mercoledì 14 dicembre 2016

Blogtour Human Hope - intervista a Tommaso Percivale e a Francesca D'Ottavi

Buongiorno, lettrici e lettori!


Ritorniamo nell'ambiente della fantascienza e del giallo con una bella e interessante intervista a Tommaso Percivale e Francesca D'Ottavi, l'autore e l'illustratrice di "Human" e "Human Hope" (QUI trovate la recensione). Il libro mi aveva colpito non solo per un ritorno di questo genere nelle letture per ragazzi (ma non solo), anche perché il libro tratta di molti temi importanti che risaltano all'occhio del lettore senza prevalere uno sull'altro, in una storia equilibrata, intrigante e avventurosa.



Lascio la parola ai creatori di questi due romanzi!


L'Officina del Libro: La storia di Cassandra in un mondo (molto diverso dal nostro, ma non incredibile in futuro) è intensa e tocca parecchi temi importanti, mescolando l’indagine con il tema della libertà, dell’unicità e della massa. È stato difficile mantenere la sfumatura del “giallo”, delle indagini di Cassandra, senza trascurare temi più profondi?

Tommaso Percivale: Il primo obiettivo che mi propongo come scrittore è quello di


emozionare il lettore. Buona parte del mio tempo e dei miei esperimenti sono orientati a realizzare romanzi che appassionino, che catturino il lettore e lo tengano stretto fino all’ultima pagina.
Per me leggere dev’essere prima di tutto un divertimento, il mio intento principale non è informare o insegnare. E quando affronto temi importanti lo faccio con naturalezza, considerandoli strumentali alla storia.
Quindi non c’è pericolo che la storia e i temi si rubino la scena a vicenda. Sono parte della stessa avventura.
In questo libro esiste un’indagine perché Cassandra è una ragazza androide che lavora in polizia, e tutti i personaggi della storia hanno a che fare, in un modo o nell’altro, con la giustizia. La sfumatura del giallo era già dipinta su tutti i personaggi, per quello che fanno e per come lo fanno. Quindi è stato naturale scegliere una trama di questo colore.
Inoltre, un intreccio poliziesco consente di rendere il mondo di Arcade ancora più vero, perché nel momento in cui lo indaghi, già ne fai parte.


LOB: Questo libro viene consigliato ad un pubblico dai 12 anni in su. Leggendo il libro ho notato delle parti non semplici da metabolizzare (Il comandante della polizia in compagnia delle bambine androidi, la violenza ecc.). È un modo per esorcizzare le brutture della vita oppure il pubblico adolescente è cambiato e ha posto limiti più lontani in quanto a sensibilità?

TP: Dal mio punto di vista si tratta solo di essere attenti alla realtà. Non è un tentativo di impressionare o catturare l’attenzione con dettagli morbosi. È invece il mio modo di rappresentare le cose nel modo più vero. La corruzione fisica e morale, per esempio, si accompagna spesso al potere. Io cerco di mostrare le cose per quello che sono, nella speranza di suscitare dei pensieri, delle domande.
Questo è il mondo in cui viviamo: ti va davvero bene così com’è?
È anche una forma di rispetto per i ragazzi che leggono. Human si rivolge a ragazzi che non cercano protezione in un libro, ma comprensione e verità. Vogliono essere presi sul serio, e se lo meritano. Le storie sono strumenti di conoscenza, perché se non conosci la realtà, non puoi cambiarla.
I ragazzi che oggi leggono sono le persone che cambieranno il nostro mondo e lo renderanno migliore. E allora vale la pena scrollarsi di dosso certe cautele e fidarsi di loro, come loro si fidano di noi ogni volta che aprono un libro.
La scena con i piccoli androidi, ad esempio, non vuole celebrare una violenza ma esprimere un bisogno. Il bisogno di salvare chi ha bisogno di aiuto. Che è il senso più vero dell’umano (lo “human” appunto) e che infatti diventa motore della storia.


LOB: Tra i numerosi personaggi, ne ha uno che ritiene come preferito? La diversità e l’unicità di ogni personaggio invoglia il lettore a trovare qualcuno in cui riconoscersi, per esempio Cassandra è la mia preferita.

TP: In Human – Hope c’è un personaggio centralissimo grazie al quale mi sono potuto interrogare sul perché un cattivo è cattivo. Nasce così? Esiste il gene della malvagità?
Cole è identico a Cassandra. È fabbricato con gli stessi materiali, condivide la stessa programmazione e rispetta le medesime specifiche. Quindi perché è così diverso?
Cosa gli è successo? I personaggi come Cole, che è senz’altro un antagonista ma via via mostra il senso delle sue scelte, sono bellissimi da raccontare. Sono una sfida.
La mia risposta per questo secondo libro è quindi Cole, con le sue ombre e le sue luci.


