giovedì 23 novembre 2017

RECENSIONE || Il libro di Blanche e Marie di Per Olov Enquist

<<Qual è la formula chimica del desiderio?
E perchè non esiste un'unità di misura dell'amore, perchè l'amore cambia continuamente, a differenza del metro campione, quella decimilionesima parte del meridiano terrestre, perchè non esiste un perso atomico del desiderio, stabilito, premiato, per tutti, per sempre?>>

Il libro di Per Olov Enquist ristampato recentemente da Iperborea svela una parte di storia importante probabilmente inedita da questo punto di vista che proietta un fascio di luce su Marie Curie e più precisamente su Blanche Wittman, sua aiutante di laboratorio e confidente più stretta e, prima, isterica e stella del sanatorio parigino Salpetiêre nonché presunta amante del grande Charcot, il medico che ha fatto grandi scoperte su malattie nervose come la sclerosi multipla.

<<Non c'è motivo di giustificare il XX secolo. Come si scusa un secolo che non ha saputo scegliere le sue radici?
Ridicolo.>>

Ma facciamo un passo alla volta. Come di consueto Per Olov Enquist non costruisce un romanzo veritiero e nemmeno un racconto di ciò che accade -o almeno non del tutto. "Il libro di Blanche e Marie" è un'elaborazione di diversi fattori tra cui la vita tra il XIX e il XX secolo, la scoperta di Pierre e Marie Curie del radio, del polonio, delle radiazioni del premio Nobel a loro consegnato e del secondo Nobel per la chimica che Marie riceve in un momento assai meno felice; ma anche del sanatorio parigino dove Blanche passa buona parte della sua vita, degli studi sulle isteriche tra cui Jane Avril che diventerà famosa per essere ritratta dal celebre Toulouse Loutrec. Il punto di vista non è storico ma personale: Enquist inizia il libro dal Libro delle domande (diviso per colori) di Blanche Wittman, libri che ha scritto mano mano che le venivano amputati gli arti a causa delle radiazioni subite nel periodo di lavoro con Marie. I libri di Blanche hanno un'ottica scientifica su ciò che di scientifico ha ben poco: l'amore, una spiegazione per i sentimenti per quella cosa travolgente che mette su un baratro la grande Marie Curie dopo la morte di Pierre e l'incontro con Paul Langevin, un uomo, uno studioso sposato ma fedifrago e alla fine codardo. Il periodo coperto dai libri è ampio e dona una prospettiva diversa sulla vita di grandi personalità che abbiamo solo visto da lontano, giudicati per ciò che hanno scoperto, non per chi erano.

<<L'amore può nascere quando si condivide la propria oscurità con l'essere amato? Ma allora nasce anche l'odio?>>

La storia si sposta rapida, ma logica e inarrestabile, da Blanche a Marie, dalla storia d'amore di Blanche con Charcot a quella invidiata e felice di Pierre e Marie e poi alla tempesta che travolgerà irrimediabilmente la grande studiosa alla fine additata come ebrea e sfascia famiglie.
Il libro delle domande contiene davvero delle domande che Blanche si pone dalla sua cassetta di legno con cui si sposta per casa (alla fine le rimaneva giusto un braccio, era poco più che un torso), una spettatrice che ha vissuto, che ha amato e che alla fine vede tutto dall'esterno facendo da contrappeso e da amica insostituibile per Marie.

Il viaggio che Per Olov Enquist ci proprone attraversa la sociologia, la scienza, la Storia e anche le vite personali dei grandi personaggi che sceglie per rappresentare questo quadro sinestetico e dal punto di vista originale, senza tralasciare il suo solito stile fluido, scorrevole, trasparente e che riesce ad agganciare il lettore in una prosa piacevole e interessante.

Consiglio Per Olov Enquist non solo agli amanti dei romanzi storici ma anche a chi mai ha provato a leggere qualcosa di simile a un racconto ma che riesce a entrare più in profondità, un'esperienza letteraria davvero unica.

COPERTINA 8 | STORIA 8,5 | STILE 8,5


Titolo: Il libro di Blanche e Marie
Autore: Per Olov Enquist, traduzione di Katia De Marco
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 256
Prezzo: 17,00 euro

Trama

Marie è Marie Curie, l’eroina della scienza, la visionaria polacca cui la scoperta del radio e le rivoluzionarie ricerche sulla radioattività valsero ben due Premi Nobel, il primo dato a una donna e la prima a meritarne un secondo. Blanche è Blanche Wittman, la paziente preferita di Charcot per i suoi innovativi esperimenti terapeutici, la “regina delle isteriche” alle cui pubbliche sedute di ipnosi assistevano Freud e Strindberg, Babinski e Sarah Bernhard, e accorreva tutta l’élite medica, intellettuale e mondana della Parigi di fine Ottocento. Due donne che vengono da origini e mondi lontani e il cui incontro è la scintilla di un’unica domanda, una comune lotta e uno stesso destino: entrambe bruciate nell’anima e nel corpo dall’inspiegabile e letale luminescenza azzurra del radio e da quella non meno misteriosa e mortale della passione. Guarita dopo la morte di Charcot, e diventata assistente di laboratorio di Marie, sua amica e confidente, Blanche è la testimone di cui Enquist si serve per intrecciare le due grandi avventure scientifiche che segnano l’inizio della modernità, farne rivivere i protagonisti e, attraverso i due luoghi simbolo della sua vita, il laboratorio delle ricerche sul radio e l’infernale gineceo della Salpêtrière, il più rinomato ospedale neurologico del tempo, dove Charcot apre la via all’esplorazione del tenebroso continente femminile, indagare su un’epoca ricca di fermenti libertari e di oscurantismo, di ambigua ricerca di verità e di ipocrisia. Ma è la domanda di Blanche e Marie il centro del romanzo, che è soprattutto un romanzo d’amore e sull’amore: qual è la misteriosa natura di quel legame che unisce Blanche a Charcot, quel potere incontrollabile che spinge la celebre vedova Marie a innamorarsi perdutamente di Paul Langevin, ex allievo di Pierre, sposato e padre di famiglia, mettendo a repentaglio reputazione, carriera e quasi l’incolumità? Qual è “la formula chimica del desiderio”, il suo peso atomico, l’unità di misura dell’amore che potrebbe aiutare a capire la sua felicità e la sua inaudita sofferenza e a trovare quel nesso che darebbe un senso a tutto?



