lunedì 31 ottobre 2016

RECENSIONE || "Anatomia di un soldato" di Harry Parker

Buongiorno, lettrici e lettori!


Non sarà una recensione facile quella di "Anatomia di un soldato" di Harry Parker Edizioni Sur, un romanzo autobiografico di questo soldato NATO saltato su una bomba in Afghanistan a soli ventitré anni perdendo entrambe le gambe. Per me è stato uno di quei libri in cui avrei sottolineato tutto e qualche volta chiudere gli occhi di fronte ad alcune scene rappresentate.

La storia ha come protagonista il capitano Tom Graves e attorno a lui si incrociano e gravitano parallelamente le storie di due ragazzini afghani, quella di Faridun figlio di un membro importante del villaggio che sostiene quelli che loro chiamano "gli stranieri" e Latif che all'opposto è entrato nella milizia dei ribelli, sostenuto dalla sua famiglia.

Tom Graves ha 25 anni crede in ciò che fa e cerca di aiutare come può gli abitanti rimasti nel villaggio dove si è instaurata la sua base. I ritmi di pattugliamento sono serrati, l'attrezzatura e il giubbotto antiproiettile pesano sulla schiena e la responsabilità di tutto il suo plotone grava su di lui più di tutto. Ogni volta che Tom (identificato spesso nel libro con BA5799) esce con la sua squadra sa che qualcuno potrà perdere la vita in uno scontro a fuoco contro i ribelli o su un ordigno nascosto sotto il fango che ricopre ogni strada. Infidi e invisibili possono colpire tanto loro quanto qualsiasi altro passante su quei sentieri trafficati da contadini e bambini. Pensa che mai possa succedere a una persona esperta come lui di saltare sopra una di quelle bombe e quando succede ne rimane sopraffatto.

<< Ero in mezzo alla polvere quando un liquido rosso scuro ha cominciato a scorrere a zig zag verso di me sopra il fango secco e crepato. Ero lì quando non veniva nessuno e lui era solo e non poteva muoversi. Ero ancora lì mentre ba5799 veniva colto dalla paura e da una patetica disperazione, mentre lo rigiravano e gli in lavano due dita in boc- ca, mentre gli pompavano sul petto e gli facevano entrare l’aria nei polmoni a forza.
 Sono stato messo addosso a ba5799. Mi hanno stretto. Ho aderito. Mi sono chiuso attorno alla sua gamba finché le pulsazioni non mi hanno battuto contro. E lui faceva smor e e mugolava digrignando i denti. Mi hanno stretto ancora di più, gli ho afferrato forte la co- scia; l’ho fatto smettere di sanguinare per terra. >>

Faridun ha soli 17 anni come il suo amico d'infanzia Latif. Faridun non sa se suo padre sia nel giusto aiutando gli stranieri ma è consapevole che ogni volta che fa qualcosa per loro i ribelli vengono a casa loro e li minacciano, minacciano di uccidere sua sorella e di rovinarli. Latif viene da una famiglia povera ed entra nel cerchio dei ribelli per denaro. Mano a mano che entra a far parte del gruppo si sente sempre più convinto di ciò che sostengono con l'inno "Dio è grande". Inizia a sistemare bombe sotto il terreno e a vedere i soldati che ci saltano sopra come marionette perdendo pezzi in giro. 

<<Un peso mi schiacciò. Il fango secco sopra di me si contrasse, cedette e fece toccare le mie strisce di metallo. Si creò un circuito che riempì i miei li all’istante. 
Ero viva.

La barretta di metallo che avevo nel cuore detonò, con  una forza controllata e altamente esplosiva che fece reagi- re la miscela dentro di me. 
Funzionai.>>

Il destino dei due ragazzi è legato come anche quello di Tom. In questa storia non ci sono vincenti, solo la dura verità della vita. Della guerra.

<<Sono uno zainetto verde oliva da trenta litri. ba5799 mi comprò allo spaccio di un presidio militare quando era an- cora sotto addestramento. Durante la mia prima esercita- zione cercò di sporcarmi in modo che non sembrassi più nuovo, ma consumato e vissuto – non come si sentiva lui, ma come avrebbe voluto sentirsi.>>

<<Latif si fermò e mi strusciò contro il fango rappreso sul lato di un fosso, cercando di sporcarmi in modo da farmi  sembrare consumata e vissuta: non come si sentiva lui, ma come avrebbe voluto sentirsi.>> 


Il libro è composto di 45 capitoli e la voce narrante cambia tutte le quarantacinque volte: la storia viene raccontata dagli oggetti come la bicicletta di Faridun da cui è inseparabile, un foglio di risarcimento, una gamba meccanica, una scarpa bianca nuova che identifica Latif come membro dei ribelli, un elmetto, un lettino ripiegabile, un giubbotto antiproiettile, un letto, una carriola, una sega che deve amputare, un catetere che tiene in vita Tom.  Gli oggetti parlano dei personaggi sempre in seconda persona, come se fossero degli spettatori, facendoli riconoscere al lettore per i dialoghi che sentono intrattenere con altre persone e rivelandoci le loro emozioni. Gli oggetti ci "parlano" anche in prima persona descrivendo cosa gli accade mano a mano che l'azione va avanti. Questa modalità di narrare è davvero particolare e se ero scettica sulla riuscita del libro adesso ne sono completamente conquistata.



"Anatomia di un soldato" è romanzo molto profondo che parla non solo della guerra ma anche della difficoltà di scegliere da quale parte stare, di perdere amicizie e affetti, di solitudine e di senso di unità, di dolore e di ripresa, di compassione e coraggio, di drammi e di felicità. Seguirete Tom nel suo percorso di riabilitazione, Faridun nella sua incertezza e Latif prima nella sua convinzione e dopo nei sensi di colpa che lo travolgeranno. Paradossalmente nel libro troviamo alcune somiglianze tra i protagonisti anche se combattono e credono in cose differenti. Con un ritmo e un coinvolgimento emotivo non indifferente non potrete più staccarvi dalle pagine di questo bellissimo libro. 



COPERTINA 7,5 | STILE 8,5 | STORIA 8,5


Titolo: Anatomia di un soldato
Autore: Harry Parker
Editore: Edizioni Sur
Numero di pagine: 350 pagine
Prezzo: 18,00 euro

Trama:

Tom Barnes è un giovane capitano dell’esercito britannico in Afghanistan, che durante una missione salta in aria su un ordigno improvvisato e perde le gambe; Latif è un ragazzo afghano che milita nelle file dei ribelli, mentre Faridun, suo amico d’infanzia, cerca di vivere pacificamente nel proprio villaggio; neanche loro saranno risparmiati dalla ferocia del conflitto.

