mercoledì 28 dicembre 2016

Le più belle letture del 2016 dell'Officina del Libro



Sta finendo l'anno e tiriamo un po' le somme di quello che è stato, delle cose fatte e delle letture che ci sono piaciute di più. Un anno è lungo e in particolare questo ha visto passare davvero tante letture, alcune mi hanno fatta addirittura crescere. Scrivere una lista che vi elenchi solo quelle indimenticabili mi sembra riduttivo (giusto qualche titolo) per cui ho deciso di parlarvi dei romanzi che, in generale, mi sono piaciuti davvero tanto.




Iniziamo da uno dei libri che  più mi ha divertita e incuriosita "Assassinio di Lunedì" di Dan Turèll (cliccando sul link arriverete alla recensione completa) Iperborea. Un autore nordico che non conoscevo e di cui in Italia sono stati pubblicati e tradotti solo due titoli.


Con una grande ironia l'autore ci porta a Copenaghen insieme a un protagonista senza nome, di mestiere giornalista. Scapestrato e senza orari si ritrova in mezzo a un delitto di cui troverà la soluzione.








La trilogia della pianura di Kent Haruf, NN Editore (che devo ancora completare con "Benedizione" per mancanza
di tempo, rimedierò nel 2017) è un'altra serie che vi consiglio caldamente. Questi sono quei libri indimenticabili che entrano nel cuore. Il mio amore per il fratelli McPherson non è ancora scemato. Tra "Canto della pianura" e "Crepuscolo", posso dire con sicurezza che mi è piaciuto di più il primo. 









Quest'anno la saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard ha visto ben due volumi pubblicati da Fazi Editore. "Confusione" è il libro che più mi è piaciuto di questa autrice dal talento immenso per la costruzione a tutto tondo dei personaggi.







Super scoperta di quest'anno è Alan Bradley con la serie che vede protagonista Flavia de Luce. Sono  rimasta innamorata di questa giovane protagonista, innamorata della chimica e della campagna inglese in cui vive negli anni '50 del Novecento. Super consigliato per chi ama gli intrighi, le indagini e delitti misteriosi.  Qui la recensione del primo volume "Flavia de Luce e il delitto nel campo di cetrioli", Sellerio Editore.







Un libro che mi ha colpita tantissimo e di cui vi ho parlato è "Anatomia di un soldato" di Harry Parker, Edizioni Sur. A partire dalla struttura del libro in cui i protagonisti sono gli oggetti (un oggetto per capitolo, per un totale di quarantacinque capitoli) che i personaggi usano e di conseguenza il cui punto di vista è piuttosto oggettivo, alla storia delicata e difficile che racconta "Anatomia di un soldato" è proprio uno di quei romanzi che mi porterò dietro per molto tempo.


La storia triste e intensa di "Vi scrivo dal buio" di Jean-Luc Seigle, Edizioni E/O mi ha letteralmente rapita, ricordo la lettura irresistibile di questo breve romanzo. Molto intenso è un libro da regalare a chi ama le storie reali romanzate. La protagonista, Pauline, vi rimarrà incastrata come una scheggia nel cuore.




Passiamo a letture più recenti come l'ultimo uscito di Louise Erdrich "LaRose", La Feltrinelli romanzo davvero particolare, dal tema complesso se non impossibile da concepire per chi non fa parte del mondo dei nativi americani tradizionalisti. Consiglio questo romanzo ai lettori più accaniti, che sono stanchi delle solite storie rigirate in un senso e nell'altro, questo libro è assolutamente originale.


Piccolo, compatto, dal packaging unico "Ma la vita è una battaglia" di Charlotte Brontë, L'Orma editore.  è stato una sorpresa assai gradita. Ho già recuperato "Niente donne perfette, per favore" di Jane Austen e "Io in te cerco la vita" di Anna Kuliscioff. Non vedo l'ora di leggere questi ultimi due libri e di parlarvene.

Bellissimo e assolutamente da leggere è "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson, Iperborea è la storia di una signora ottantacinquenne che all'improvviso afferma di non chiamarsi Miriam e un segreto le sgorga dopo moltissimi anni senza che lei possa fermarlo.





Ultima lettura dell'anno "Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken, Iperborea a me è piaciuto moltissimo. Ho scoperto con questo libro lo stile già acclamato di Brokken in "Nella casa del pianista" e "Anime baltiche" che a me mancano all'appello e che spero di recuperare presto.












E adesso ditemi voi quali letture vi hanno più colpito e conquistato nel corso del 2016!






















































martedì 27 dicembre 2016

RECENSIONE || "Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken

<<Mi hai fatto diventare un essere umano Alexander. Quando sono  arrivato qui nella mia testa ero ancora un prigioniero, ma tu mi hai liberato, hai di nuovo fatto di me un uomo comune, o meglio ancora. Un comune cittadino.>>

"Il giardino dei cosacchi" di Jan Brokken Iperborea è la storia dura, bella, ma soprattutto vera dell'amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Brokken basa il suo racconto sullo scambio epistolare tenuto tra i due protagonisti e che loro hanno intrattenuto con le persone care.