L'AUTORE

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).



















RECENSIONE || Il castello di Rackrent di Maria Edgeworth

Ho un debole per i romanzi storici -ormai credo sia piuttosto evidente- e per questo mi sono incuriosita quando è uscito "Il castello Rackrent" di Maria Edgeworth, Fazi Editore.

Un libricino piccolo risalente all'Ottocento che narra di una famiglia irlandese, spesso squattrinata, che di erede in erede si passa il castello Rackrent. Il narratore della vicenda

è una persona vicina alla famiglia, il tutto fare del castello, molto in stile Wilkie Collins solo con un registro meno prestigioso. La storia si dipana attraverso diversi anni e proprietari del castello, chi più e chi meno apprezzato, tutti con il vizio del bere e dello sperperare che porterà a perdere del tutto la grande proprietà.

I signori che si susseguono bramano il castello ma quando ne vengono in possesso vengono presi da una sorta di frenesia per cui restaurare, dare feste e fare baldoria li lascia del tutto al verde, obbligati a chiedere credito e a indebitarsi senza che nessun amministratore riesca a mettere un minimo di raziocinio tra loro e la bottiglia.

Se lo scopo di Maria Edgeworth era quello di riportare tradizioni, modi di vivere degli irlandesi in questo caso ne ha dato di sicuro un esempio ma nulla di eccezionalmente avvincente. Probabilmente il ritmo e lo stile di vita aveva realmente risvolti meno emozionanti rispetto a quelli moderni ma in generale il narratore racconta i fatti come li vede anche se tenendo sempre le parti dei padroni di casa. Non ci sono pensieri reconditi di cui essere al corrente, solo qualche supposizione di questo vecchio tuttofare. 
In questo modo la vicenda è scorrevole ma non cattura l'attenzione del lettore: l'importanza del volume sta nel fatto che sia una storia antica scritta dalle mani di un'autrice nata nella seconda metà del Settecento e per questo già di per sé eccezionale.
Se poi aggiungiamo che i fatti riportati sono realmente accaduti possiamo metterci nei panni dell'autrice e non metterla alla forca se i gentiluomini irlandesi del XIX secolo conducessero una vita dissoluta, piuttosto noiosa e irresponsabile.


"Il castello di Rackrent" è una lettura dedicata agli appassionati di letteratura storica, meglio se un po' navigati, non è una lettura per chi pensa di iniziare a esplorare questo interessante genere.


COPERTINA 7,5 | STORIA 6 | STILE 7


Titolo: Il castello di Rackrent
Autore: Maria Edgeworth, traduzione di Pietro Meneghelli
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 134
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

Thady Quirk è il vecchio servitore di un’antica famiglia anglo-irlandese. Nel corso della sua lunga vita trascorsa al castello Rackrent (letteralmente il castello ‘arraffa-affitti’) ha assistito alla progressiva decadenza dei suoi aristocratici padroni: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick “per una questione d’onore”; e Sir Kit, giocatore d’azzardo che alla fine vende la proprietà al figlio di Thady. Generazione dopo generazione, il graduale declino della famiglia diventa la simbolica premonizione dei profondi cambiamenti che investiranno la società irlandese e dei problemi che, a oltre duecento anni di distanza, sono ancora ben lontani dall’essere risolti.
Apparso all’inizio del 1800, anno in cui si compiva l’esautorazione del Parlamento di Dublino e si preparava la strada all’unione tra l’Irlanda e la Gran Bretagna, Il Castello Rackrent ebbe un enorme successo. Politicamente audace, stilisticamente innovativo e incredibilmente piacevole, questo romanzo è una tappa fondamentale della letteratura irlandese e un grande classico da riscoprire.


L'AUTRICE


Maria Edgeworth Nata a Black Bourton (Oxfordshire) nel 1767, a quindici anni si trasferì con la famiglia a Edgeworthstown, in Irlanda, una delle proprietà di famiglia. Studiosa di Pedagogia, scrisse molte novelle morali per l’infanzia e diversi romanzi di vita irlandese, considerati dalla critica una tappa fondamentale nel processo di gestazione della letteratura irlandese in lingua inglese. Morì a Edgeworthstown nel 1848. Il Castello Rackrent è il suo primo romanzo.

mercoledì 15 novembre 2017

RECENSIONE || Voglio fare lo scrittore, manuale attivo per giovani scrittori, fumettisti e giornalisti.

In quanti di noi almeno una volta da piccoli non ha pensato di scrivere un racconto, una
favola o una storiella? Io si, me lo ricordo benissimo, su uno di quei quaderni Pigna dalla copertina rigida. La storia era breve, zoppicante e male assortita ma ricordo che l'idea di fondo fosse legata a una bambola stregata che compariva sul ponte di Brooklyn per uccidere i passanti. Insomma una Annabelle a metà, piuttosto male in arnese comunque.