Anatomia di un soldato racconta la storia – tragicamente ordinaria – di questi tre personaggi in maniera straordinariamente originale, attraverso 45 capitoli ciascuno narrato da un oggetto testimone della vicenda: una scarpa da ginnastica di Latif, un ordigno costruito dai guerriglieri, la bici di Faridun, lo zaino di Tom, la borsa di sua madre, la sega che gli amputa una gamba, la protesi che gliela rimpiazza... È un coro di voci prive di sentimentalismo, di ideologia, di riferimenti all’attualità: ciò che raccontano, dalla loro prospettiva ravvicinatissima, è solo il dramma eterno della guerra, con il suo portato di dolore, distruzione e morte, ma anche la capacità umana di conservare, malgrado tutto, la speranza.
Un indimenticabile romanzo di esordio, autobiografico nei dettagli ma dalla portata universale, che unisce l’audacia della sperimentazione all’autorevolezza di un classico.




L'AUTORE


Harry Parker (1983), figlio di un generale inglese che è stato vicecomandante delle forze Nato in Afghanistan, si è arruolato a sua volta nell’esercito britannico a 23 anni e ha prestato servizio col grado di capitano nel 2007 in Iraq e nel 2009 in Afghanistan, dove in seguito all’esplosione di un ordigno ha perso entrambe le gambe. Vive a Londra, dove ora si dedica alla scrittura e al disegno.

giovedì 27 ottobre 2016

RECENSIONE || "Human Hope" di Tommaso Percivale

Buongiorno, lettrici e lettori!

Ho letto "Human Hope" di Tommaso Percivale, Lapis Edizioni e adesso ve ne voglio parlare in questa sezione del blog pur essendo consigliato ad un pubblico di ragazzi dai 12 anni in su. Questo libro si è rivelata una lettura che a mio avviso se proprio deve essere proposta a dei ragazzi la consiglierei con una mediazione di un adulto, per i temi forti e le scene che presenta. Il genere è quello fantascientifico e anche per questo ho accettato di leggere questo romanzo: la fantascienza molto in voga negli anni '90, soprattutto tra i ragazzi, è stata sostituita da vampiri e mostri. Un vero peccato perché la fantascienza permette una bella analisi della società e della natura umana in storie molto avvincenti e intriganti.

Siamo ad Arcade in una realtà diversa dalla nostra. Questa città futuristica (forse aliena) è sviluppata a piani, tutto intorno solo deserto radioattivo provocato dalla guerra degli uomini. Arcade è popolata per lo più da robot, androidi più o meno sviluppati e gli uomini stanno al vertice della città in lussuose case a creare macchine sempre più simili agli umani. La protagonista Cassandra Van Boyle è il comandante della sezione contro i crimini commessi dagli androidi e si ritrova un caso davvero difficile. Una famiglia è stata uccisa da un androide con il compito di fare le pulizie di casa, altri robot si ribellano e la sicurezza degli uomini è a rischio. Sono collegati questi fatti? Una misteriosa Y compare su tutte le scene del crimine e il mondo virtuale è in subbuglio.
Cassandra si ritroverà davanti qualcuno che ha conosciuto in passato ma che in qualche modo la sua memoria meccanica ha archiviato come se fosse quella di un umana, smaschererà criminali in una storia che non manca di essere avvincente ma anche riflessiva, che porta alla luce temi e argomenti per nulla scontati.

"Il mondo degli uomini era una pantomima senza fine, se volevi capirlo e cambiarlo, dovevi trovare la tua parte e cominciare a recitare."

Mi ha colpita molto come l'autore sia riuscito a creare un romanzo fantascientifico con personaggi innovativi, originali e convincenti. Il testo è molto scorrevole, come dovrebbe essere un libro per ragazzi, con belle descrizioni: l'ambiente come i personaggi sono convincenti e moderni, verso una scenografia proiettata più verso il mondo degli adulti che dei bambini. I temi sono a tratti forti, anche se spiegati e sanzionati dai personaggi stessi. Gli androidi pur essendo umanoidi sono consapevoli di essere macchine e si vergognano di non esserlo o, all'opposto, orgogliosi di non avere nulla a che fare con loro. Gli umani sono presentati come crudeli da una parte e buoni dall'altra: l'obiettivo di Cassandra e della sua squadra mista è quello di creare integrazione. Pur essendo classificato fantascientifico, il libro si rivela davvero attuale con moltissimi spunti di riflessione, dalla cura dell'ambiente a come gestire sentimenti ostili, come la rabbia e la paura, in un insieme davvero avvincente e intrigante. Punto forte del libro è l'opposizione libertà/schiavitù: che cosa vuol dire essere liberi? Gli androidi sarebbe liberi senza umani e viceversa? 

"Ti ho fatto male? sembrava dire. Bene. La libertà è feroce."

 "Human Hope" è uno di quei romanzi che si leggono tutto d'un fiato che consiglio non solo a un pubblico giovane (non troppo!) ma anche ad un pubblico adulto, una storia che non mancherà di sorprendervi.



COPERTINA 8 | STILE 7,5 | STORIA 8



Titolo: Human Hope
Autore: Tommaso Percivale
Editore: Lapis Edizioni
Numero di pagine: 300 pagine
Prezzo: 12,50 euro


Trama:


Quanto vale la tua libertà? È giusto combattere per essere liberi? E uccidere?
Questo si chiede Cassandra, ragazza androide e agente speciale, mentre lotta contro i soprusi che opprimono la casta dei robot. Scoprirà che per ogni domanda esistono risposte diverse. E che una giusta ribellione, nelle mani sbagliate, può trasformarsi in una nuova tirannia.
Perché il confine tra giusto e sbagliato a volte è fragile come un soffio, e se non riesci a sentirlo prima che si alzi il vento, devi prepararti all’uragano.
Un’ombra oscura incombe sul destino di Arcade: un potente nemico a caccia di vendetta.


