martedì 27 dicembre 2016

RECENSIONE || "Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken

<<Mi hai fatto diventare un essere umano Alexander. Quando sono  arrivato qui nella mia testa ero ancora un prigioniero, ma tu mi hai liberato, hai di nuovo fatto di me un uomo comune, o meglio ancora. Un comune cittadino.>>

"Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken Iperborea è la storia dura, bella, ma soprattutto vera dell'amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Brokken basa il suo racconto sullo scambio epistolare tenuto tra i due protagonisti e che loro hanno intrattenuto con le persone care.

Il racconto inizia con l'arresto di Dostoevskij, quando Alexander era ancora un ragazzo che studiava al liceo di Pietroburgo. Dopo una mancata esecuzione, per grazia dello zar, Fëdor viene esiliato in Siberia in quelli che saranno poco meno di un secolo più tardi i gulag, campi di lavoro forzati. 

<<La Siberia è un paese selvaggio, Alexander Igorovič. È un paese popolato da esseri semiferoci che si divorano a vicenda come ragni in un bicchiere. Da umiliati e offesi, da esseri umani corrotti, da tutta la feccia rifiutata dalla Russia. Brulica di ladri, briganti, banditi, che rendono pericolose tutte le strade.>>

Alexander incrocia la strada di Dostoevskij proprio lì, in quella terra desolata come procuratore giudiziario. La loro amicizia nasce grazie ai (come si vedrà pochi) parallelismi tra loro: entrambi aspettano con impazienza la posta, le lettere dei loro cari; entrambi sentono la mancanza di una madre prematuramente scomparsa che crea ancora una scompenso nelle loro vite di uomini.

<<Dostoevskij mi disse in più occasioni che quella sera, mentre tornava a piedi verso casa, aveva istintivamente capito di aver trovato in me un vero amico.>>

La loro differenza di età non scombussola minimamente il loro rapporto e Alexander rimane fedele ai suoi principi anche se a stretto contatto con una persona più grande di lui ritenuta sovversiva. Il primo con un buono stipendio e nobile, il secondo con aspirazioni intellettuali costretto a vivere in un misero paese della Siberia, impossibilitato a pubblicare e senza nemmeno un copeco. Il libro verte soprattutto sul periodo siberiano di entrambi, dove più i due amici hanno avuto la possibilità di conoscersi e di vivere le loro complicatissime storie d'amore. In estate Alexander e Fëdor si rifugiavano nel "Giardino dei cosacchi" una dacia fiorita lontana da Semipalatinsk, una vera e propria fornace desolata in quel periodo dell'anno. Anche se la dacia era in condizioni pessime, cercarono di piantare fiori e alberi, ottenendo un grande giardino profumato visitato da tutte le persone più in vista di passaggio.

<<L'estate a Semipalatinsk è insopportabile. [...] Decisi di rifugiarmi fuori città. Nei dintorni di Semipalatinsk riuscii a trovare solo una dacia con un bel giardino, poco lontano dall'insediamento cosacco. [...] La dacia apparteneva a un ricco mercante cosacco e portava il nome di "Giardino dei cosacchi". Già solo per quel nome F.M. [Fëdor Michajlovič] fu contento di venirci.>>

Durante tutta la storia Alexander sarà, tra i due, il più equilibrato e misurato contro un Dostoevskij passionale, estremo, profondamente depresso un periodo e in estasi immediatamente dopo. Innamorato di una donna che evidentemente cerca solo il suo interesse, non si lascia distogliere da nessuno dalle sue convinzioni. Impegnato a scrivere ma angosciato da non poter pubblicare le sue opere, rimane senza denaro, alla continua ricerca di un prestito; Fëdor non vivrà mai senza debiti. Alexander si guadagna il posto di suo più grande confidente perché primo nella lotta per farlo liberare dall'esilio e dai lavori forzati, per far rientrare Dostoevskij nella grande Russia e riabilitarlo in modo che potesse iniziare a pubblicare le sue opere e nel frattempo finanziandolo fin dove poteva permetterselo.  Purtroppo la loro amicizia sarà logorata dallo trascorrere del tempo, dei problemi di ognuno e dall'animo artistico di Dostoevskij: altalenante, irritabile, poco lungimirante. 

<<Io avrei problemi senza di te. Non solo sei un essere umano eccezionale e uno splendido amico: finché non ricevo la grazia non ho via d'uscita, e tu sei l'unico amico influente che possiedo qui. Senza di te sono perduto. [...] 
Un buon amico è per tutta la vita. Tu lo sei non, è vero?
Bè sì, spero di esserlo.>>

<<Pensai al giardino dei cosacchi. La naturalezza del Giardino dei cosacchi era svanita. Quel nostro rapporto spontaneo e fiducioso.
Quell'amicizia solida e sincera.>>

La caratteristica che mi ha colpito di più nel romanzo è lo stile fluido, accattivante e leggero che l'autore usa per narrare la storia di un grande scrittore e del suo migliore e più fidato amico. Pur basandosi su fatti realmente accaduti (fantastiche le note in fondo al libro) e rimanendo estremamente fedele alla Storia, Jan Brokken non appesantisce il racconto con parti tediose ma riesce a convertire dati e fatti storici in una prosa piena di vita ed emozione. Merito anche della scelta del punto di vista di Alexander von Wrangel interno quanto basta alla vita di Dostoevskij ed esterno nella giusta misura per raccontarci i fatti in maniera abbastanza fedele alla realtà, non mancando mai di narrare la sua vita, non lasciandosi eclissare dagli eccessi dello scrittore. Meravigliosi gli accenni, anzi le descrizioni, di come Dostoevskij  componeva le sue opere, traendo sempre ispirazione dalle esperienze della sua vita ma raccontandole sempre in maniera diversa: nei suoi personaggi si ritrovano figure realmente esistite e che lo scrittore ha incontrato durante i suoi peregrinaggi ma non nella stesso percorso narrativo che si è svolto nella realtà. In questo flusso di vita, Alexander e Fëdor discutono di molti argomenti, alcuni fondamentali per l'esistenza altri più superficiali.

<<Per lui [Dostoevskij] l'essenziale si celava negli aspetti malvagi e corrotti delle persone, il resto lo considerava mera apparenza. Sulla strada del ritorno mi tempestò di domande. Dovevo raccontargli degli uomini e delle donne che veniva condotti da me e che io interrogavo..>>

La vita del grande Fëdor Dostoevskij come mai l'avete letta, uno spaccato sulla Russia dell'Ottocento imperdibile e irresistibile.


COPERTINA 7,5 | STILE 9 | STORIA 9 | SVILUPPO 9



 Titolo: Il giardino dei cosacchi
Autore: Jan Brokken, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 400
Prezzo: 18,50 euro



Trama:

San Pietroburgo 1849, Fëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi», vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.


L'AUTORE

Jan Brokken (1949), scrittore, giornalista e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi romanzi di successo che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come l’esordio narrativo De Provincie (1984), da cui è stato tratto un film, Nella casa del pianista (Iperborea 2011) sulla vita di Youri Egorov e Anime baltiche (Iperborea 2014), viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa. L'ultimo suo libro pubblicato da Iperborea è Il giardino dei cosacchi (2016).

2 commenti:

  1. Interessantissimo questo romanzo! Mi piacerebbe leggerlo dopo qualche opera di Dostoevskij per conoscerlo meglio ;)

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