro unica figlia, Maribel, Alma e Arturo Rivera decidono di spostarsi in maniera regolare dal Messico agli Stati Uniti. I medici li hanno incoraggiati a iscrivere Maribel in una scuola che le permetta di riprendere più in fretta le capacità che ha perso dopo l'intervento subito.

Ed ecco che arrivano in una piccola città del Delaware, in un palazzo in cui abitano praticamente solo latini. Per loro non è semplice integrarsi a partire dal non capire la lingua inglese, passando al clima e al cambio di lavoro, amici e casa: non hanno più la sicurezza di essere nel posto giusto, non sentono l'odore tipico del loro Paese, ma sono costretti a cambiare per avere l'istruzione migliore per Maribel. 

Lo stesso i Rivera non si scoraggiano e stringono amicizia con la famiglia Toro emigrata negli Stati Uniti quindici anni prima. Anche loro hanno hanno dei figli: Enrique ormai al college e Mayor che ha la stessa età di Maribel, ma che viene preso di mira dai compagni di scuola per la sua gracilità. Maribel è bellissima ma guardandola attentamente sembra che abbia qualcosa che non va: non risponde alle domande, se lo fa non sempre è la risposta giusta. Tiene con sé un quaderno verde in cui annota tutto ciò che si può dimenticare, come il numero dell'autobus e a quali insegnanti riferirsi a scuola. Mayor ne è completamente conquistato e dopo un primo periodo di conoscenza tra i due sboccia l'amore, un amore adolescenziale ma terapeutico per Maribel che finalmente ha l'occasione di condurre una vita normale con qualcuno che crede in lei.

Alma Rivera, la madre di Maribel è divorata dai sensi di colpa: non riesce a perdonarsi l'incidente accaduto a Marible e per questo la tiene continuamente sotto controllo, costantemente in ansia che le succeda qualcosa di terribile come è già stato. Alma non sa come la sua vita cambierà, come perdendo qualcuno (ri)troverà qualcun altro che aveva perso da tempo.

<<L'autista, una donna col berretto da baseball, fece un cenno e gridò:"Hello!". Questo lo capivo. Quando però continuò a parlare mi smarrii. Arturo mi guardò come come per domandarmi se sapevo cosa stesse dicendo. Io scossi la testa e pensai: Ecco com'è per noi, qui.  Ecco come sarà.>>

La storia è costruita su diversi personaggi che raccontano la loro storia. Ogni persona che abita in quel palazzo narra brevemente come, da dove e perché ha scelto di emigrare negli Stati Uniti, i sogni che dal Sud America li hanno spinti a cercare qualcosa di meglio fallendo miseramente ma ritrovando, in qualche modo, la libertà promessa dalla bandiera e stelle e strisce. 
I protagonisti sono le due famiglie, Rivera e Toro, che si passano la palla, raccontando prima uno e poi l'altro la narrazione, portandola avanti e rivivendo alcuni fatti salienti già affrontati dal precedente narratore. Maribel non prende mail la parola. La storia d'amore tra Mayor e Maribel è centrale e non può che stringere il cuore e far riflettere il lettore. 

L'accento è posto sulle emozioni provate da ogni singolo componente della storia nei confronti della sua identità di origine che trova contrasto con il suo nuovo essere americano. 
Ciò che di questo aspetto mi ha più sorpresa è che la Henrìquez riesce ad affrontare questo tema senza aggressività, senza odio, con umiltà ma anche con orgoglio. I suoi personaggi non sono boriosi, lavorano per conquistarsi un posto nella società in cui ora vivono, senza farsi i mettere i piedi testa, rimanendo il più possibili loro stessi, attenendosi ai loro principi ma sforzandosi di entrare più possibile nella comunità. Non è semplice scrivere un romanzo con un tema razziale così forte senza cadere in luoghi comuni o facili rappresaglie, Cristina Henrìnquez non cade nel tranello.