L'AUTORE

Tommaso Percivale vive su una collina isolata, circondata da boschi, terra e vento. Un posto perfetto per fantasticare sulla tecnologia più evoluta e la sua influenza sugli esseri umani. È appassionato di storie, fantascienza, videogiochi, cartoni giapponesi. Lavora da anni nell’editoria per ragazzi e pubblica con importanti case editrici. Ha vinto il Premio Gigante delle Langhe ed è stato finalista al Premio Andersen. Il suo romanzo Ribelli
in fuga è stato incluso nella selezione dei 100 titoli imperdibili dell’AIE-Associazione Italiana Editori.




giovedì 20 ottobre 2016

RECENSIONE || "Jamaica Inn" di Daphne Du Maurier

Buongiorno, lettrici e lettori!


Ho terminato "Jamaica Inn" di Daphne Du Maurier Beat Edizioni e non vedevo l'ora di parlarvene, visto l'interesse suscitato sui social.

L'autrice è la famosissima Daphne Du Maurier, colei che ha ispirato Hitchcock scrivendo "Rebecca, la prima moglie" e "Uccelli", ma anche "La cugina Rachel".
Non avendo letto nulla prima di "Jamaica Inn" non ho un'idea definita dello stile della Du Maurier ma devo dire che anche questo romanzo storico a me non è dispiaciuto. Abbastanza criticato dagli altri blog (probabilmente perché non è sulla stessa linea degli altri romanzi) io l'ho trovato molto particolare per l'idea che dà della Cornovaglia.

La storia, ambientata nell'Ottocento, inizia con Mary Yelland, la nostra protagonista, su una carrozza che la sta portando dall'unica zia che ha ancora in vita, nelle brughiere della Cornovaglia al Jamaica Inn, una locanda che scoprirà essere malfamata ed evitata da tutte le brave persone. 
Il posto è gestito dal marito della zia, Joss Merlyn, grande e grosso, spesso ubriaco gestisce un giro losco e sporco di sangue di cui Mary viene presto a sapere. La zia Patience non è più quella di un tempo ma sottomessa e apatica, tanto che Mary fatica a riconoscerla e si pone come obiettivo il modo per portarla via da quel luogo oscuro, maligno e puzzolente. Mary è una vera eroina, tiene testa al suo rude zio acquisito e alla marmaglia a cui si accompagna ma non sa resistere al fratello di Joss, Jem Merlyn. Anche il più piccolo dei fratelli Merlyn è un ladro ma qualcosa lo allaccia a Mary, un sentimento che stupisce anche lei, di solito così rigorosa e rigida verso chi viola la giustizia.

Mary aspetta che Joss faccia un passo falso, per consegnarlo al parroco e al giudice del paese vicino, Bodmin, ma non sa che qualcuno la sta manovrando e tira le fila dall'alto.

Il libro incuriosisce subito il lettore anche se in alcuni pezzi la trama diventa prevedibile. Non manca il colpo di scena finale che trasforma il romanzo storico in una sorta di thriller in cui Mary è la protagonista forte, coraggiosa e assolutamente devota alla giustizia. La cosa che più mi ha stupito è la nota poco "british" con cui l'autrice costruisce il romanzo: in certi punti sembrava di essere più nel far west, con cowboy maleducati e violenti, una femme fatale testarda e intelligente. Solo la descrizione dell'ambiente circostante ci ricorda di essere nelle brughiere desolate della Cornovaglia. Il ritmo è alto, l'attenzione del lettore è catturata dall'inizio alla fine, con uno stile molto pulito, chiaro e brillante. Mi sono piaciute tanto anche le descrizioni che non mancano di dipingere una scena completa a chi legge, senza essere tediose. Mary e gli altri personaggi sono costruiti bene anche se il rapporto tra lei e lo zio è piuttosto insolito. Si intravede una sorta di morale alla conclusione del libro: Mary all'inizio è molto rigida su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, sulla vita e sulla retta via da mantenere con il duro e onesto lavoro. Alla fine della sua avventura capirà che non è semplice giudicare solo con la testa e che le apparenze ingannano, quando il cuore e i sentimenti ci mettono lo zampino la vista si offusca e un mondo nuovo si apre ai suoi occhi.
Qualcuno sui social mi ha chiesto se fosse da "Wow". La mia risposta è che non è da "romanzo indimenticabile" ma assolutamente piacevole e che mi ha decisamente catturata.

Se "Jamaica Inn" non ha convinto gli appassionati di Daphne Du Maurier, farà trascorrere momenti piacevoli a chi si approccia per la prima volta a questa autrice, un bel romanzo storico tinto di giallo.



COPERTINA 7,5 | STILE 8 | STORIA 7


Titolo: Jamaica Inn
Autore: Daphne Du Maurier
Editore: Beat Edizioni
Numero di Pagine: 304
Prezzo: 13,90 euro

Trama:

All’inizio dell’Ottocento, Mary Yellan, giovane orfana di belle speranze e di avvenente aspetto, giunge al Jamaica Inn, una locanda tra i picchi e le scogliere della Cornovaglia, terra, all’alba del nuovo secolo, di pietre e ginestre rachitiche, di pirati e predoni.
Dopo la morte della madre, l’unica parente rimasta alla ragazza è la zia Patience, proprietaria della locanda insieme col marito Joss Merlyn. Nel viaggio attraverso la brughiera selvaggia della Cornovaglia, Mary ha immaginato il Jamaica Inn come un accogliente rifugio, una dimora degna di quella zia che, da bambina, le appariva leggiadra come una fata con le sue cuffie ornate di nastri e le sue gonne di seta.
Il suo sgomento è grande, dunque, quando scopre che la taverna è un covo di vagabondi, bracconieri, furfanti e ladri della peggior specie, e che della zia Patience, giovane donna vanitosa e piena di vita, non è rimasto nulla. Al suo posto c’è una povera creatura sfiorita, terrorizzata da un uomo gigantesco e brutale: suo marito, Joss Merlyn.
Mary Yellan scapperebbe subito da quell’edificio buio e malmesso, dove nessun avventore oserebbe mai mettere piede, se non fosse per lei un punto d’onore difendere la zia dalle angherie di Joss, e se la sfida con quell’uomo violento, sorta forse dalla segreta, inconfessabile affinità sempre esistente tra caratteri forti, non la solleticasse.
Quella taverna, dove si danno appuntamento i peggiori sgherri della Cornovaglia, è soltanto il porto di traffici illegali tra la costa e il Devon o è qualcosa di peggio, qualcosa che oltrepassa la stessa enigmatica figura di Joss? E che cosa ha a che fare la stanza chiusa in fondo al corridoio con i carri che si fermano ogni notte nel cortile della locanda? 
Romanzo in cui personaggi violenti e, insieme, fragili si muovono sullo sfondo di un paesaggio selvaggio, Jamaica Inn è un vero thriller di alta scuola, pieno di suspense e di inaspettati colpi di scena, una delle opere più riuscite dell’autrice di Rebecca, la prima moglie.