Il racconto inizia con l'arresto di Dostoevskij, quando Alexander era ancora un ragazzo che studiava al liceo di Pietroburgo. Dopo una mancata esecuzione, per grazia dello zar, Fëdor viene esiliato in Siberia in quelli che saranno poco meno di un secolo più tardi i gulag, campi di lavoro forzati. 

<<La Siberia è un paese selvaggio, Alexander Igorovič. È un paese popolato da esseri semiferoci che si divorano a vicenda come ragni in un bicchiere. Da umiliati e offesi, da esseri umani corrotti, da tutta la feccia rifiutata dalla Russia. Brulica di ladri, briganti, banditi, che rendono pericolose tutte le strade.>>

Alexander incrocia la strada di Dostoevskij proprio lì, in quella terra desolata come procuratore giudiziario. La loro amicizia nasce grazie ai (come si vedrà pochi) parallelismi tra loro: entrambi aspettano con impazienza la posta, le lettere dei loro cari; entrambi sentono la mancanza di una madre prematuramente scomparsa che crea ancora una scompenso nelle loro vite di uomini.

<<Dostoevskij mi disse in più occasioni che quella sera, mentre tornava a piedi verso casa, aveva istintivamente capito di aver trovato in me un vero amico.>>

La loro differenza di età non scombussola minimamente il loro rapporto e Alexander rimane fedele ai suoi principi anche se a stretto contatto con una persona più grande di lui ritenuta sovversiva. Il primo con un buono stipendio e nobile, il secondo con aspirazioni intellettuali costretto a vivere in un misero paese della Siberia, impossibilitato a pubblicare e senza nemmeno un copeco. Il libro verte soprattutto sul periodo siberiano di entrambi, dove più i due amici hanno avuto la possibilità di conoscersi e di vivere le loro complicatissime storie d'amore. In estate Alexander e Fëdor si rifugiavano nel "Giardino dei cosacchi" una dacia fiorita lontana da Semipalatinsk, una vera e propria fornace desolata in quel periodo dell'anno. Anche se la dacia era in condizioni pessime, cercarono di piantare fiori e alberi, ottenendo un grande giardino profumato visitato da tutte le persone più in vista di passaggio.

<<L'estate a Semipalatinsk è insopportabile. [...] Decisi di rifugiarmi fuori città. Nei dintorni di Semipalatinsk riuscii a trovare solo una dacia con un bel giardino, poco lontano dall'insediamento cosacco. [...] La dacia apparteneva a un ricco mercante cosacco e portava il nome di "Giardino dei cosacchi". Già solo per quel nome F.M. [Fëdor Michajlovič] fu contento di venirci.>>

Durante tutta la storia Alexander sarà, tra i due, il più equilibrato e misurato contro un Dostoevskij passionale, estremo, profondamente depresso un periodo e in estasi immediatamente dopo. Innamorato di una donna che evidentemente cerca solo il suo interesse, non si lascia distogliere da nessuno dalle sue convinzioni. Impegnato a scrivere ma angosciato da non poter pubblicare le sue opere, rimane senza denaro, alla continua ricerca di un prestito; Fëdor non vivrà mai senza debiti. Alexander si guadagna il posto di suo più grande confidente perché primo nella lotta per farlo liberare dall'esilio e dai lavori forzati, per far rientrare Dostoevskij nella grande Russia e riabilitarlo in modo che potesse iniziare a pubblicare le sue opere e nel frattempo finanziandolo fin dove poteva permetterselo.  Purtroppo la loro amicizia sarà logorata dallo trascorrere del tempo, dei problemi di ognuno e dall'animo artistico di Dostoevskij: altalenante, irritabile, poco lungimirante. 

<<Io avrei problemi senza di te. Non solo sei un essere umano eccezionale e uno splendido amico: finché non ricevo la grazia non ho via d'uscita, e tu sei l'unico amico influente che possiedo qui. Senza di te sono perduto. [...] 
Un buon amico è per tutta la vita. Tu lo sei non, è vero?
Bè sì, spero di esserlo.>>

<<Pensai al giardino dei cosacchi. La naturalezza del Giardino dei cosacchi era svanita. Quel nostro rapporto spontaneo e fiducioso.
Quell'amicizia solida e sincera.>>