La mia passione si è spenta quasi immediatamente, il racconto non reggeva e non avevo idea di come proseguire, che tema scegliere per il racconto successivo e come costruire i personaggi. Mi è capitato tra le mani un manuale adatto ai giovani aspiranti scrittori, fumettisti, giornalisti con tips furbi ma semplici e una dotazione completa per entrare come si deve nel ruolo desiderato.

Ecco il volume pubblicato da Editoriale Scienza, una casa editrice di libri per bambini che personalmente trovo tra le più interessanti e utili per quanto riguarda scienze e curiosità. In questo caso "Voglio fare lo scrittore, manuale attivo per giovani scrittori, fumettisti e giornalisti" (24 pagine, 17,90 euro) è un libro divertente e stimolante per iniziare a buttare giù qualche idea senza scoraggiarsi se non si realizza nell'immediato il nuovo bestseller mondiale, un fumetto in stile Zerocalcare o un articolo bramato dal Times.






Sono consigli pratici, incoraggianti ed effettivamente utili. In "Come diventare un grande scrittore" il suggerimento evidenziato è quello di scrivere ogni giorno -"ricorda che è la sua storia e che nessuno può raccontarla meglio di te."- incorporando anche materiale preziosissimo per lo scopo: Un Libro. Esatto, un libro su cui trascrivere la storia quando sarà completata e corretta. Ovviamente sono presenti anche le immancabili parti del libro per formare uno scrittore non solo fantasioso ma anche competente nelle parti più pratiche.






Anche per quanto riguarda i giovani fumettisti ci sono delle belle dritte, dalle basi (come gestire le nuvolette) a cose più complesse come scegliere le giuste parole onomatopeiche e soggetti facilmente trasportabili nelle vignette. In questo caso il materiale consiste in una bozza bianca per un fumetto, gli stencil per creare fantesche nuvolette e delle vignette da completare; insomma un kit completo!


Gli aspiranti giornalisti hanno più da lavorare ma una serie fantastica di consigli su cosa serve, come gestire una notizia, come organizzare una redazione e realizzare una prima rivista. Anche in questo caso si inizia da cose pratiche e basilari come procurarsi un taccuino ed essere molto curioso su ogni fatto della vita quotidiano, ritagliare gli articoli preferiti e leggere tanto, fino all'impaginazione di una rivista, materiale cartaceo compreso nel volume. Naturalmente, quale giornalista non ha una tessera stampa? Per me una delle cose più divertenti e carine del materiale del libro.


Non ci si può che sbizzarrire e allenare per seguire una passione con scientificità e ordine, con consigli pratici che aiutano a non incartarsi alla prima difficoltà e cedere alla frustrazione; sicuramente un libro che stimola ad essere attivi e curiosi. Sarà una strenna apprezzatissimi per giovani ragazzi curiosi e che io terrò in serbo per Gabriele!




giovedì 9 novembre 2017

RECENSIONE || Birra scura e cipolle dolci di John Cheever

"Amy batte il tempo con i piedi e pensa al suo quarantacinquesimo aprile e al suggello e simbolo per eccellenza della primavera, la birra scura e le cipolle dolci."

Ritorniamo a parlare di una raccolta di racconti questa volta scritta da una voce potente quanto importante e forse poco conosciuta. Sto parlando di John Cheever scrittore americano vissuto tra il 1912 e il 1982 che ha accusato, come molti altri suoi colleghi, la lama fredda della Grande Depressione.

I racconti contenuti in "Birra scura e cipolle dolci", Racconti Edizioni, sono il lavoro di un Cheever ancora giovane, scritti che risalgono tra il 1932 e il 9141 (a eccezione di uno) e che ritraggono la fotografia si un'America nella grande morsa della povertà. Tra la biografia, autobiografia e fiction i racconti si aprono su diverse città e trova come protagonisti persone diverse ma con più o meno le stesse caratteristiche.

Uno spaccato interessante e che ha sicuramente rispecchiato un momento della vita di Cheever che durante la Depressione ha vissuto un grande momento di povertà. I suoi racconti rivelano una grande caratteristica del popolo americano durante questo periodo: un fatalismo e una cieca speranza (direi più sicurezza) che tutto in qualche modo -un modo che non dipende assolutamente da loro- si rimetterà a posto e la fortuna girerà di nuovo dalla loro parte. 
Non si lascia spazio a tragedie, se non piccoli sfoghi, il dio Denaro è sentito importante finché è presente nelle tasche dei personaggi che possono tranquillamente -e senza scrupoli o moderazione- giocarselo alle corse dei cavalli presenti in quasi ogni breve storia.

In altre parti del libro si fa riferimento a quella che è tutt'ora la provincia americana molto diversa dalle grandi città: case isolate, quartieri vivi poche volte all'anno in cui succede qualcosa che ripopola un pezzo di terra altrimenti semi deserto. Mi è capitata, come si suol dire, a fagiolo la newsletter de La McMusa "La bugia della provincia americana", in cui descrive la sensazione di smarrimento, abbattimento e noia che si prova in queste zone e che invece non traspare dalle parole di Cheever amante della natura e della vita all'aperto: il protagonista di "Di passaggio" adora camminare dalla casa dei suoi ospiti verso la città, senza nessun problema si sciroppa chilometri e chilometri; mentre gli Shusser vivono peggio la loro lontananza dalla Grande Mela, simbolo di ricordi e bei tempi andati, incastrati a passare serate a bere birra fredda e chiacchierare di ciò che fu.