<<La verità è che non lo sapevo cosa fossi. Mi sentivo americano e non me lo lasciavano dire, mi dicevano che ero panamense ma non mi ci sentivo.>>

<<... e mi sentii come mi sentivo spesso, in questo paese: invisibile e appariscente insieme, una bizzarra di cui tutti si accorgevano ma sceglievano di ignorare.>>



Un libro che mi ha colpita per la sua umanità, per la capacità dell'autrice di descrivere emozioni, sentimenti e sensazioni; in grado di costruire una realtà in cui è facile credere, in cui la fatica e la voglia di integrarsi è palpabile in cui si sente il grido "Anche noi l'America", anche noi vogliamo avere fortuna, anche noi vogliamo lavorare, anche noi vogliamo essere americani. Con uno stile avvolgente, la Henrìquez riesce a instaurare un rapporto di complicità con il lettore, nascondendo la dinamica dell'incidente di Maribel e poi sorprendendo con un colpo di scena inaspettato. In contemporanea scioglie i nostri cuori con la storia d'amore tra i due ragazzi e nella caparbietà di Mayor per stare con Maribel nonostante le difficoltà imposte da entrambe le coppie di genitori.

<<"Cos'è successo?" chiesi.
"Come?".
"È stato un incidente d'auto?".
"Quando?".
"Scusa. Voglio dire cosa ti è successo?".
"Sono caduta. Ero su una..". Si interruppe. "È lunga".
"È una lunga storia?".
[...] Odiavo quando non capivo dove voleva arrivare. Volevo dimostrarle che riuscivo a seguirla. Volevo essere l'unica persona con cui potesse parlare facilmente.>>


Come lettrice ve lo consiglio per la bontà e la piacevolezza della lettura, come blogger ve lo consiglio perché "Anche noi l'America" è un libro originale e che arricchisce la mente e il cuore del lettore.


COPERTINA 7,5 | STILE 8,5 | STORIA 9 | SVILUPPO 9



Titolo: Anche noi l'America
Autore: Cristina Henrìquez, traduzione di Roberto Serrai
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 310
Prezzo: 17,00 euro




Trama:

Maribel Rivera è una ragazzina bella e felice, fino all’incidente che le cambia la vita. I genitori decidono di abbandonare la sicurezza della propria casa in Messico per trasferirsi negli Stati Uniti, nel Delaware, così da garantirle la migliore assistenza possibile. Il sogno americano dei Rivera si traduce nella possibilità di dare un futuro alla figlia.

Mayor Toro vive nella casa accanto, e la sua famiglia è arrivata dal Panama quindici anni prima. Il ragazzino è il solo che riesca, lentamente, a entrare in sintonia con Maribel e a farle tornare il sorriso. Le voci di Mayor e di Alma, la madre della ragazza, si alternano con quelle della comunità dei vicini: uomini e donne dalle vite divise, che devono lottare per conquistare un nuovo presente, lasciandosi alle spalle la nostalgia e le fatiche del passato.

L'AUTRICE


Cristina Henríquez è autrice della raccolta di racconti Come Together, Fall Apart, che è stata Editors’ Choice del New York Times, e del romanzo Il mondo a metà (Fazi, 2010). I suoi lavori sono stati pubblicati su The New Yorker, The Atlantic, The American Scholar, Glimmer Train, Ploughshares e Oxford American, oltre che in varie antologie. Vive in Illinois. Anche noi l’America ha ispirato un progetto tumblr: The Unknown Americans Project.

martedì 10 gennaio 2017

RECENSIONE e INTERVISTA || "Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri

Buongiorno, lettrici e lettori!



Sono davvero contenta di recensire in anteprima il libro del vincitore del Premio Italo Calvino 2015,
"Teorema dell'incompletezza" di Valerio Callieri (18,oo euro, 345 pagine) Feltrinelli Editore.


Un romanzo molto intenso e sintatticamente, lessicalmente e narrativamente denso.



Sì, denso. "Teorema dell'incompletezza" ha una trama molto avvincente che rapisce al primo sguardo sulla quarta di copertina. Due fratelli ai poli opposti, il loro papà morto in una rapina nel suo bar e una cornice contente una moneta, sul cui retro c'è un codice cifrato che dice "Non lasciarmi sola Clelia 1979". 


Allora forse la morte del padre non è stata a causa di una rapina. Che cosa nasconde il suo passato? Ecco che entra in campo nei pensieri del nostro protagonista (il fratello "pecora nera" il fratello Tito: poliziotto, fedele ai suoi principi, retto e rigido. Tito è già da tempo sulle tracce del passato del padre. I casi sono due o il padre faceva parte delle brigate rosse con Clelia o era una spia. Oppure la spia era Clelia?