L'AUTRICE

Daphne du Maurier (Londra, 1907 - Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele(1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.


venerdì 14 ottobre 2016

RECENSIONE || "Il silenzio del lottatore" di Rossella Milone

Buongiorno, lettrici e lettori!


Ho letto "Il silenzio del lottatore" di Rossella Milone Minimum Fax in due giorni scarsi. Non l'ho divorato con ingordigia ma l'ho gustato pienamente, come il tema che l'autrice ci vuole proporre, pieno e corposo nel bene e nel male. All'interno della trama si parla di educazione sentimentale e io non potrei essere più d'accordo, l'autrice intraprende un viaggio nella sfera sentimentale umana cogliendone ogni singola emozione.

Il libro si configura come una raccolta di racconti, ambientati a Napoli e dintorni, con un fil rouge che li collega tra loro. Il tema dominante è l'amore, l'affetto, la sessualità: una miriade di sfumature che iniziano e finiscono l'una dentro l'altra, trasformandosi nel loro opposto, salendo di tono, scendendo nella scala dei rossi fino al nero.

Rossella Milone ci mostra come ciò che le persone sentono e identificano come "amore" possa cambiare velocemente e trasformarsi in qualcosa di davvero diverso, ma sempre con qualche traccia di erotismo e sensualità. L'inizio di ogni racconto non è mai chiaro, l'autrice non inizia dal principio di una storia, la riprende nel mezzo, non la spiega la fa vivere al lettore come se fosse improvvisamente entrato in una stanza in cui si sta svolgendo una scena. Le emozioni che fa vivere al lettore sono davvero realistiche e li comunica tramite accurate e delicate descrizioni delle sensazioni dei personaggi, dell'ambiente e delle esperienze che vivono.

Limitare il tema del libro a "l'amore" è assolutamente limitativo e banale. I personaggi sono coinvolti emotivamente da sentimenti che in realtà non hanno nemmeno un nome: due amiche che scoprono l'amore, prima nel loro rapporto esclusivo - anche un po' stretto e venato di una sottile gelosia - e poi con i ragazzi della loro età rimanendo indifferenti ai secondi e appagate con i primi; il senso di invidia e delusione che prova una ragazza verso la madre, quando la scopre a letto con il ragazzo che le suscitava le prime emozioni amorose; coppie che scoppiano per la routine, per un sentimento che non esiste più, ma anche coppie che lottano, che si riscoprono.



<<Non la voleva una che non ci crede; che si arrende senza nemmeno impugnare le armi. Non la voleva una così.>>

Il racconto che mi è piaciuto di più in assoluto è il primo, Operazione Avalanche. Una ragazzina scopre una sera che non è più una bambina ma nemmeno una giovane donna. Si rifugia nella stanza della nonna del suo amico, e le chiede del suo passato. Erminia le racconta di Paul, la sua prima cotta, la sua prima emozione che l'ha fatta avvampare e della delusione, dell'invidia, della frustrazione quando scopre che non sarà mai suo. La scoperta delle emozioni che vive la ragazzina e quelle che vive attraverso Erminia, trasmettono qualcosa di vivo al lettore, qualcosa di profondamente reale che non si è mai riusciti a descrivere.

<< volle che lui la stringesse più forte. Lo volle con una violenza così sconosciuta e liberatoria, da imporsi su tutto quanto: sulla decenza, sulla vergogna, sul dolore, sulla paura. Lei voleva sentirselo addosso. E scoprì, in quel momento, che c'erano dei modi per poter far fare a un maschio quello che si voleva; c'erano dei trucchi, degli stratagemmi.>>

Un libro da vivere, da scoprire e sentire, un'autrice davvero unica.


COPERTINA 7 | STORIA 8 | STILE 8,5


Titolo: Il silenzio del lottatore
Autrice: Rossella Milone
Editore: Minimum Fax
Numero di pagine: 226 
Prezzo: 14 euro

Trama:

Una ragazzina scopre l’attrazione ascoltando i racconti di una vecchia che si aggira come un cieco nei labirinti della memoria. Una bella adolescente sperimenta come il sesso, oltre a essere uno strumento di piacere (e di potere), possa portare senza volerlo a tradire le amicizie. Una ragazza appassionata lotta per quello che si illude sarà l’amore della sua vita. Un’altra, disposta a soffrire ma soprattutto capace di ferire, cerca di ritrovare la propria strada dopo un disastro sentimentale. Una donna nel pieno degli anni si mette di fronte al proprio matrimonio come davanti a uno specchio, e cerca di salvarlo. Il silenzio del lottatore è una meravigliosa educazione sentimentale e al tempo stesso una raccolta di racconti in cui sensualità, durezza, dramma, cauta e segreta speranza danno vita a una narrazione in grado di parlare a ognuno di noi. Nelle storie della Milone – che ha studiato alla scuola di Alice Munro e di Elizabeth Strout – è soprattutto il senso di sfida, il gusto per la scoperta, la coraggiosa e continua apertura verso il futuro a farne forse la scrittrice che in Italia stavamo aspettando da anni.


L'AUTRICE

Rossella Milone è nata a Napoli nel 1979 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) – per la quale ha ottenuto una menzione al Premio Calvino – e La memoria dei vivi (Einaudi 2008). Per Laterza è uscito nel 2001 Nella pancia, sulla schiena, tra le mani, e per Einaudi nel 2013 il romanzo con Poche parole, moltissime cose.
Collabora con diverse testate giornalistiche e coordina l’osservatorio sul racconto Cattedrale.




mercoledì 12 ottobre 2016

RECENSIONE || "Il domatore di leoni" di Camilla Läckberg

Buongiorno, lettrici e lettori!

Oggi vi voglio parlare dell'ultimo thriller di Camilla Läckberg, la maestra del thriller nordico.
Di suo, ammetto, ho letto poco: oltre a questo nono volume con protagonista Erica Falk avevo trovato molto carini i racconti in "Tempesta di neve e profumo di mandorle" uscito l'anno scorso sempre per Marsilio Editore.