Tre racconti mi sono rimasti impressi: "Di passaggio" -il racconto è diviso in più parti ma ciò che mi ha colpito è come la famiglia che sta per perdere la casa (ipotecata e che la banca ora sta vendendo a un'azienda petrolifera) non risparmi denaro e continui a vivere come al solito, anche se non saprà come pagherà l'affitto del nuovo alloggio di cui avranno bisogno-, "L'uomo che lei amava" -molto commovente, i genitori che hanno perso tutto alle corse, permettono alla giovane figlia di sposare un uomo umile (il loro autista) e rinunciare a un matrimonio con un ricco e nobile signore-, e "L'opportunità" -la madre della giovane Elise la sottovaluta pensando che sia una sciocca e non la capisce quando decide di non firmare un promettente contratto per fare l'attrice in un'Opera teatrale e poter diventare ricca; secondariamente ho trovato tristi "Bayonne" e "La spogliarellista", ma ben incastonati in questo periodo, assolutamente azzeccati. Nessun racconto è scontato, ognuno di essi è uno spezzone di vita con una sintassi chiara, limpida e scorrevole. Le sensazioni che comunicano (spesso non a parole ma con qualche gesto o pensiero di cui il lettore viene messo al corrente) sono intense e urgenti: decisioni che vanno prese, cambiamenti definitivi. 

Consiglio "Birra scura e cipolle dolci" ai lettori che si vogliono immergere nella letteratura americana iniziando con Cheever senza sprofondare nelle 800 pagine de "I racconti" o nelle 500 di "Una specie di solitudine".

COPERTINA 6 | STILE 9 | RACCONTI 8

Titolo: Birra scura e cipolle dolci
Autore: John Cheever, traduzione di G. Luccone
Numero di pagine: 200
Prezzo: 17,00 euro

Trama


John Cheever scrive questi racconti tra i venti e i trent’anni. Sono short stories imbevute di idealismo e della sua necessaria scia di disillusione, giovanili eppure di uno scrittore già formidabile e formato, da principio pubblicate su riviste di sinistra con tirature risibili e poi via via su magazine sempre più alla moda come Cosmopolitan e Collier’s.
Non siamo ancora alle cronache minute di ciò che succede dietro i prati perfettamente falciati e le staccionate imbiancate di fresco, ma tra commessi viaggiatori al tramonto dei loro giorni di gloria e marxisti puritani che osservano gli altri bere e divertirsi mentre loro immaginano un’umanità nuova. Parteggiamo per la rivincita di una spogliarellista in là con gli anni e subito dopo assistiamo agli innumerevoli piccoli fallimenti di giocatori d’azzardo sempre alla ricerca di un’ultima opportunità, di un cavallo finalmente vincente e di una felicità mai raggiunta e sempre inseguita con la pervicacia di un baio adombrato.
È l’onda lunga della Grande depressione post ’29, un’America che va imparando il sapore della nostalgia per un’era mai vissuta e un’innocenza tutta da perdere. Cheever accarezza grazia e peccato, muovendosi tra case sfitte, inquilini che non pagano la pigione e torchi fermi da troppe stagioni. E così incontriamo zingari ubriaconi travestiti da pellerossa e cameriere disposte a ogni sgambetto pur di tenersi strette lavoro e dignità. Incontri che, come sostiene Christian Raimo nell’introduzione, ci ricordano perché vale la pena leggere.

L'AUTORE

John Cheever (Quincy, 27 maggio 1912 – Ossining, 18 giugno 1982) è stato uno scrittore statunitense.
William John Cheever è stato chiamato il Čechov dei sobborghi. I suoi romanzi e racconti sono per massima parte ambientati nell'Upper East Side di Manhattan, i sobborghi della Contea di Westchester, i sei stati del New England (in vecchi villaggi del New Hampshire, del Massachusetts, del Vermont, del Connecticut, del Rhode Island e del Maine), intorno a Quincy, suo luogo natale, e in Italia, soprattutto a Roma.
È riconosciuto come uno degli scrittori più importanti del Novecento statunitense, e ricordato soprattutto per i racconti brevi, misura in cui eccelle, ma è stato anche autore di romanzi, tra cui il famoso Falconer.
[fonte:wikipedia]

mercoledì 25 ottobre 2017

RECENSIONE || "Il medico della nave /8" di Amy Fusselman

<< Vedere mio padre respirare in quale modo, con i polmoni che gorgogliavano, era come guardare la mia nave sfondare, con il mio capitano a bordo che cercava di salvare il salvabile.

Ed ero in grado di guardare perché, per qualche strana ragione, io non ero sulla stessa nave di mio padre. Ero sulla nave che mi permetteva di stargli seduta accanto e di tenergli la mano mentre nella testa sentivo un rumore come di un aereo che decolla. Neanche fossi lì a due passi. Sulla pista, senza cuffie.>>

Un altro libro forte e tenace proposto da Edizioni Black Coffee mi arriva per posta. Un libro, anzi due, con temi davvero tosti ma affrontati con delicatezza e allo stesso in modo diretto e limpido.

Nella prima parte del volume "Il medico della nave" Amy Fusselman ci parla di un legame a doppio filo tra la morte del padre e la voglia di maternità che non si realizza in maniera naturale, ma che ha bisogno delle ultime innovazioni scientifiche: un lungo fil rouge che lega (quasi) tre generazioni raccontate in modo semplice e nel dettaglio in cui i cinque sensi -e il sentire del corpo in generale- hanno la priorità, creando una storia in continua evoluzione e che avvolge il lettore quasi come fosse un diario. E in un certo senso anche la forma del diario non manca, la storia di Amy è inframezzata dal diario di bordo del padre imbarcato su una nave, negli anni quaranta del Novecento, come medico appena ventunenne. Si viene a creare una strana sincronia tra la voce del padre dell'autrice -che nel presente non è altro che un uomo anziano in fin di vita- e la penna della Fusselman che ha tanta voglia di sentire la vita all'interno del suo corpo.