La caratteristica che mi ha colpito di più nel romanzo è lo stile fluido, accattivante e leggero che l'autore usa per narrare la storia di un grande scrittore e del suo migliore e più fidato amico. Pur basandosi su fatti realmente accaduti (fantastiche le note in fondo al libro) e rimanendo estremamente fedele alla Storia, Jan Brokken non appesantisce il racconto con parti tediose ma riesce a convertire dati e fatti storici in una prosa piena di vita ed emozione. Merito anche della scelta del punto di vista di Alexander von Wrangel interno quanto basta alla vita di Dostoevskij ed esterno nella giusta misura per raccontarci i fatti in maniera abbastanza fedele alla realtà, non mancando mai di narrare la sua vita, non lasciandosi eclissare dagli eccessi dello scrittore. Meravigliosi gli accenni, anzi le descrizioni, di come Dostoevskij  componeva le sue opere, traendo sempre ispirazione dalle esperienze della sua vita ma raccontandole sempre in maniera diversa: nei suoi personaggi si ritrovano figure realmente esistite e che lo scrittore ha incontrato durante i suoi peregrinaggi ma non nella stesso percorso narrativo che si è svolto nella realtà. In questo flusso di vita, Alexander e Fëdor discutono di molti argomenti, alcuni fondamentali per l'esistenza altri più superficiali.

<<Per lui [Dostoevskij] l'essenziale si celava negli aspetti malvagi e corrotti delle persone, il resto lo considerava mera apparenza. Sulla strada del ritorno mi tempestò di domande. Dovevo raccontargli degli uomini e delle donne che veniva condotti da me e che io interrogavo..>>

La vita del grande Fëdor Dostoevskij come mai l'avete letta, uno spaccato sulla Russia dell'Ottocento imperdibile e irresistibile.


COPERTINA 7,5 | STILE 9 | STORIA 9 | SVILUPPO 9



 Titolo: Il giardino dei cosacchi
Autore: Jan Brokken, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 400
Prezzo: 18,50 euro



Trama:

San Pietroburgo 1849, Fëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi», vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.


L'AUTORE

Jan Brokken (1949), scrittore, giornalista e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi romanzi di successo che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come l’esordio narrativo De Provincie (1984), da cui è stato tratto un film, Nella casa del pianista (Iperborea 2011) sulla vita di Youri Egorov e Anime baltiche (Iperborea 2014), viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa. L'ultimo suo libro pubblicato da Iperborea è Il giardino dei cosacchi (2016).

mercoledì 21 dicembre 2016

RECENSIONE || "LaRose" di Louise Erdrich

Buongiorno, lettrici e lettori!

Viaggiando attraverso le grandi voci contemporanee mi sono imbattuta in Louise Erdrich, autrice molto stimata negli Stati Uniti ma un po' sottovalutata in Italia. "LaRose" è l'ultimo romanzo di una trilogia formata da "La casa tonda" e "Il giorno dei colombi" editati da Feltrinelli Editore (che spero di leggere presto); trilogia che accumuna i libri sotto un comune argomento più che in base ai personaggi e infatti "LaRose" è possibile affrontarlo senza aver prima letto gli altri due.

Il tema che Erdrich tratta è relativo ai nativi d'America, alla loro storia, alle loro tradizioni e alla loro sconfitta contro l'uomo bianco. Dopo una vita moderatamente complicata questa autrice inizia a scrivere in base alle sue origini, per un quarto Cheppewa. 
In "LaRose" Louise Erdrich unisce diverse tematiche con un unico punto narrativo fisso, una sorta di spartiacque che provoca conseguenze imprevedibili: prima della morte del piccolo Dusty e dopo la sua morte. Prima che LaRose, bambino di cinque anni, fosse affidato alla famiglia di Dusty come risarcimento della sua morte. Le due famiglie, vicine di casa e imparentate (le madri sono sorellastre) sono amiche, i ragazzi giocano insieme. La famiglia Iron composta da cinque figli e quella di Nola e Peter composta da Dusty e Maggie.

Il libro inizia con Ladreaux Iron in agguato con il suo fucile pronto a sparare a un cervo, ma quando il colpo parte non va a segno, capisce di aver sparato contro qualcos'altro e aver colpito Dusty. Ladreaux corre, chiama aiuto ma invano. Ecco che la scelta per sdebitarsi con Peter e Nola è chiara e lampante: dare LaRose a loro, come se fosse un loro figlio, coma la tradizione indiana vuole. La storia ci si presenta senza tanti giri di parole, il lettore è lanciato in una situazione da batti cuore e catturato dalla trama.

<<Ripensò alla loro visita subito dopo che Landreaux era stato rilasciato: avevano voluto dirgli qualcosa. Aveva sentito parlare di queste forme di adozione negli anni passati, quando uccisioni o malattie devastavano le famiglie, lasciandone altre intere. Era un'antica forma di giustizia. Era una storia, e le storie gli piacevano.>>

Da qui l'autrice narra la storia con i punti di vista dei protagonisti. Sono tutti in parte nativi, sangue indiano scorre nelle loro vene e vivono in terra tribale. Famiglie antiche che dopo essere state emarginate e sterminate sono in un limbo: l'attualità del mondo bianco, le nozioni impartite a scuola che vanno a cozzare con le tradizioni e il credo antico degli indiani si rispecchiano nelle nuove generazioni che ancora non si solo liberate dei pregiudizi e che con difficoltà, ma anche con orgoglio, cercano di non dimenticare le storie degli anziani.