Ecco che Callieri ci riporta attraverso la storia combattuta, sordida e intrigante fino agli anni settanta del Novecento, gli anni di Piombo. Un periodo pieno di sfumature e di estremismi, un lasso di tempo confuso e nerissimo che sarà riesumato attraverso le ricerche dei due fratelli e dei loro amici.


Lo scenario che crea l'autore può sembrare al primo impatto molto confuso, il lettore  si sente smarrito, fatica ad entrare nella storia e creare un rapporto di complicità con i personaggi. Dopo i primi momenti si entra nel clima di tensione che Callieri mostra attraverso la vita squilibrata che conduce il protagonista: alcol, droga, visioni del padre che lo porta attraverso la sua storia, nel passato, idee al limite della criminalità.
Il continuo scontro con il fratello poliziotto ("la guardia") riesce a far emergere le visioni opposte della società su temi politici e umani spinosi: dal G8 alla politica che imperversava all'epoca, con frasi fatte, pensieri comuni ma anche innovativi che possono nascere solo da un dibattito. In una Roma decisamente "burina", il lettore viene trasportato attraverso il tempo in un vortice molto realistico. 



Oltre al presente e ai flashback, nel libro  sono presenti capitoli dedicati a dei Diari criptati in cui i fatti storici sono gli unici dati che troviamo. Questa idea aiuta molto a capire la parte narrativa del libro, guidando il lettore a percorrere la storia che sempre di più si complica e si ammassa. Un romanzo d'esordio molto profondo e non adatto a tutti, con un'accento su temi poco frequentati e originali, difficile da scrivere mischiando fatti storici inoppugnabili con una parte narrativa di fantasia e un tocco di soprannaturale (o allucinazioni risultato delle tante droghe assunte?). 


Per completare questa recensione credo sia meglio lasciare spazio a Valerio Callieri. Simpatico e per niente pomposo vi consiglio di leggere questa intervista:












L'Officina del Libro: Innanzitutto vorrei chiederle come è nata l’idea di una storia così densa e piena, con questi due personaggi contrapposti (Tito e suo fratello) e una storia quasi di spionaggio nella Roma odierna.

Callieri: I personaggi sono nati con diversi tentativi di riscrittura, sono nati insieme allo stile del romanzo, credo. Ho sentito la necessità di raccontare innanzitutto delle dinamiche emotive che mi coinvolgono e di farle interagire con il contesto sociale degli ultimi cinquant'anni. Di raccontare la nostra storia da punti di vista inconciliabili, in modo che ognuno fosse un diverso paio di occhiali e che nessuno paio di occhiali fosse quello “giusto”, quello con la messa a fuoco perfetta. E poi, al di là di tutto, credo che la storia italiana sia un generatore di storie che aspettano ancora di essere raccontate con lenti di diverso spessore e colore.


L'Officina del Libro:  Leggendo il libro ho notato che il punto di vista da cui viene raccontata la storia (Diari a parte) è quella del fratello che ha più problemi. Droga e una mancanza e un lutto che non vuole essere riconosciuto. In questo modo vuole sostenere una certa posizione, forse personale?

Callieri: Il personaggio del narratore, il fratello minore, è fondato su una ferita di malinconia. Tenta di nasconderla o ripararla con i mezzi a disposizione, quelli del contesto sociale e relazionale. Ma più di quelli elencati nella domanda, ciò che lo caratterizza veramente è l'ironia con la quale si difende dal contatto reale con se stesso e con gli altri, da una relazione amorosa per esempio. Per quello che mi riguarda: tutto è personale e tutto il personale deve essere tradito per funzionare in una narrazione.


L'Officina del Libro:  Sappiamo che far coincidere una storia “di fantasia” con degli eventi storici non è semplice; ancor meno se il periodo di cui parliamo fa parte di una sezione di storia italiana davvero nera, gli anni di Piombo. Quanto è stato difficile incastrare tra loro gli avvenimenti e i personaggi per far risultare l’idea di un’atmosfera continuamente sfumata e sbavata, dove la ragione non sta da nessuna delle due parti, senza tralasciare il realismo?

Callieri: Penso che questa sia la sfida del romanzo che si va impelagare in questi territori. Riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la Storia e i percorsi interiori dei personaggi in maniera che si facciano eco a vicenda. È difficile ma è probabilmente un grande allenamento narrativo, scrivere su una strada con degli argini che non puoi scavalcare quando vuoi.