"Il domatore di leoni" mi ha lasciata un po' con l'amaro in bocca. La storia inizia con una ragazza che corre in mezzo alla neve, intuiamo che non possa vedere e che sia in un bosco. Dietro di lei una donna a cavallo cerca di raggiungerla, non si sa se per aiutarla o per assestarle il colpo di grazia. All'improvviso una macchina spunta dal nulla e per la ragazzina indifesa cala il buio.

Erica Falk e suo marito Patrick si ritrovano in un'indagine davvero intricata, che ha radici profonde nel passato e nell'orrore che solo alcuni esemplari del genere umano possono suscitare con le loro crudeltà. Una buona parte del libro è dedicata a riprendere le fila dei numerosi personaggi che i lettori assidui della Läckberg hanno lasciato nel precedente volume, con una piccola parte rivolta alle indagini che rimangono stagnanti fino ai tre quarti del libro, quando grazie alle intuizioni di Erica e della squadra di Patrick i pezzi del puzzle iniziano ad avere un senso. Due storie drammatiche si legano, si completano, il passato diventa un codice per decifrare il presente e il futuro, Fjällbacka è ancora una volta protagonista di qualcosa di oscuro.

Lo stile della Läckberg è piacevole, il racconto scorre veloce sotto gli occhi senza intoppi. Il cambio frequente del narratore smuove la storia e regala al lettore una visione più completa e una bella complicità con la protagonista Erika Falck.
 Ciò che non mi ha convinto è la struttura della storia e come sono stati stereotipati i ruoli dei personaggi. Probabilmente dopo nove libri viene naturale "adagiarsi" nella vita di tutti i giorni di personaggi, ormai molto familiari, ma lo stesso alcuni pezzi mi sono sembrati un po' tirati, come ad esempio la ripetizione del saluto ai figli da parte di Patrick e Erica sempre uguale, sempre frettoloso, sempre bellissimo. Anche la ripresa dei personaggi (che tra l'altro a me, profana, è stata davvero utile per comprendere meglio il contesto) pur essendo funzionale forse è fin troppo dettagliata, rubando quasi la scena alla suspence che in un thriller dovrebbe essere palpabile e principale. 
Per quanto riguarda la tensione si può dire che venga trasmessa dai protagonisti malevoli, che il lettore incontra prima dei protagonisti - un contatto che dona una sorta di semi onniscienza e che non rovina la sorpresa finale - ma soprattutto dalla terribile sorte che subiscono le vittime. Per quanto mi riguarda un thriller dovrebbe saper comunicare un'aria tesa e dei toni cupi anche dagli ambienti, dai dialoghi, da quel "non detto" che attiva i sensi di pericolo del lettore, che fa scendere un brivido lungo la schiena, anche in assenza di spargimenti di sangue.

Un libro che mi ha un po' delusa, che mi sento di sconsigliare a chi come me non ha seguito le avventure di Erica Falck dal principio ma che probabilmente sarà piaciuto a chi della Läckberg ha fatto un appuntamento fisso. A voi la parola, avete ritrovato la stessa Läckberg de "La principessa di ghiaccio"?




COPERTINA 8,5 | STILE 7 | STORIA 6,5



Titolo: Il domatore di leoni
Autore: Camilla Läckberg
Editore: Marsilio Editore
Numero di pagine: 468
Prezzo: 19,00 euro



Trama:

L’inverno è particolarmente gelido, e le vie di Fjällbacka sono quasi deserte, i ristoranti affollati, il porto brulicante di barche e i turisti a passeggio solo un ricordo. Mentre l’intero paesino che guarda al Mare del Nord sembra in letargo, una ragazza vaga confusa nel bosco carico di neve. È ferita, procede incespicando a piedi scalzi, gli occhi simili a due buchi neri in un viso bianchissimo. La sua fuga ha fine quando, raggiunta la strada, un’auto la investe, uccidendola. All’arrivo di Patrik Hedström e della sua squadra di investigatori, la giovane vittima è già stata identificata. Di lei si erano perse le tracce da quattro mesi. Ma il suo corpo porta i segni di un’inimmaginabile violenza che nessun incidente può spiegare, e il pensiero di Patrik corre subito alle altre adolescenti, così simili tra loro, misteriosamente scomparse negli ultimi due anni. Potrebbe davvero esserci un collegamento? Intanto, Erica Falck è alle prese con un nuovo libro. Sta facendo ricerche su un’oscura tragedia famigliare che ha portato alla morte di un uomo, una vecchia storia che, iniziata con il festoso arrivo di un circo, con il passare del tempo si è trasformata sempre più in una macabra leggenda senza risposte. Tra le due indagini potrebbe esistere un punto di contatto, un segreto custodito per amore che ha generato e sostenuto negli anni una spirale di odio incomprensibile: mai come questa volta Erica e Patrik dovranno scavare negli abissi del male più impenetrabile, diabolicamente protetto da un’apparente normalità.


L'AUTRICE

Camilla Läckberg (1974) è l'autrice della fortunata serie poliziesca che ha per protagonisti Erica Falck e Patrik Hedström, tradotta in 38 lingue con oltre quindici milioni di copie vendute nel mondo. Vive con i tre figli a Stoccolma, dove continua a lavorare ai suoi libri, ora diventati anche serie televisiva, in Italia in onda su laEffe.


lunedì 10 ottobre 2016

Prima tappa del BLOGTOUR Gabriele Romagnoli #Coraggio

Buongiorno, lettrici e lettori!

sono contenta di partecipare al blogtour ideato da Giangiacomo Feltrinelli Editore con il libro "Coraggio!" di Gabriele Romagnoli che ho largamente apprezzato.

Il libro non è un romanzo piuttosto una sorta di via di mezzo tra il saggio e il libro di narrativa. Il tema, come si può evincere dal titolo, è il Coraggio, si quello con la "C" maiuscola. Romagnoli ci propone storie di persone che hanno dimostrato coraggio in diverse situazioni: Antonio Sacco e Georges, Giobbe, la nonna Augusta, la triste storia di Elbert e Alice, del giocatore Abidal, della venditrice di aspirapolvere Ana Damian, quella di Stoner.