<<Mi concedo il lusso di immaginarmi incinta, ma in realtà voglio le prove. Perciò ascolto il mio corpo. E non sento niente. Ripenso a quello volta che il medico generico mi ha detto che quando sei incinta i tuoi organi cambiano posizione.

"Roba da fantascienza" mi ha detto ridacchiando.

Allora immagino i miri organi che si muovono liberamente dentro di me, come sott'acqua.>>

Si susseguono piccole confessioni inconfessabili <<Non mi sono mai sentita così bella come durante le sei settimane in cui papà è stato ricoverato all'ospedale.>> e altre esperienze di cui l'autrice ci mette al corrente come confessori esclusivi della sua vita: <<Pensavo al mio utero che, ho letto, è in grado di espandersi quasi all'infinito. E me lo immaginavo, con il suo rivestimento di sangue, sempre vuoto tranne una volta al mese, quando l'ovulo microscopico ci galleggia dentro come un salvagente in mezzo all'oceano.>>
Il modo di narrare di questa autrice è spontaneo e forte: è in grado di raccontare eventi importanti della vita in modo leggero quanto penetrante, creando sensazioni discordanti nel lettore ma di grande impatto.

Se in "Il medico della nave" la ricerca e la perdita della vita sono di sottofondo al racconto in "8" l'autrice ricorda un evento traumatico della sua infanzia, che trova corrispondenza anche in quella della madre, mentre lei sta vivendo quella dei suoi due figli, King e Mick.

<<I pedofili sono fuori di testa. Lo so perché ne ho avuto uno. Ho avuto il mio pedofilo personale. Era il marito della donna che mi faceva da baby-sitter. >>

Così la dimensione temporale e questo trauma prendono il sopravvento sul racconto. Un tema così forte può essere affrontato in tantissimi modi diversi: può essere descritto dettagliatamente, accennato, drammatizzato, ironizzato. L'autrice sceglie di non scendere nei particolari ma di parlare di come  ha a affrontato il suo trauma in modo semplice e piuttosto concreto scrivendo più che altro delle terapie alternative scelte e del rapporto che instaura con i suoi terapeuti. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che del suo pedofilo parla una volta sola con amarezza e rabbia (vorrei anche vedere!) ma affronta tutto il tema da un angolazione stramba e intervallandolo con altre esperienze che sono completamente "out of contest" ma che in qualche modo danno al lettore una sorta di bussola per trovare i punti cardinali della storia e non perdersi in questo robusto flusso di pensieri.

Due volumi singolari, Amy Fusselman ha una sguardo originale sulla realtà smaliziato ma non cinico, in grado di togliere il fiato con le sue verità ma che è perfettamente capace di confondere il lettore accostando momenti di vita inconciliabili tra loro. Per quanto mi riguarda ho trovato molto più interessante "Il medico della nave", più strutturato, piuttosto che "8" che non segue un filo sequenziale piuttosto un flusso di pensiero.


COPERTINA 7,5 | STILE 8 | RACCONTI 7,5


Titolo: Il medico della nave / 8
Autrice: Amy Fusselman, traduzione di Leonardo Taiuti
Numero di pagine: 208
Prezzo: 13,00 euro

Trama

Ci sono storie di cui le persone non parlano, storie che per essere raccontate richiedono coraggio e costringono chi sa ascoltarle a rimettere in discussione la propria realtà. Storie come quelle che Amy Fusselman narra in questo libro a metà fra il memoir e il diario. Il medico della nave e 8 sono brevi riflessioni sul rapporto con due uomini che, in modi opposti, hanno influenzato irrimediabilmente la sua vita: il padre appena scomparso e quello che lei chiama «il mio pedofilo».
Intrecciando astratto e quotidiano l’autrice affronta temi quali la maternità, l’abuso sessuale, la morte e il perdono con l’agilità e l’esuberanza di una bambina che gioca. Ne scaturisce una concezione del mondo come luogo strano e speciale, in cui spazio e tempo sono ancora concetti fluidi e misteriosi. Attraverso la scrittura Amy Fusselman rivive momenti dolorosi del suo passato nel tentativo di superarli, regalandoci una meditazione piena di amore e speranza su cosa significhi scendere a patti con un’esperienza traumatica. E voltare pagina.

L'AUTRICE


Amy Fusselman è una scrittrice e artista newyorchese. Le sue due opere di esordio, Il medico della nave e 8, sono uscite a sei anni di distanza l’una dall’altra e, più di recente, sono state combinate in un unico volume da McSweeney’s. Amy Fusselman è anche autrice di Savage Park: A Meditation on PlaySpace and Risk for American Who Are NervousDistracted and Afraid to Die. I suoi scritti sono apparsi su note riviste quali The New York TimesMcSweeney’s Internet Tendency e The Atlantic.

mercoledì 4 ottobre 2017

RECENSIONE || Bagliori a San Pietroburgo di Jan Brokken

<<Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l'arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città. >>

L'ottica del viaggio è pervasiva nel nuovo libro di Jan Brokken. Un viaggio che vede come protagonisti i maggiori artisti russi degli ultimi due secoli ma anche la storia che ha dato tanto rilievo al pensiero e alla letteratura forse più che in ogni altro Paese.