Insieme a questo tema antico e misterioso, si unisce il dolore di una madre, Nola, che ha perso il proprio figlio, la cui vita è insostenibile; di una sorella, Maggie, che per attirare l'attenzione dei genitori costruisce un muro e una corazza che solo l'amore di un fratello acquisito potrà sciogliere. Emmaline Iron non vuole donare il suo piccolo LaRose alla sua sorellastra con cui non parla mai, ma il senso di colpa è forte e con pazienza cercherà di trovare un compromesso. Landreaux proverà a non ricadere nel vizio dell'alcol e delle pillole dopo aver ucciso accidentalmente Dusty. In questo complesso e intricato miscuglio di emozioni si spiegano le vite dei figli delle due famiglie, del prete della riserva e di Romeo, amico d'infanzia di Landreaux: questi personaggi forniscono una visione esterna alle famiglie, fulcro del racconto, sia in senso positivo che negativo e pur non avendo sempre un ruolo fondamentale nella trama, aiutano a mostrare lati umani differenti, il contrappeso giusto per dare equilibrio all'intero libro.

<<Aveva sentito tutto. Un'epica battaglia tra la luce e il buio. Ombre che passavano attraverso il materiale del tempo. Il personaggio che sovvertiva lo spazio. Mettere e rimettere insieme. Forme di esseri ignoti assorbite da ciò che è noto. Mondi che si fondevano tra loro. Dimensioni che crollavano. Due ragazzi immersi nel gioco.>>



Nei personaggi a tutto tondo della Erdrich si notano tutte le sfaccettature e le conseguenze dei cambiamenti avvenuti in ogni generazione, passato e presente si unisce: tutto si riversa in loro. Proprio per questo Louise Erdrich ci racconta della prima LaRose e di come questo nome, che ha qualcosa di concretamente mistico e speciale, si è tramandato da madre a figlia fino al LaRose ora in vita. Ogni membro delle due famiglie contribuisce al racconto arricchendolo e portandolo avanti; io non ho potuto che invidiare il rapporto tra le sorelle Iron, Snow e Josette: la sorellanza è palpabile, sono i due personaggi che più coinvolgono il lettore e lo fa sentire parte integrante della famiglia Iron.

Lo stile è diretto, ricco e fluido ma non semplice e banale. La storia scorre bene, ma non è veloce, il lettore si deve soffermare su ciò che legge. Inizialmente il racconto spezza il cuore, emozioni forti vengono trasmesse attraverso l'orrore di una piccola vita spezzata e di un bambino che viene donato a un'altra madre e a un altro padre, che non capisce che cosa sta succedendo alla sua vita. Dopo, come un domino, le conseguenze sui personaggi della storia si riversano nel racconto, collegate con le tragedie e le difficoltà che anche le generazioni passate hanno sofferto.

Un libro che non solo ha un tema interessante e originale, ma anche uno stile che rapisce, intriga e arricchisce il lettore. 


COPERTINA 7,5 | STILE 8,5 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 9





Titolo: LaRose
Autore: Louise Erdrich
Numero di pagine: 453
Prezzo: 20,00 euro

Trama:

Nella riserva di indiani ojibwe, resa familiare dai precedenti romanzi di Louise Erdrich, serpeggiano i timori per l’approssimarsi della fine del secondo millennio. Le famiglie di due sorelle si preparano ai festeggiamenti natalizi. Tutto sembra andare normalmente – a parte le paure ossessive del bug che tormentano Peter, uno dei due capifamiglia –, quando una tragedia ben più reale della prevista fine del mondo si abbatte sulla riserva: un giorno, andando a caccia di un cervo di cui ha seguito le tracce per tutta l’estate, il cognato di Peter, Landreaux, vede finalmente sbucare da un bosco la sua preda, spara, ma quando si avvicina scopre di aver ucciso non l’animale ma Dusty, suo nipote. Con questo inizio fulminante Louise Erdrich entra a spron battuto in un vasto labirinto. L’uccisione del bambino getta nella disperazione i genitori e pone l’altra coppia davanti a un dilemma: secondo le antiche tradizioni indiane, chi aveva privato una famiglia di un figlio poteva riparare affidandole un ragazzo equivalente. Chi meglio del figlio dell’assassino potrà alleviare in qualche modo il dolore di Peter e Nola? Detto, fatto: LaRose viene “ceduto” agli zii, nella speranza che questo valga anche a placare ogni sentimento di vendetta che covi nel loro animo.