L'Officina del Libro: Quale dei personaggi la rappresenta di più e le è stato più d’ispirazione nel romanzo?
Quale il più semplice o il più complicato da creare?

Callieri: Elena è stato quello che più complicato per me. Spero tanto di aver sfiorato una delle tante possibilità del “femminile reale”. È incredibile come ci sia una sorta di immaginario, assorbito nel tempo, che spinge verso la costruzione del personaggio femminile come “angelo del focolare”, manipolatore o tremendamente seduttore. Un immaginario di cui non è tanto facile liberarsi, purtroppo. Razionalmente sappiamo che sono stereotipi e non archetipi, ma far sì che questi stereotipi non si attivino durante la scrittura è un lavoro di scavo in stessi. E una necessità, credo, della narrazione di oggi (oltre che politica, ovviamente).


L'Officina del Libro:  Mi ha colpita molto il rapporto tra i fratelli che, dopo la morte del padre, sono opposti tendono a ricongiungersi per scoprire che cosa è accaduto. Anche in questo hanno visioni diverse e solo alla fine il loro rapporto si sana in termini drammatici. Ha preso spunto da esperienze personali nel creare il loro rapporto oppure è frutto della sua fantasia?

 Callieri: Non c'è un'esperienza personale in senso stretto. Ehm... sono figlio unico. Però, appunto, è innegabile che ogni dinamica emotiva della storia nasca da qualcosa che ho sentito e che ho trasfigurato. E tradito, come dicevo prima. Ci sono rapporti di amicizia, per esempio, che possono essere simili alla fratellanza, raramente ma ci sono.


L'Officina del Libro:  Gli amici del fratello minore non sono questi stinchi di santo, tra droga e rappresaglie politiche sono decisamente dalla parte della criminalità. Lo stesso rimangono fedeli al loro amico, il loro giudizio è quindi mitigato.
Qual è il suo punto di vista in questa situazione? Ragazzi borghesi uguale bravi ragazzi, ragazzi che non sempre filano dritto uguale ragazzi migliori, oppure ha una sfumatura intermedia?

Callieri: Per dirla in maniera pomposa: il mio punto di vista è quello drammaturgico. Quello che ho tentato di fare è proprio questo: evitare qualsiasi giudizio di natura morale o sociologica sui personaggi. Credo una delle funzioni della letteratura è portarci molto lontano da lì, e anzi farci abbracciare posizioni che nella nostra quotidianità difficilmente staremmo ad ascoltare. 
Come esempio, così su due piedi mi vengono in mente Le benevole di Littel, Brevi interviste con uomini schifosi di Wallace o Io sono il mercato di Rastello.


L'Officina del Libro: C’è un che di soprannaturale nel libro, quando il protagonista vede e sente il padre nel passato, una sorta di fantasma che lo ruba alla realtà, come se cercasse di aiutarlo a capire che cosa è davvero successo. In un libro così attaccato fatti storici e quindi davvero legato alla realtà, è stato rischioso inserire una parte che poteva stonare ma che alla fine si amalgama benissimo alla trama. Come le è venuto in mente questo espediente?

Callieri: Beh, innanzitutto grazie per “si amalgama benissimo alla trama”. Sì, forse è stato rischioso perché, mi viene da pensare, è una commistione di generi. È difficile trovare, nel nostro panorama editoriale (per quello che conosco almeno), questi scavallamenti: nel senso un noir è un noir, a volte a sfondo storico, a volte metropolitano. Io non saprei proprio definire la mia storia, perché ha un impianto innegabilmente “detective”, però è, almeno spero, impastata di ironia, poi c'è un fantasma e poi la Storia come territorio in cui si muovono i personaggi... boh. L'espediente del fantasma è stato, come dire, istintivo. Poi l'ho lasciato, perché funzionava, perché secondo me raccontava la ferita e il desiderio del protagonista in maniera “visiva”.

L'Officina del Libro:  Questo è il suo primo romanzo, vincitore di un importante premio per scritto emergenti, il Premio Italo Calvino. Sta lavorando già a un secondo romanzo?

Callieri: Diciamo che prendo appunti e leggo molto. Diciamo che è una domanda che mi fa aumentare il battito cardiaco e pensare oddio, oddio e questa come la sfango?