lunedì 3 ottobre 2016

RECENSIONE || "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson

Buongiorno, lettrici e lettori!



È uscito la scorsa settimana il romanzo "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson per Iperborea. Il tema è uno dei più trattatati e difficili della Storia dell'umanità: la deportazione, la vita nei campi di concentramento e la gestione della libertà dopo aver passato tanti anni da prigionieri.


Miriam è una signora svedese di ottantacinque anni, benestante, con un figlio, una nuora, una nipote e un bisnipote. Tiene racchiusi dentro di sé dei segreti, cose che non ha mai detto a nessuno in vita sua e che inizialmente non ha alcuna intenzione di dire; ma dopo aver spento la candelina si lascia sfuggire una parte del suo passato: "Io non mi chiamo Miriam". Chi le è accanto rimane perplesso, pensando che la nonna stia perdendo qualche colpo, ma non sua nipote, Camilla. Cogliendo al volo l'occasione di passeggiare con la nonna, Camilla azzarda a fare qualche domanda sul passato di Miriam, Auschwitz e poi Ravensbrück. Inizialmente l'anziana signora si chiude a riccio, non vuole richiamare alla mente ricordi più che dolorosi, la paura di non avere da mangiare, la lotta contro il freddo, la sete, le SS, le prigioniere come lei che si picchiavano tra loro. Ma soprattutto i cari che ha perso...

"Non si può parlare di tutto! Devi capirlo. Non se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l'intero secolo! In questo caso non si può parlare di tutto."



Miriam - non sa neppure lei come - inizia a raccontare a Camilla eventi, periodi della sua vita che le vengono in mente come tanti flash senza un ordine preciso, seguendo un flusso di pensieri, immagini messe in fila fino a creare un unico grande flashback alternato al presente, alla passeggiata con la sua bella nipote nel parco nel giorno del suo compleanno, al sicuro in un paesino per bene della Svezia.

Miriam svela che non sempre ha avuto questo nome, non era ebrea come si è spacciata dopo i campi di concentramento. È nata rom, una zingara, Malika. La Kripo aveva fatto irruzione in casa loro prendendo lei, il suo fratellino Didi e la sua cuginetta Anuscha. Portati prima in un convento e poi ad Auscwitz dove uno dopo l'altro, aveva perso tutti. Per un caso, un'occasione, per istinto di sopravvivenza aveva preso i vestiti di una ragazza che non ce l'aveva fatta, Miriam Goldberg. Ed ecco che Malika, Miriam, inizia a vivere una vita che non è la sua e per di più è impossibilitata a dire la verità: in Svezia i rom non erano ben accolti, nemmeno dopo i campi di concentramento. 


Inizia la sua vita di menzogna, la vita in cui nessuno voleva parlare dell'Olocausto, non si chiedeva, non si domandava alle volte si faceva fatica a credere alle brutalità subite da quelle persone che tornavano, magre, apatiche, vuote, rabbiose e tristi.
Mi hanno colpito molto le parti in cui Miriam da sopravvissuta torna alla libertà e si chiede come si debba vivere da persona libera, che cosa fare del futuro, c'è ancora da temere qualcuno, qualche SS pronta a picchiarti, frustrati, spararti o gasarti? Come vivono le emozioni gli svedesi, come si comportano, come riuscirà a nascondere quello che è davvero? Tante domande le si affacciano non solo per il lungo periodo vissuto nei lager ma dovute anche al bisogno di celare ciò che è, per paura che la cacciassero, che non la volessero, che non la considerassero più Miriam ma una sporca zingara, ladra e bugiarda.

"Camilla fa una risatina. Stancante è l parola giusta. Poi dentro di lei si scatena il panico. Di colpose si spalma un baratro facendole intuire, sentire, capire e comprendere che tutto questo è successo per davvero, sul serio, nella realtà. Il nazismo. Auschwitz. Ravensbrück. Sua nonna ha addirittura conosciuto il dottor Mengele, quello a cui Camilla ha sempre pensato come una specie di personaggio delle fiabe, un morto vivente di un racconto dell'orrore, un mostro in uniforme nera che girava per Auschwitz mettendo a morte altri al posto suo. Invece è esistito. Sua nonna l'ha visto di persona, ha sentito la sua voce. E lei fa una risatina!"

Il racconto, inoltre, non manca di sottolineare la brutalità con cui venivano trattate le prigioniere, le disparità tra ebree, polacche, yiddish e rom. Quest'ultimi sono stati dei grandi ossi duri per le SS, tanto che l'evento che troviamo nel romanzo di Majgull Axelsson è un fatto storico originale. La regressione dell'umano allo stato di bestie, costrette a scoprire i denti e ringhiare per difendere un tozzo di pane e segatura. Luoghi in cui proteggere i propri cari ha la priorità e che quando vengono a mancare la voglia di vivere viene meno, si cerca l'oblio non difficile da trovare ad Auschwitz. 
Miriam sopravviverà a patto di non ricordare. Dimenticare ogni giorno, ogni viso, rinchiuderlo e perderlo.

"E poi morti, naturalmente. Cadaveri a centinaia. A migliaia.
Cataste di corpi. E fiamme eternamente alte dei camini del forno crematorio."



Con un marchingegno narrativo davvero coinvolgente, il lettore viene preso dalla smania di sapere che cosa sia capitato a Miriam, la stessa curiosità che ha anche la nipote Camilla. Una sorta di contagio infetta chi legge che diventa un osservatore esterno della vita di una ragazza che ha passato l'inferno in ben due campi di concentramento. Il racconto ha un ritmo alto che non manca di una certa suspense nei momenti in cui Miriam torna al presente con accanto la nipote e che servono da trampolino per un nuovo capitolo della sua vita, una nuova scena che viene proiettata sul grande cinema delle pagine che scorrono. 

È uno dei pochi romanzi con questo tema a non avermi mai spinta a dire:" ok, ho bisogno di una pausa", non che non siano presenti immagini crude o dure o difficili da sopportare, solo che vengono raccontate con uno stile così scorrevole e curato che il lettore naviga all'interno della vita di Miriam senza sentirne il bisogno impellente di uscirne per la pesantezza della narrazione. Un romanzo che consiglio agli amanti della Storia ma anche agli amanti delle storie di donne e popolazioni emarginate in cui il tema razziale come quello femminile sono di pari importanza a quello della deportazione.


COPERTINA 8 | STILE 8,5 | STORIA 8,5



Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autore: Majgull Axelsson
Numero di pagine: 576
Prezzo: 19,50 euro

Trama:

«Io non mi chiamo Miriam», dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’«altro» interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: «Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo.»


L'AUTRICE

Majgull AXELSSON (1947), scrittrice, drammaturga e giornalista, è una delle più apprezzate autrici svedesi, tradotta in ventitré lingue e premiata con l’ambito Augustpriset. Dopo essersi affermata con inchieste su spinose problematiche sociali, come la prostituzione infantile nel Terzo mondo e la povertà in Svezia, ha esordito con successo nella narrativa, coniugando l’attenzione per le ingiustizie e per le condizioni di disagio materiale ed esistenziale con una grande capacità di calarsi nei destini dei suoi personaggi. È cresciuta a Nässjö, dove si svolge parte della vicenda narrata in Io non mi chiamo Miriam.





2 commenti:

  1. Non lo conoscevo e penso che se non avessi letto la tua recensione non lo avrei preso in considerazione!

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    1. Ciao! Beh il titolo non è dei più vicini al tema che alla fine tratta il libro :) comunque è davvero bello!

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