L'AUTRICE

Louise Erdrich, nata in Minnesota nel 1954, è autrice di quattordici romanzi, poesie, racconti, libri per l’infanzia e di un memoir sulla sua precoce maternità. Molto premiata per la sua opera, è unanimemente considerata una delle più importanti scrittrici americane contemporanee. Ha pubblicato con Feltrinelli: Tracce(1992), La casa di betulla (2006), Passo nell’ombra (2011), La casa tonda (2013), con cui si è aggiudicata il National Book Award 2012, Il giorno dei colombi (2013), finalista al premio Pulitzer per la narrativa nel 2009, e LaRose (2016).



giovedì 15 dicembre 2016

RECENSIONE || "Ma la vita è una battaglia" di Charlotte Brontë



"Ma la vita è una battaglia. Che si possa tutti combatterla al meglio"


Lettera a Ellen Nussey, 24 Settembre 1849



Ebbene il piccolo librino edito da L'Orma Editore contiene delle lettere che toccano profondamente il lettore e anche Charlotte Brontë, poiché contengono le sue emozioni nei momenti salienti della sua vita.

Un vita che non si configura come comoda e ben spianata ma con tanti ostacoli a partire dai pregiudizi dell'epoca (Ottocento) nei confronti delle donne. Charlotte, Emily e Anne sono costrette ad usare degli pseudonimi (Currer, Ellis e Acton Bell) per scrivere le loro opere e solo quando ben affermate scoprono a una cerchia di intimi la loro identità per continuare ad essere prese sul serio. 


<<La letteratura non può essere la prima occupazione di una donna, ed è giusto che non lo sia.>>

Figlie di un pastore protestante inglese, le tre ragazze vengono comunque istruite, tanto che Emily e Charlotte passeranno dei periodi in Belgio, a Bruxelles per continuare i loro studi. Qui Charlotte si innamorerà del suo professore non ricambiata. Dalle sue parole si capisce quanto sia afflitta dal suo amore infranto, ma con un contegno e un rispetto di se stessa che ci fa intravedere un carattere forte e deciso. Una donna che si emoziona ma consapevole del suo posto nel mondo e delle sue possibilità.



<<[...] bisogna sempre ricordare che la perfezione non rientra fra le caratteristiche dell'essere umano. Finché ci è possibile dobbiamo nutrire una profonda e incrollabile stima per le persone che amiamo e alle quali ci sentiamo più vicine, poco importa se a volte ci infastidiscono con idee che ai nostri occhi appaiono irragionevoli e testarde.>>




Anche il rapporto epistolare che intrattiene con critici e case editrici è rispettoso ma mai falso e adulatore: Charlotte trasmette e fa capire benissimo le sue idee, prendendo posizione (spesso anche contrarie) a chi le si para davanti e la critica (alle volte in malo modo). La maggior parte delle lettere sono rivolte alla sua amica di sempre Ellen Nussey e molte caratteristiche della sua vita sono poi rispecchiate in "Jane Eyre". 
Proprio questo suo primo romanzo viene rifiutato da diverse case editrici e poi pubblicato suscitando un discreto successo. Le critiche più spesso le venivano rivolte è che la storia in "Jane Eyre" era poco credibile e spesso verrà frainteso dai lettori dell'epoca.


<<Non contiene cultura né ricerca, e non affronta temi di interesse pubblico;  è un semplice romanzo domestico, che temo possa apparire ordinari a uomini di larghe vedute e solide convinzioni. Eppure un impegno determinato e costante come il suo dovrà sfociare in risultati positivi, e sono certo che non tarderanno. [...]>>


Con questo volumetto apprezzo e tengo presente ancora di più questa autrice, autentica e forte, dalla penna affilata e magnetica e dall'animo dolce e orgoglioso. In poche pagine è concentrata l'essenza di Charlotte Brontë che non potrà non travolgervi.

Questi pacchetti dell'Orma sono perfetti per piccoli pensieri natalizi, ogni autore editato ha qualcosa di determinante da dire e se avete voglia e necessità di rivolgere un incoraggiamento, una carezza a qualcuno spedite a loro un piccolo volume con un grande significato.


COPERTINA 9 | CONTENUTO 9


Titolo: Ma la vita è una battaglia
Autore: Charlotte Brontë, tradotto da Laura Ganzetti 
Editore: L'Orma editore
Numero di pagine: 61
Prezzo: 5,00 euro

Trama:

Da una canonica persa nelle brughiere inglesi Charlotte Brontë combatte a suon di lettere una battaglia quieta e determinata per affermare le ragioni del proprio genio letterario e lo straordinario talento delle sue sorelle. I numerosi appassionati dell’autrice di Jane Eyretroveranno in questo epistolario l’apprendistato di un’intelligenza, le peripezie di un cuore capientissimo e il percorso di una vita di formidabile consapevolezza e segreta intensità.






mercoledì 14 dicembre 2016

RECENSIONE || "Agatha Raisin e la giardiniera invasata" di M.C. Beaton

Buongiorno, lettrici e lettori!