"Immaginala detta così, in modo non imperativo, né perentorio: una carezza d'ordine, un viatico per il futuro, il tuo vero passaporto per la vita. Per non sprecarla per non barattarla in cambio di niente. Per non cedere ai ricatti, di qualunque genere. Per essere la donna o l'uomo che in un pomeriggio disperso nell'infanzia, in un cortile senza voci, leggendo un fumetto hai desiderato diventare, non sempre, ma quando avrebbe contato: aprire il portellone d'emergenza, cedere il posto nella scialuppa di salvataggio, alzare la testa. E, a tua volta, avvicinarti a qualcun altro e dirglielo, con la stessa voce che si tramanda e ci sostiene anche adesso, così: coraggio!"

Attingendo da saggi precedenti, da esperienze di vita e buon senso Romagnoli ci sprona ad avere coraggio nella vita. Il sentimento che comunica non lo riveste nella chiave di "azioni senza conseguenze", di coraggio stupido e maleducato, ma lo veste di un'etica che effettivamente sta andando perduta: siamo educati a non ribattere alle ingiustizie per "non svegliare il can che dorme" annuendo e abbassando la testa per placare il capo, il professore, il direttore anche se dice o fa delle porcherie colossali. La paura di venire degradati, di non prendere la promozione, il denaro o il posto che ci spetta è più alta e quindi sorridiamo accondiscendenti, accantonando obbedienti quella vocina che ci dice che non è giusto.
L'autore ci insegna (senza avere la pretesa di farlo) a non arrenderci a credere fino in fondo nei nostri sogni accettando e sostenendo il rischio che comportano, a sacrificarci e ad abbinare questi sentimenti, come un prisma con tante facce: l'amore e il sacrificio, il coraggio e la determinazione.
Io l'ho interpretato quasi come un training, una breve e profonda riflessione sulla società di oggi, sui valori che ci determinano. Mi ha donato molta serenità e sicurezza.

Nella mia tappa del blogtour vi parlerò del capitolo di Ana Damian, un esempio di una donna che non si è arresa e che puntando in alto è riuscita a far fortuna e ad essere la più brava d'Italia nel suo mestiere. 

Da piccola i miei genitori mi dicevano sempre che l'importante non è essere i più bravi in assoluto, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te. L'essenziale, ciò che davvero è importante, è essere il meglio che si può essere: "Sara tu devi fare del tuo meglio". Che fosse la matematica o la pallavolo, il principio, la strada che seguivo era quella e mi ha sempre portato ottimi frutti. Credo sia lo stesso principio che in fin dei conti ha seguito Ana, con risultati strabilianti.
Ana Damian è la più brava venditrice di aspirapolvere in Italia, porta a porta. Per lei è un sogno che si avvera.
Con suo marito, Ana cerca di venire in Italia per due anni. Truffati, fermati ai confini, Ana non si arrende e percorre a piedi la strada che separa l'Austria dall'Italia. Arrivata a Parma si mette a fare la domestica per le ricche donne emiliane, avendo un discreto successo. Lei però cercava un guadagno maggiore, e più di tante ore in una settimana non si può lavorare. Ana si accorge che le aspirapolvere delle signore vengono non da un negozio ma da quei venditori che si presentano a casa ogni tanto. Pensa di poter riuscire a guadagnare di più entrando a far parte di quel piccolo esercito di rappresentati. 


<<Le avevano detto che cambiando lavoro avrebbe ricevuto in proporzione a quanto sarebbe stata brava, ci ha creduto e si è lanciata.>>

Ed ecco che viene arruolata  e portata a fare il corso di formazione. In poco tempo Ana riesce a battere tutti i suoi colleghi, un record di vendite assoluto. Essendo la migliore aggiunge un suo metodo la corso di formazione dei rappresentanti; capisce che per vendere ci vuole una tecnica: parlare perfettamente l'italiano, magari con lo stesso accento della zona in cui si vuole piazzare il prodotto, cercare dei punti di incontro, far capire che l'aspirapolvere che sta vendendo pulisce davvero bene è di qualità e lei lo sa meglio delle sue clienti, prima di venderle, le usava lei quelle macchine. Così entra nel cuore delle signore.

<<"Ma non ci resti male quando ti sbattono una porta in faccia?" , risponde "Qual è il problema? Con tutto quello che ho passato? [...] Il fondo l'ho già toccato, di che cosa dovrei aver paura? Di un "no"? Questo è il mestiere dei "no". E di chi sa trasformarli in "si".>>

La forza di volontà e la determinazione, ma soprattutto il coraggio di andare avanti di avere delle ambizioni partendo dall'ultimo gradino della scala è da ammirare. Quegli anni in cui ha inseguito il sogno di venire in Italia, nonostante gli ostacoli, le hanno insegnato le cose importanti della vita, le regole d'oro per far fortuna: umiltà, lavoro sodo, rispetto e una bella dose di coraggio.  Ana invece trasforma i "no" in "si", vende e guadagna non si lascia fermare da nulla, nemmeno dai decisi rifiuti dei clienti. Non le importa, ha il coraggio di bussare alla porta successiva. 


L'AUTORE

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015) e Coraggio! (Feltrinelli, 2016).






martedì 4 ottobre 2016

RECENSIONE || "Ingrossare le schiere celesti" di Franck Bouysse

Buongiorno, lettrici e lettori!


Ho letto "Ingrossare le schiere celesti" di Franck Bouysse Neri Pozza Editore, con l'aspettativa del "solito" thriller: qualcuno muore -possibilmente ammazzato misteriosamente - sangue, indagini, un uomo burbero, forse una femme fatale non citata nella trama.

La lettura non poteva essere più distante da tutti i miei preconcetti e l'autore ha dato prova di saper fare venire i brividi sulla schiena pur non mettendo in campo scene macabre e raccapriccianti.
Gustave Targot è un uomo che ormai ha passato la cinquantina, vive solo con il suo cane fa il contadino e alleva animali. Gus non ha avuto un passato facile e nella sua fattoria - che prima apparteneva ai suoi genitori - sono morti sia il padre che la madre in modo piuttosto violento. In questo paesino francese immerso nei boschi, sulle montagne, Gus può contare solo sull'amicizia di Abel Dupuy, un contadino e allevatore come lui di vent'anni più vecchio. Entrambi soli, poco inclini alle chiacchiere e ai sentimentalismi, si aiutano nei lavori più pesanti e si trovano nella fattoria dell'uno o dell'altro a bere qualcosa ogni tanto. Il loro rapporto è tanto lungo quanto profondamente e apparentemente distaccato: sono amici ma con delle riserve.