LOB: Da non sottovalutare anche l’aspetto ecologico del libro. Intorno a questa città aleggia una nebbia mortale, irrespirabile. Più volte si accenna al fatto che le guerre tra gli uomini hanno causato questo tracollo dell’ambiente, costringendoli a costruire una città in altezza, fatta a piani. Inoltre gli androidi non più riparabili vengono riciclati. I ragazzi nelle scuole, secondo lei, saranno più invogliati a proteggere il nostro pianeta se anche nei romanzi viene ricordato quanto sia in pericolo la Terra?

TP: Arcade è una città isolata e il suo isolamento è una conseguenza delle scelte degli uomini. Vive con la tenacia di un’erba di montagna, ma forse sarebbe meglio dire che sopravvive. Il verde esiste solo come vernice, l’aria pura è un’utopia e la luce un lusso.
Non c’è tema più urgente dell’incombente disastro ecologico. Negli ultimi cento anni l’uomo è diventato così potente (e arrogante) da modificare gli equilibri climatici della Terra. È un problema che riguarda tutti gli esseri umani e che, allo stesso tempo, li carica della responsabilità di sopravvivere. La Terra sopravviverà comunque: esisteva prima di noi ed esisterà anche dopo. Quanto a noi, beh, dipenderà dalle scelte che facciamo. E dalla nostra capacità di immaginare modi alternativi di vivere – una capacità che solo le storie (i libri, i fumetti, i film, i videogiochi: le storie in ogni forma) possono alimentare.

LOB: Consiglierebbe il suo romanzo per una lettura a scuola o in classe, per l’importanza dei temi affrontati? 

TP: Quando parlo ai ragazzi di Human, si apre un mondo. È incredibile quanti argomenti ci troviamo ad affrontare, e con grande naturalezza, partendo da una storia di uomini e robot. Dilemmi etici e filosofici, mondi alternativi, paure. La schiavitù (e quindi l’uguaglianza), il terrorismo, ma anche la ricerca della propria identità e della propria libertà. Se un insegnante è interessato ad affrontare questi argomenti, e a lasciarsi sorprendere dai ragazzi come è capitato tante volte a me quest’anno, allora Human Hope è il libro giusto. Perché racconta di androidi, ma parla di noi.


LOB: Secondo lei, perché questo genere, soprattutto nell’immaginario dei più giovani, è stato sostituito in favore di un genere forse più commerciale come il soprannaturale: vampiri, licantropi e fantasmi?

TP: Non credo che vampiri e fantasmi (che hanno tutto il mio appoggio) abbiano sostituito la fantascienza tra i ragazzi. Se leggi una bella storia e ne rimani colpito, che ci sia un vampiro o un giovane androide come protagonista non ha alcuna importanza per un giovane lettore. C’è spazio per tutto nei suoi interessi e nel suo cuore, e in questo senso i ragazzi hanno moltissimo da insegnare agli adulti. Nessun pregiudizio di genere: basta che una storia sia una buona storia.
Ho quindi l’impressione che dovremmo parlare di casi editoriali, più che di generi. Per esempio fu Twilight a riportare in auge i vampiri, come è stato Hunger Games a popolarizzare le distopie. Hanno fatto da apripista, perché quando un libro ha successo, si tenta di replicare con qualcosa di simile, affollando un genere (magari vetusto o impolverato) quasi all’improvviso. Queste però sono dinamiche editoriali, che non sostituiscono le buone storie, ma vi si affiancano. Le buone storie ci sono sempre, sono di qualsiasi genere e gli editori sono ben felici di riceverle e pubblicarle. A volte vendono moltissimo, altre meno, ma ci sono e trovano il loro spazio.
Inoltre, non penso che l’interesse per vampiri e fantasmi sia legato solo al fascino del soprannaturale: le storie più amate di questo genere sono quelle che uniscono il soprannaturale all’ordinario, a qualcosa che tutti conoscono e sperimentano.
Le distopie colpiscono al cuore quando riescono a farci provare quel che provano i protagonisti, quando riusciamo a capirli e allora li seguiamo fino in capo al mondo (qualsiasi mondo sia). È sempre la facoltà dell’immedesimazione e dell’empatia a far sì che una storia “arrivi” davvero.
Per questo, quando ho pensato di raccontare le avventure di una ragazza androide, il mio primo pensiero istintivamente non è stato “come sarà fatta questa macchina a forma di ragazza?”, ma “se io fossi programmato per fare delle cose e cominciassi a sentirne delle altre, cosa farei? Darei di matto? Sopravviverei? Cosa succede quando scopriamo di essere abitati da emozioni che non riusciamo a capire e controllare?”. Cassandra siamo noi, con la nostra paura di essere sbagliati, e di cambiare, e di accogliere invece che rifiutare.
Infine, non dimentichiamo che le distopie sono una forma di fantascienza.
Per quel che riguarda la fantascienza pura, oggi gode di un certo seguito televisivo e cinematografico, ma forse manca un’opera capace di catalizzare un interesse più feroce. È solo questione di tempo. Da lettore mi auguro che arrivi presto. E da scrittore, nel mio piccolo, spero che la storia di Cassandra continui a far innamorare i lettori come sta facendo ora.