Dopo aver letto la terza avventura di Agatha Raisin ne sono sempre più conquistata. In "Agatha Raisin e la giardiniera invasata" di M.C. Beaton, la nostra protagonista mostra una delle caratteristiche che piacciono più a noi lettori: la normalità.




In questo volume Agatha viene chiamata a indagare sulla morte di una nuova abitante di Carseley, Mary Fortune. Bella, ricca, una cuoca poveretta e un pollice verde che farebbe crescere una foresta in un deserto, Mary si impossessa dei sentimenti di James Lacey. Al ritorno da una lunga vacanza Agatha deve fare i conti con una forte gelosia: adesso James e Mary sembrano molto amici. Mary Fortune la sta scalzando dal suo posto nel villaggio?




Agatha decide di farsela amica e capire a che gioco sta giocando. In occasione della giornata dei "giardini aperti" la nostra detective amatoriale decide, su invito di Mary, di iscriversi alla associazione orticola. Qualcosa non torna nella perfetta donna: ogni tanto una punta di acido le cola dalle labbra, scendendo sul mento e schizzando gli sfortunati abitanti del paesino. Questa sensazione dura finché la povera Mary Fortune non viene trovata morta in casa sua. Chi l'ha uccisa? Qualcuno di Carseley? 




Ed ecco che Agatha e James tornano a fare squadra interrogando tutti nel villaggio e scoprendo il passato di Mary. Questa volta Agatha si mostra nel suo volto più umano: il racconto lascia spazio alle emozioni che sono ben amalgamate con le indagini necessarie per scoprire il furbo assassino. Il ritmo non è frenetico come nei due precedenti libri e la suspense è più pacata. Lo stile rimane fluido descrivendo un racconto che verte più sulle indagini sistematiche che su colpi di scena imprevedibili.


Consiglio questa serie agli amanti del giallo, alle persone hanno trovato piacevole Miss Marple, in una veste più moderna e ironica.



COPERTINA 7,5 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 6/7



Titolo: Agatha Raisin e la giardiniera invasata
Autore: M.C. Beaton
Editore: Astoria Edizioni
Numero di pagine: 179
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

Al ritorno dalle vacanze Agatha non può che rimanere sconvolta nello scoprire che una nuova donna si è intrufolata nelle simpatie del suo attraente vicino James Lacey. La bellissima Mary Fortune le è superiore in ogni cosa, soprattutto nel giardinaggio, e con l’imminente Giornata dei Giardini Aperti di Carsely Agatha si sente profondamente inadeguata. 

Nel frattempo cominciano a succedere cose strane: alcuni giardini vengono devastati, i pesciolini rossi del vecchio Bernard Spott vengono uccisi, e la nuova arrivata si comporta davvero in modo bizzarro, quasi un po’ crudele. 
Agatha, stramba, irritabile, gelosa, e convinta che le donne non invecchino con grazia, è la persona giusta per scoprire se la bella Mary, giardiniera provetta, è davvero quel che sembra…



L'AUTRICE

Marion Chesney (1936) è nota per aver scritto più di 100 romanzi storici, pubblicati sotto numerosi pseudonimi.
M.C. Beaton (il nome usato per le serie mistery) è nata in Scozia, ha lavorato come libraia, specializzata in narrativa, ha intrapreso poi la carriera di giornalista, di moda prima di cronaca nera poi. Dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti – dove cominciò appunto a scrivere romanzi storici – Marion, di ritorno in Inghilterra decise di dedicarsi ai gialli. Diede vita prima a una serie con Hamish Macbeth e, a partire dal 1992, a quella che vede protagonista Agatha Raisin.




Blogtour Human Hope - intervista a Tommaso Percivale e a Francesca D'Ottavi

Buongiorno, lettrici e lettori!


Ritorniamo nell'ambiente della fantascienza e del giallo con una bella e interessante intervista a Tommaso Percivale e Francesca D'Ottavi, l'autore e l'illustratrice di "Human" e "Human Hope" (QUI trovate la recensione). Il libro mi aveva colpito non solo per un ritorno di questo genere nelle letture per ragazzi (ma non solo), anche perché il libro tratta di molti temi importanti che risaltano all'occhio del lettore senza prevalere uno sull'altro, in una storia equilibrata, intrigante e avventurosa.



Lascio la parola ai creatori di questi due romanzi!


L'Officina del Libro: La storia di Cassandra in un mondo (molto diverso dal nostro, ma non incredibile in futuro) è intensa e tocca parecchi temi importanti, mescolando l’indagine con il tema della libertà, dell’unicità e della massa. È stato difficile mantenere la sfumatura del “giallo”, delle indagini di Cassandra, senza trascurare temi più profondi?