È in questo quadro che un giorno in cui Gus voleva dare la caccia ai tordi, sente un urlo provenire dalla tenuta di Abel dopo due spari. Preoccupato, pensa subito che Abel abbia fatto fuori qualcuno, grosse macchie di sangue macchiano la neve e lui scappa via con questo tormento addosso. Da questo punto in poi in Gus qualcosa cambia: il sospetto, il timore, la percezione che qualcuno lo spii, fa suonare tutti i suoi campanelli di allarme fino a che il passato non tornerà a galla quando pensava di averlo ormai sepolto definitivamente.

"Alle cinque del pomeriggio, Gus finiva di piantare i paletti e di fissare quattro file di fil di ferro belle strette, con delle cambrette, mentre Mars gironzolava lì attorno. Diverse volte, nel corso della giornata, aveva avuto una strana sensazione, come se qualcuno lo spiasse. Ogni volta aveva sospeso il lavoro per guardarsi attorno e vedere se c'era effettivamente qualcuno nei paraggi, smettendo a un tratto di dare colpi di mazza sui paletti, o colpi di martello sulle cambrette, con il naso per aria in mezzo a quella grande quiete tutta bianca, con il sole che faceva brillare la neve, come fosse ricoperta di spilli."

Tutta l'inquietudine sta nell'atmosfera, in ciò che non viene detto, nelle supposizioni e nei presentimenti di Gus. L'aspetto fondamentale è proprio il carattere del protagonista che per indole non cerca la complicità del lettore e che quindi è più difficile da decifrare. Al contempo l'immedesimazione in Gus è indispensabile per entrare nei toni cupi delle Cevenne, nell'aria tesa e solitaria che si respira. In questo modo l'autore costruisce un romanzo fatto di sensazioni, delle cose semplici che compongono la natura con cui sono sempre a contatto i contadini, spesso più brutali di quanto ci si possa immaginare ma che risultano adeguate al contesto in questo caso.
Il ritmo della narrazione non si può affatto dire galoppante: il racconto si prende il suo tempo, per descrivere accuratamente i luoghi, le sensazioni, gli odori e i rumori; ma anche per acuire quella suspense subdola con la quale Bouysse trasmette la sua idea di thriller. Un'idea molto riuscita devo dire.

Solo alla fine del romanzo la tensione si solidifica, dando consistenza alle emozioni che hanno percorso il lettore per tutto il romanzo in un climax ascendente, rivelando al lettore le soluzioni di questa fitta trama e regalandogli quel sangue versato negato per tutto il libro.


COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 7,5



Titolo: Ingrossare le schiere celesti
Autore: Franck Bouysse
Numero di pagine: 175
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

Gus ha più di cinquant’anni e del mondo conosce soltanto i campi della sua isolata fattoria tra i monti, il bosco limitrofo e il paese di Pont-de-Montvert, nel sud della Francia, in cui saltuariamente è costretto a scendere per fare compere e commerciare. È un uomo schivo, diffidente, di poche parole: tutto ciò che gli interessa è continuare la propria vita senza essere disturbato, tra i suoi animali e la natura circostante, fino alla fine dei suoi giorni. Come unica compagnia, oltre all’amato cane Mars, ha Abel, il vicino, di vent’anni più vecchio, con il quale condivide le serate tra bicchieri di vino e reciproci racconti. Un giorno, mentre sta cacciando con Mars, sente dei colpi d’arma da fuoco e delle grida provenire dalla tenuta di Abel. Si precipita dal vicino e si trova davanti un luogo apparentemente abbandonato e tranquillo. Di Abel nessuna traccia. Sulla neve vicino al recinto brillano però inquietanti macchie rossastre.
L’indomani, quando si imbatte finalmente nell’amico, Gus è sorpreso dal suo atteggiamento ostile. Le spiegazioni di Abel trasudano l’odore acre della menzogna. Ha sparato al proprio cane, dice, scambiandolo per una volpe, e non ha altro da aggiungere. 
Parole ambigue, che sono soltanto il preludio di una serie di avvenimenti oscuri. Di lì a poco, infatti, Mars viene ritrovato al margine del bosco, in apparenza ferito orrendamente da un animale più grosso, ma con accanto al corpo delle tracce confuse e il portachiavi di una Volkswagen. Poi, nelle ore in cui l’intero paese è in lutto e in preda alla costernazione per la morte dell’Abbé Pierre, una delle figure più carismatiche del Novecento francese, un gruppo di singolari predicatori si presenta alla porta di Gus alla ricerca di una collega scomparsa. Il turbamento di Gus si muta allora nella fredda certezza che qualcosa di inquietante sta accadendo lì, tra i suoi monti.
Romanzo dall’atmosfera hitchcockiana, nella quale i contorni noti e i volti amici si trasfigurano alla luce macabra del sospetto, Ingrossare le schiere celesti è un noir d’autore magistrale, paragonato per lo stile, crudo e poetico assieme, alle migliori opere di Georges Simenon.


L'AUTORE



Nato a Brive-la-Gaillarde nel 1965, Franck Bouysseinsegna biologia in un liceo tecnico di Limoges. Grande ammiratore di Faulkner, London e Cormac McCarthy, ha esordito nel 2004 con il romanzo La Paix du désespoir. Con Ingrossare le schiere celesti si è aggiudicato il prestigioso Prix Michel-Lebrun 2015.

lunedì 3 ottobre 2016

RECENSIONE || "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson

Buongiorno, lettrici e lettori!



È uscito la scorsa settimana il romanzo "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson per Iperborea. Il tema è uno dei più trattatati e difficili della Storia dell'umanità: la deportazione, la vita nei campi di concentramento e la gestione della libertà dopo aver passato tanti anni da prigionieri.


Miriam è una signora svedese di ottantacinque anni, benestante, con un figlio, una nuora, una nipote e un bisnipote. Tiene racchiusi dentro di sé dei segreti, cose che non ha mai detto a nessuno in vita sua e che inizialmente non ha alcuna intenzione di dire; ma dopo aver spento la candelina si lascia sfuggire una parte del suo passato: "Io non mi chiamo Miriam". Chi le è accanto rimane perplesso, pensando che la nonna stia perdendo qualche colpo, ma non sua nipote, Camilla. Cogliendo al volo l'occasione di passeggiare con la nonna, Camilla azzarda a fare qualche domanda sul passato di Miriam, Auschwitz e poi Ravensbrück. Inizialmente l'anziana signora si chiude a riccio, non vuole richiamare alla mente ricordi più che dolorosi, la paura di non avere da mangiare, la lotta contro il freddo, la sete, le SS, le prigioniere come lei che si picchiavano tra loro. Ma soprattutto i cari che ha perso...