LOB: Francesca D’Ottavi è la formidabile illustratrice di questo libro, così come del precedente volume della saga di cassandra, “Human".  È stato complicato realizzare delle illustrazioni che si adattassero perfettamente ad una storia dalle numerose sfaccettature?

Francesca D'Ottavi: Impegnativo, ma non complicato. Quando un progetto piace, le complicazioni diventano degli stimoli positivi. Inoltre devo dire che il tema affrontato dall’autore mi è sempre piaciuto. Sono cresciuta con i primi cartoni animati che parlavano di robot ed androidi, ed in seguito film, libri e fumetti hanno riempito il mio bagaglio di "immagini".
Qui l'insidia era quella di parlare ad un pubblico forse più giovane di quello che oggi si accosta a questo genere al genere fantascientifico, mi riferisco ai libri in particolare.
Infatti in questo senso Tommaso Percivale ha fatto ancora una volta un ottimo lavoro.
Quindi ho dovuto cercare un'immagine che non fosse troppo "cyber" o troppo fantascienza fantascientifica. Piuttosto mi sono mossa facendo il percorso inverso. 
Ho pensato ad una immagine che esprimesse dualismo, duplicità, e solo dopo l'ho corredata di rimandi ad una realtà futuribile e tecnologica.
Anche il colore è stato pensato come più lontano possibile da quello di libri riguardanti il filone Sci-Fi.

LOB: Le linee moderne e l’opposizione del bianco (nelle parti di Cassandra, identificata come Lei) e del nero (del “fratello” androide di Cassandra, identificata come Lui) sono pensate per aiutare ed evidenziare ciò che è “bene” e “male” nel libro?

FD: Si, certamente sono pensate per mettere in evidenza una qualche differenza tra loro.
L'umanità di Cassandra è calda, morbida, rotonda nonostante la sua origine sintetica.
Quella di Cole invece è tirannica, deviata, fredda.
Così le linee di Cassandra sono carnose e chiare, così quelle di Cole sono spigolose e scure. Non dimentichiamoci, però, che i due insieme però formano quasi la stessa persona, lo stesso volto: è lo stesso dualismo, vissuto in modalità opposte e contrarie. In fondo poi, Cass e Cole sono quasi fratelli perché vengono entrambi dallo stesso mondo.


LOB: Che cosa la ha ispirata durante la realizzazione delle illustrazioni? Quali passaggi del libro ha trovato più salienti e quindi più fondanti per creare i disegni e la cover? 

FD: Sembrerà strano, ma all'epoca della realizzazione della copertina il libro ancora non c'era. No non scherzo, è proprio così!
I tempi di una casa editoriale sono bizzarri, e può succedere anche questo. Fortunatamente, visto che non c'era alcun testo da leggere, ho dovuto interfacciarmi proprio con Tommaso Percivale in persona anziché con un freddo file di Word. 
Questo ha permesso di visualizzare più facilmente ciò a cui lui stava pensando, proprio perché, essendo anch'egli in fase di creazione, ha potuto espormi la sua "visione" di Hope in maniera più sciolta, non già conclusa, lasciandomi quindi, in qualche maniera, libera di esprimermi sulla base di alcune suggestioni.
Tommaso ha poi seguito la lavorazione della copertina e degli interni a partire dai bozzetti, ha suggerito moltissimo ed insieme abbiamo valutato alcune scelte formali e coloristiche. 
E questa credo sia una caratteristica dei grandi, cioè di quelli che accettano e dispensano informazioni facendo viaggiare le idee spendendosi anche al di fuori del loro campo di applicazione specifico.
Così in minimissima parte ho potuto contribuire anch'io a creare questo universo, a partire dall'incarico più impegnativo 
cioè quello di dare un volto ai due protagonisti fino a quello più semplice come l'ideazione del logo della Ritter-Blanchardo negli apri capitolo.


L'unico incidente di percorso ha riguardato la cicatrice di Cole : per come avevo costruito l'immagine l'avevo pensata sulla sua guancia destra, mentre Tommaso su quella sinistra …ma io non lo sapevo, naturalmente, per fortuna che lui è stato molto gentile da riscrivere la descrizione del personaggio a mio favore, altrimenti mi toccava smontare tutto!


Se anche voi avete delle domande per loro, non esitate a scriverle nei commenti!

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