Tommaso Percivale: Il primo obiettivo che mi propongo come scrittore è quello di


emozionare il lettore. Buona parte del mio tempo e dei miei esperimenti sono orientati a realizzare romanzi che appassionino, che catturino il lettore e lo tengano stretto fino all’ultima pagina.
Per me leggere dev’essere prima di tutto un divertimento, il mio intento principale non è informare o insegnare. E quando affronto temi importanti lo faccio con naturalezza, considerandoli strumentali alla storia.
Quindi non c’è pericolo che la storia e i temi si rubino la scena a vicenda. Sono parte della stessa avventura.
In questo libro esiste un’indagine perché Cassandra è una ragazza androide che lavora in polizia, e tutti i personaggi della storia hanno a che fare, in un modo o nell’altro, con la giustizia. La sfumatura del giallo era già dipinta su tutti i personaggi, per quello che fanno e per come lo fanno. Quindi è stato naturale scegliere una trama di questo colore.
Inoltre, un intreccio poliziesco consente di rendere il mondo di Arcade ancora più vero, perché nel momento in cui lo indaghi, già ne fai parte.


LOB: Questo libro viene consigliato ad un pubblico dai 12 anni in su. Leggendo il libro ho notato delle parti non semplici da metabolizzare (Il comandante della polizia in compagnia delle bambine androidi, la violenza ecc.). È un modo per esorcizzare le brutture della vita oppure il pubblico adolescente è cambiato e ha posto limiti più lontani in quanto a sensibilità?

TP: Dal mio punto di vista si tratta solo di essere attenti alla realtà. Non è un tentativo di impressionare o catturare l’attenzione con dettagli morbosi. È invece il mio modo di rappresentare le cose nel modo più vero. La corruzione fisica e morale, per esempio, si accompagna spesso al potere. Io cerco di mostrare le cose per quello che sono, nella speranza di suscitare dei pensieri, delle domande.
Questo è il mondo in cui viviamo: ti va davvero bene così com’è?
È anche una forma di rispetto per i ragazzi che leggono. Human si rivolge a ragazzi che non cercano protezione in un libro, ma comprensione e verità. Vogliono essere presi sul serio, e se lo meritano. Le storie sono strumenti di conoscenza, perché se non conosci la realtà, non puoi cambiarla.
I ragazzi che oggi leggono sono le persone che cambieranno il nostro mondo e lo renderanno migliore. E allora vale la pena scrollarsi di dosso certe cautele e fidarsi di loro, come loro si fidano di noi ogni volta che aprono un libro.
La scena con i piccoli androidi, ad esempio, non vuole celebrare una violenza ma esprimere un bisogno. Il bisogno di salvare chi ha bisogno di aiuto. Che è il senso più vero dell’umano (lo “human” appunto) e che infatti diventa motore della storia.


LOB: Tra i numerosi personaggi, ne ha uno che ritiene come preferito? La diversità e l’unicità di ogni personaggio invoglia il lettore a trovare qualcuno in cui riconoscersi, per esempio Cassandra è la mia preferita.

TP: In Human – Hope c’è un personaggio centralissimo grazie al quale mi sono potuto interrogare sul perché un cattivo è cattivo. Nasce così? Esiste il gene della malvagità?
Cole è identico a Cassandra. È fabbricato con gli stessi materiali, condivide la stessa programmazione e rispetta le medesime specifiche. Quindi perché è così diverso?
Cosa gli è successo? I personaggi come Cole, che è senz’altro un antagonista ma via via mostra il senso delle sue scelte, sono bellissimi da raccontare. Sono una sfida.
La mia risposta per questo secondo libro è quindi Cole, con le sue ombre e le sue luci.


LOB: Da non sottovalutare anche l’aspetto ecologico del libro. Intorno a questa città aleggia una nebbia mortale, irrespirabile. Più volte si accenna al fatto che le guerre tra gli uomini hanno causato questo tracollo dell’ambiente, costringendoli a costruire una città in altezza, fatta a piani. Inoltre gli androidi non più riparabili vengono riciclati. I ragazzi nelle scuole, secondo lei, saranno più invogliati a proteggere il nostro pianeta se anche nei romanzi viene ricordato quanto sia in pericolo la Terra?