"Non si può parlare di tutto! Devi capirlo. Non se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l'intero secolo! In questo caso non si può parlare di tutto."



Miriam - non sa neppure lei come - inizia a raccontare a Camilla eventi, periodi della sua vita che le vengono in mente come tanti flash senza un ordine preciso, seguendo un flusso di pensieri, immagini messe in fila fino a creare un unico grande flashback alternato al presente, alla passeggiata con la sua bella nipote nel parco nel giorno del suo compleanno, al sicuro in un paesino per bene della Svezia.

Miriam svela che non sempre ha avuto questo nome, non era ebrea come si è spacciata dopo i campi di concentramento. È nata rom, una zingara, Malika. La Kripo aveva fatto irruzione in casa loro prendendo lei, il suo fratellino Didi e la sua cuginetta Anuscha. Portati prima in un convento e poi ad Auscwitz dove uno dopo l'altro, aveva perso tutti. Per un caso, un'occasione, per istinto di sopravvivenza aveva preso i vestiti di una ragazza che non ce l'aveva fatta, Miriam Goldberg. Ed ecco che Malika, Miriam, inizia a vivere una vita che non è la sua e per di più è impossibilitata a dire la verità: in Svezia i rom non erano ben accolti, nemmeno dopo i campi di concentramento. 


Inizia la sua vita di menzogna, la vita in cui nessuno voleva parlare dell'Olocausto, non si chiedeva, non si domandava alle volte si faceva fatica a credere alle brutalità subite da quelle persone che tornavano, magre, apatiche, vuote, rabbiose e tristi.
Mi hanno colpito molto le parti in cui Miriam da sopravvissuta torna alla libertà e si chiede come si debba vivere da persona libera, che cosa fare del futuro, c'è ancora da temere qualcuno, qualche SS pronta a picchiarti, frustrati, spararti o gasarti? Come vivono le emozioni gli svedesi, come si comportano, come riuscirà a nascondere quello che è davvero? Tante domande le si affacciano non solo per il lungo periodo vissuto nei lager ma dovute anche al bisogno di celare ciò che è, per paura che la cacciassero, che non la volessero, che non la considerassero più Miriam ma una sporca zingara, ladra e bugiarda.

"Camilla fa una risatina. Stancante è l parola giusta. Poi dentro di lei si scatena il panico. Di colpose si spalma un baratro facendole intuire, sentire, capire e comprendere che tutto questo è successo per davvero, sul serio, nella realtà. Il nazismo. Auschwitz. Ravensbrück. Sua nonna ha addirittura conosciuto il dottor Mengele, quello a cui Camilla ha sempre pensato come una specie di personaggio delle fiabe, un morto vivente di un racconto dell'orrore, un mostro in uniforme nera che girava per Auschwitz mettendo a morte altri al posto suo. Invece è esistito. Sua nonna l'ha visto di persona, ha sentito la sua voce. E lei fa una risatina!"

Il racconto, inoltre, non manca di sottolineare la brutalità con cui venivano trattate le prigioniere, le disparità tra ebree, polacche, yiddish e rom. Quest'ultimi sono stati dei grandi ossi duri per le SS, tanto che l'evento che troviamo nel romanzo di Majgull Axelsson è un fatto storico originale. La regressione dell'umano allo stato di bestie, costrette a scoprire i denti e ringhiare per difendere un tozzo di pane e segatura. Luoghi in cui proteggere i propri cari ha la priorità e che quando vengono a mancare la voglia di vivere viene meno, si cerca l'oblio non difficile da trovare ad Auschwitz. 
Miriam sopravviverà a patto di non ricordare. Dimenticare ogni giorno, ogni viso, rinchiuderlo e perderlo.

"E poi morti, naturalmente. Cadaveri a centinaia. A migliaia.
Cataste di corpi. E fiamme eternamente alte dei camini del forno crematorio."



Con un marchingegno narrativo davvero coinvolgente, il lettore viene preso dalla smania di sapere che cosa sia capitato a Miriam, la stessa curiosità che ha anche la nipote Camilla. Una sorta di contagio infetta chi legge che diventa un osservatore esterno della vita di una ragazza che ha passato l'inferno in ben due campi di concentramento. Il racconto ha un ritmo alto che non manca di una certa suspense nei momenti in cui Miriam torna al presente con accanto la nipote e che servono da trampolino per un nuovo capitolo della sua vita, una nuova scena che viene proiettata sul grande cinema delle pagine che scorrono. 

È uno dei pochi romanzi con questo tema a non avermi mai spinta a dire:" ok, ho bisogno di una pausa", non che non siano presenti immagini crude o dure o difficili da sopportare, solo che vengono raccontate con uno stile così scorrevole e curato che il lettore naviga all'interno della vita di Miriam senza sentirne il bisogno impellente di uscirne per la pesantezza della narrazione. Un romanzo che consiglio agli amanti della Storia ma anche agli amanti delle storie di donne e popolazioni emarginate in cui il tema razziale come quello femminile sono di pari importanza a quello della deportazione.


COPERTINA 8 | STILE 8,5 | STORIA 8,5



Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autore: Majgull Axelsson
Numero di pagine: 576
Prezzo: 19,50 euro

Trama:

«Io non mi chiamo Miriam», dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’«altro» interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: «Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo.»


L'AUTRICE

Majgull AXELSSON (1947), scrittrice, drammaturga e giornalista, è una delle più apprezzate autrici svedesi, tradotta in ventitré lingue e premiata con l’ambito Augustpriset. Dopo essersi affermata con inchieste su spinose problematiche sociali, come la prostituzione infantile nel Terzo mondo e la povertà in Svezia, ha esordito con successo nella narrativa, coniugando l’attenzione per le ingiustizie e per le condizioni di disagio materiale ed esistenziale con una grande capacità di calarsi nei destini dei suoi personaggi. È cresciuta a Nässjö, dove si svolge parte della vicenda narrata in Io non mi chiamo Miriam.