Il nostro narratore, lo stesso Brokken, ci porta con se per delle ricerche che hanno come scopo reperire informazioni per il suo libro "Il giardino dei cosacchi" di prossima pubblicazione a quel tempo e di cui potete trovare la recensione qui
Da sempre attratto dalla Russia e dalla sua arte in ogni forma e sfaccettatura l'autore non si fa chiamare due volte per rivisitare e collezionare ricordi, per entrare in sintonia con la Storia e gli artisti che ne hanno fatto parte, da qui nasce "Bagliori a San Pietroburgo", Iperborea.

La Russia ha conosciuto momenti drammatici, censure, colpi di stato e repressioni e proprio per questo motivo i suoi poeti, compositori, artisti, scrittori sono stati esiliati, spiati, condannati ai lavori forzati, eliminati. In qualche modo il peso del pensiero dei letterati e l'espressione della musica dei compositori faceva paura al potere, paura che potessero influenzare i cittadini russi, e in particolare i pietroburghesi, per questo motivo venivano spesso allontanati, sempre tenuti d'occhio o minacciati.

Jan Brokken si dimostra un narratore formidabile e un grande conoscitore della mentalità russa nonché della sua Storia: passo dopo passo Pietroburgo diventa sempre più familiare al lettore che non può che innamorarsi di Anna Achmatova, il celebre Dostoevskij, Nabokov, Esenina, Mandel'stam e la sua devota moglie ma nemmeno ignorare grandi compositori come Rachmaninov, Rimsky-Korsakov o Glazunov. 

Se la maggior parte di questi nomi vi è poco famigliare consiglio, durante la lettura, di tenere sotto mano un qualsiasi dispositivo per fare ricerche e ascoltare melodie sopraffine che vi aiuteranno a entrare nel mondo di Brokken e che vi faranno capire l'animo russo, triste, depresso ma anche ribelle e battagliero; "Bagliori a San Pietroburgo" non ammette frettolosità da parte del lettore ogni personaggio ogni talento deve essere assaporato e scoperto.
Per quanto mi riguarda tutto ciò che è fatto e scritto con passione crea un feeling indissolubile con il lettore, per questo motivo se a un primo impatto il libro pare essere prolisso o incatalogabile (non è da annoverare tra i saggi, ma nemmeno nelle biografie) dopo qualche capitolo si sarà trascinati dall'amore per la patria e dalla passione delle arti dei grandi artisti russi qui descritti, citati e profondamente amati dall'autore.

Brokken compie un viaggio storico (da un suo viaggio in Russia nel 1975, il viaggio che compie durante il libro e un viaggio Storico più ampio che comprende molte figure storiche) e narra nello stile di Per Olov Enquist, gli avvenimenti salienti delle loro vite, degli intrecci politici, sempre con un occhio al presente e uno al passato, tessendo una trama fitta in cui l'arte non esiste senza dolore e senza patria, senza dittatura, senza l'allontanamento dalla propria terra. Un libro fertile di suggerimenti che accresce l'interesse verso la Grande Russia ma soprattutto verso le grandi menti che hanno popolato un Paese tanto triste e combattuto.

Terminato il libro rimane un grande desiderio di esplorare questo Paese poco conosciuto, di leggere, ascoltare e soprattutto, un giorno magari, di farci raccontare queste avventure da Jan Brokken in persona.


COPERTINA 8,5 | STILE 9 

Titolo: Bagliori a San Pietroburgo
Autore: Jan Brokken, tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 224
Prezzo: 17,00 euro

Trama

«A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua.» È il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo, l’allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell’arte e dello spirito. In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea. Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l’elegante fierezza di questa città, per proseguire con l’avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol’, Solženicyn; i radicali Stravinskij e Malevič e i tormentati Čajkovskij e Šostakovič; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l’inquieto Esenin, il «Rimbaud russo» che conquistò Isadora Duncan; il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppur ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l’eterno favore di Stalin. In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l’arte e il potere, dove Mandel’štam ebbe a dire: «Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome.»

L'AUTORE


Jan Brokken (1949), scrittore, giornalista e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi romanzi di successo che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come l’esordio narrativo De Provincie (1984), da cui è stato tratto un film, Nella casa del pianista (Iperborea 2011) sulla vita di Youri Egorov e Anime baltiche (Iperborea 2014), viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa. L'ultimo suo libro pubblicato da Iperborea è Il giardino dei cosacchi (2016).


martedì 26 settembre 2017

RECENSIONE || "Paradisi minori" di Megan Mayhew Bergman

<< Le madri ci intossicano. Le idolatriamo, le diamo per scontate, le odiamo, biasimandole ed esaltandole più di chiunque altro faccia parte della nostra vita. Setacciamo le prove del loro amore, per rassicurarci del loro affetto, della sua origine biologica. Possiamo rubare e mentire e scappare, loro ci ameranno comunque. >>

Non è per me una sorpresa riprendere in mano il blog grazie a una raccolta di racconti (e che raccolta di racconti!), finalmente torniamo a parlare di libri e non potevo riniziare meglio di così.


Emozioni forti e biologiche trapelano dalle righe di "Paradisi minori" di Megan Mayhew Bergman, NN Editore, che nella sua raccolta di racconti porta a galla gli istinti animali che più di ogni altri ci contraddistinguono.

I suoi racconti hanno come protagoniste donne a un bivio, in una situazione complicata che implica una scelta difficile in cui qualcuno soffrirà forse la stessa narratrice. Ed è in questo campo arato di sentimenti ed emozioni che si inseriscono i rapporti tra i personaggi e gli animali: una sorta di ritorno alle origini che se non dona una soluzione quanto meno lascia un chiarimento alla protagonista.

Il nodo si scioglie, gli animali aggressivi o sacrificati, serafici o problematici impongono la loro presenza naturale e inconsapevole sull'uomo e aiutano a prendere una direzione e scegliere una strada al bivio della vita. È qui il punto saliente che la Bergman riesce a rendere vivido, tutto si semplifica seguendo la vita selvatica e naturale degli esseri viventi che ci stanno vicino, abbandonando ogni regola sociale, ogni remora morale e seguendo un corso più profondo, atavico.

I miei racconti preferiti si spostano da una donna che decide di lasciare il marito dopo aver scoperto la sua infedeltà e trasferirsi in un cottage in un piccolo paese con tre gatti e un cane da salvare, che non vuole essere salvato. Le sue peregrinazioni notturne le portano pensieri e decisioni da prendere che però appaiono lontane in una località marittima e un po' isolata come quella [La compagnia giusta. The right company]

<< Una volta mia madre mi ha detto, Non sottovalutare mai l'elusione come metodo efficace per affrontare la vita. Ho sentito parlare di una donna che dopo un ictus utilizzava solo la parte destra del cervello. Aveva come una valigia dimenticata in un altro paese. E così aveva trovato la felicità. >>


A una donna con un disperato desiderio di maternità che si sente in colpa per aver lasciato solo il suo cane in catamarano per andare a sentire un concerto reggae. Al suo ritorno il cane era scomparso ritrovato da alcuni pescatori vivo ma stremato dopo aver percorso due chilometri a nuoto, per chissà dove. [L'orto urbano. The urban coop]


<< Dopo l'amore Mac si staccò da me e mi porse l'asciugamano.
Scrollai il capo.
[...]
Anche se avevo davvero poche probabilità, puntai i piedi in alto sul muro per tenermele tutte dento. >>



Passando per il mio preferito in assoluto "Il calzino da duemila dollari" [The two-hundred dollars sock], in cui una donna deve decidere se far operare il suo pastore tedesco che per l'ennesima volta ha ingoiato un calzino ma che non riesce a espellere. L'operazione costa duemila dollari e lei e suo marito quei soldi non li hanno. In più un orso ha scoperto le loro arnie e ogni notte viene a cercare altro miele. Anche in questo caso gli animali trovano sempre una soluzione a ogni dilemma, il loro istinto, il loro essere naturali.

Megan Mayhew Bergman fa della semplicità la qualità migliore dei suoi racconti che riescono a colpire nel profondo il lettore per trama e costruzione dei personaggi e dei loro legami con gli animali: vite parallele, le protagoniste specchiate negli animali e viceversa.
Il lettore ideale per questo libro è colui che riflettere, che legge negli occhi di ogni essere vivente una storia, che non prende decisioni alla leggera e che ama intrecci complicati di vite quasi normali.  



COPERTINA 8 | STILE 8,5 | RACCONTI 8,5

Titolo: Paradisi Minori
Autore: Megan Mayhew Bergman, traduzione di Gioia Guerzoni
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 228
Prezzo: 18,00 euro

Trama

I racconti di Megan Mayhew Bergman parlano di uomini e donne alle prese con le grandi scelte e i piccoli dilemmi di ogni giorno. La ricerca d’identità dei personaggi, il loro dibattersi per costrui­re relazioni d’amore solide e profonde si specchiano negli animali che abitano le loro vite. Protagonisti di Paradisi mi­nori sono proprio gli animali – animali veri, amati o temuti, selvaggi o addo­mesticati. La nostalgia e il rimpianto di una donna si incarnano in un pappagal­lo che custodisce la voce della madre scomparsa; l’amore di una figlia per il padre raggiunge il culmine nella vana ricerca di un picchio in via d’estinzione; e l’istinto materno si esprime nella cura di un piccolo lemure invece che di una figlia ormai lontana.

Dai boschi del Vermont alle paludi del­la Florida, Megan Mayhew Bergman posa il suo sguardo gentile e pieno di compassione sul mondo e sulle sue creature, e racconta delle trappole di solitudine e dolore in cui cadiamo tut­ti, ma anche della folle ricerca d’amore che muove i fili delle nostre esistenze.


L'AUTRICE

Megan Mayhew Bergman vive in una fattoria nel Vermont con la famiglia e tanti animali. I suoi lavori sono apparsi su The New York Times, McSweeney’s, Ploughshares, Oxford American e Best American Short Stories. Paradisi minori è la sua prima raccolta di racconti.

mercoledì 26 luglio 2017

RECENSIONE || Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli

<< Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro. >>

Recensire "Nella perfida terra di Dio", Adelphi Edizioni, è un lavoro arduo non per il giudizio, in questo caso del tutto positivo per lettori che cercano non solo una trama avvincente ma anche un lessico ricco, più per descrivere nei giusti termini tutto ciò che troverete all'interno di questo romanzo che ci racconta della vita a Rocca Bardata, tra Taranto e Brindisi di persone poco raccomandabili, di fatto mafiosi, di sentimenti e di emozioni che portano a compiere determinate azioni, anche -soprattutto- criminose, un'analisi che va oltre il tipico western o le scene sanguinose e rivoltanti, che focalizza i retroscena più che la banale ed eclatante, sporca realtà.

<< In quel desolante albeggiare, sciami di moscerini a ronzargli nelle orecchie, Tore se ne ristette pietrificato dinanzi alla smaccata devastazione di quell'affronto. 
Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d'ira, l'uomo, al pari d'un vitello marchiato a fuoco, s'abbandonò a un lungo terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio. >>


























Il luogo in questo caso è fondamentale per gli intrecci costruiti da Omar Di Monopoli, uno scenario che parla di distese di terre poco bazzicate, di vere e proprie gang che si spartiscono i suddetti appezzamenti, di uomini e donne spregiudicati, di due ragazzi che devono crescere in un ambiente confuso dopo la morte del nonno 'mbà Nuzzo, un falso santone che dalla costosa Taranto si è trasferito sulle poche terre lasciate dal padre nell'entroterra e con nulla di meglio da fare si è dedicato alla sfruttamento della fede altrui appoggiato prima di tutto da chi di fede se ne dovrebbe "intendere" davvero. 

Ed è proprio al ritorno del padre dei due ragazzi, latitante e misterioso, che il libro inizia. Gimmo e Michele sono stupiti, restii a riaccettare il padre che non vedono da quando la madre è scomparsa. Quali traffici si nascondono nel suo passato? Quali guai porterà adesso che non c'è nessuno a prendersi cura di loro?


<< Quando il camioncino, in un prolungato stridore di ganasce, si arrestò a pochi passi dalla catapecchia incavata, i ragazzi abbandonarono le loro posizioni per affacciarsi guardinghi e allarmati sul cortile. >>

La divisione in due piani narrativi è una scelta saggia dell'autore che grazie al "prima" e "dopo" stringe in una spira sempre più stretta il lettore che non ha scampo e si lascia prendere dai regolamenti di conti, dalle sparatorie, dai vecchi amici ora nemici con le informazioni centellinate in modo strategico, fino al culmine del climax che coincide con la chiusura del romanzo. La trama per nulla scontata si completa con un lessico ricco, ricco di italianità e dialetto tarantino di cui meravigliarsi a ogni riga: ogni costrutto sintattico è ricercato ma mai artificioso o forzato, la prosa rimane scorrevole tra le frasi irate e gli incontri tra i boss delle fazioni in scena, come nei più classici dei western. Il clima che si respira è teso, l'aria pesante e immobile tipica del clima del sud è palpabile come la preoccupazione e il risentimento di Gimmo nei confronti del padre e la fiducia del fratello Michele che appioppa al padre per via del legame di sangue. Omar Di Monopoli non risparmia nulla: i combattimenti dei cani, morti a sangue freddo, accordi loschi per uscirne più ricchi e potenti. 



Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una piccola comunità italiana poco conosciuta e sicuramente poco raccontata dagli autori. Rocca Bardata è gestita dalle bande, dai traffici di droga ai smaltimenti di rifiuti chimici illegali, alla conquista di potere dalle istituzioni meno sospettate. I fratelli Della Cucchiara si portano la nomea del padre, Tore Della Cucchiara, un uomo che ha scelto il gruppo sbagliato con cui schierarsi, un marito troppo violento che è stato costretto a sparire dalla circolazione dopo una regolazione di conti, un personaggio ricco di contraddizioni che vive bene in un contesto spregiudicato ma attirato da una vita più pulita, più onesta. 



Per me non è stato semplice entrare nel mondo raccontato da Omar Di Monopoli, non solo perché il genere è distante anni luce da ciò che leggo di solito ma anche perché non è una realtà che mi appartiene, tuttavia una volta preso il ritmo  mi è stato impossibile da interrompere la lettura, più si continua a leggere più ci si addentra nei segreti e nelle cosche che gestiscono il piccolo paese: incontriamo l' Ngannamuerti, Capumalata tutti a capo della loro gang nascosti nelle sale dei bar fumose, l'odore della polvere da sparo fresca, il puzzo di sudore che si innalza verso il soffitto e respinto verso i proprietari dalle lente pale appiccicate al soffitto.



Per quanto mi riguarda "Nella perfida terra di Dio" è uno spaccato crudele, crudo per quanto reale e magistralmente raccontato da un autore da tenere d'occhio per i lettori che vogliono non solo leggere di temi interessanti e intriganti ma che non vogliono rinunciare alla qualità del lessico e della sintassi italiana.


In collaborazione con la Libreria Ubik di Cesena



COPERTINA 6,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Nella perfida terra di Dio
Autore: Omar Di Monopoli
Numero di pagine: 205
Prezzo: 18,00 euro

Trama

Da tempo, al nome di Omar Di Monopoli ne sono stati accostati alcuni altri di un certo peso: da Sam Peckinpah a Quentin Tarantino, da William Faulkner a Flannery O'Connor. Per le sue storie sono state create inedite categorie critiche: si è parlato di western pugliese, di verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché, com’è ovvio, di noir mediterraneo. Questo nuovo romanzo conferma pienamente il talento dello scrittore salentino – e va oltre. Qui infatti, per raccontare una vicenda gremita di eventi e personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico, e sullo sfondo un coro di paesani, di scagnozzi, di monache), Omar Di Monopoli ricorre a una lingua ancora più efficace, più densa e sinuosa che nei romanzi precedenti, riuscendo a congegnare con abilità fenomenale sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario – sino a farla diventare, questa lingua, la vera protagonista del libro. 


L'AUTORE

Dopo aver lavorato per un decennio come redattore e grafico all'interno di numerose piccole realtà editoriali del Salento, dove vive, si è affacciato nel panorama culturale nazionale nel 2007 entrando a far parte del catalogo di autori delle edizioni milanesi ISBN. La critica coniò per la particolare tipologia del libro la definizione di «western-pugliese», un'etichetta che lo stesso autore ha in seguito fatto propria riferendo delle influenze del cinema e della letteratura di genere e in particolare degli spaghetti-westernnella sua produzione.