TP: Arcade è una città isolata e il suo isolamento è una conseguenza delle scelte degli uomini. Vive con la tenacia di un’erba di montagna, ma forse sarebbe meglio dire che sopravvive. Il verde esiste solo come vernice, l’aria pura è un’utopia e la luce un lusso.
Non c’è tema più urgente dell’incombente disastro ecologico. Negli ultimi cento anni l’uomo è diventato così potente (e arrogante) da modificare gli equilibri climatici della Terra. È un problema che riguarda tutti gli esseri umani e che, allo stesso tempo, li carica della responsabilità di sopravvivere. La Terra sopravviverà comunque: esisteva prima di noi ed esisterà anche dopo. Quanto a noi, beh, dipenderà dalle scelte che facciamo. E dalla nostra capacità di immaginare modi alternativi di vivere – una capacità che solo le storie (i libri, i fumetti, i film, i videogiochi: le storie in ogni forma) possono alimentare.

LOB: Consiglierebbe il suo romanzo per una lettura a scuola o in classe, per l’importanza dei temi affrontati? 

TP: Quando parlo ai ragazzi di Human, si apre un mondo. È incredibile quanti argomenti ci troviamo ad affrontare, e con grande naturalezza, partendo da una storia di uomini e robot. Dilemmi etici e filosofici, mondi alternativi, paure. La schiavitù (e quindi l’uguaglianza), il terrorismo, ma anche la ricerca della propria identità e della propria libertà. Se un insegnante è interessato ad affrontare questi argomenti, e a lasciarsi sorprendere dai ragazzi come è capitato tante volte a me quest’anno, allora Human Hope è il libro giusto. Perché racconta di androidi, ma parla di noi.


LOB: Secondo lei, perché questo genere, soprattutto nell’immaginario dei più giovani, è stato sostituito in favore di un genere forse più commerciale come il soprannaturale: vampiri, licantropi e fantasmi?

TP: Non credo che vampiri e fantasmi (che hanno tutto il mio appoggio) abbiano sostituito la fantascienza tra i ragazzi. Se leggi una bella storia e ne rimani colpito, che ci sia un vampiro o un giovane androide come protagonista non ha alcuna importanza per un giovane lettore. C’è spazio per tutto nei suoi interessi e nel suo cuore, e in questo senso i ragazzi hanno moltissimo da insegnare agli adulti. Nessun pregiudizio di genere: basta che una storia sia una buona storia.
Ho quindi l’impressione che dovremmo parlare di casi editoriali, più che di generi. Per esempio fu Twilight a riportare in auge i vampiri, come è stato Hunger Games a popolarizzare le distopie. Hanno fatto da apripista, perché quando un libro ha successo, si tenta di replicare con qualcosa di simile, affollando un genere (magari vetusto o impolverato) quasi all’improvviso. Queste però sono dinamiche editoriali, che non sostituiscono le buone storie, ma vi si affiancano. Le buone storie ci sono sempre, sono di qualsiasi genere e gli editori sono ben felici di riceverle e pubblicarle. A volte vendono moltissimo, altre meno, ma ci sono e trovano il loro spazio.
Inoltre, non penso che l’interesse per vampiri e fantasmi sia legato solo al fascino del soprannaturale: le storie più amate di questo genere sono quelle che uniscono il soprannaturale all’ordinario, a qualcosa che tutti conoscono e sperimentano.
Le distopie colpiscono al cuore quando riescono a farci provare quel che provano i protagonisti, quando riusciamo a capirli e allora li seguiamo fino in capo al mondo (qualsiasi mondo sia). È sempre la facoltà dell’immedesimazione e dell’empatia a far sì che una storia “arrivi” davvero.
Per questo, quando ho pensato di raccontare le avventure di una ragazza androide, il mio primo pensiero istintivamente non è stato “come sarà fatta questa macchina a forma di ragazza?”, ma “se io fossi programmato per fare delle cose e cominciassi a sentirne delle altre, cosa farei? Darei di matto? Sopravviverei? Cosa succede quando scopriamo di essere abitati da emozioni che non riusciamo a capire e controllare?”. Cassandra siamo noi, con la nostra paura di essere sbagliati, e di cambiare, e di accogliere invece che rifiutare.
Infine, non dimentichiamo che le distopie sono una forma di fantascienza.
Per quel che riguarda la fantascienza pura, oggi gode di un certo seguito televisivo e cinematografico, ma forse manca un’opera capace di catalizzare un interesse più feroce. È solo questione di tempo. Da lettore mi auguro che arrivi presto. E da scrittore, nel mio piccolo, spero che la storia di Cassandra continui a far innamorare i lettori come sta facendo ora.




LOB: Francesca D’Ottavi è la formidabile illustratrice di questo libro, così come del precedente volume della saga di cassandra, “Human".  È stato complicato realizzare delle illustrazioni che si adattassero perfettamente ad una storia dalle numerose sfaccettature?

Francesca D'Ottavi: Impegnativo, ma non complicato. Quando un progetto piace, le complicazioni diventano degli stimoli positivi. Inoltre devo dire che il tema affrontato dall’autore mi è sempre piaciuto. Sono cresciuta con i primi cartoni animati che parlavano di robot ed androidi, ed in seguito film, libri e fumetti hanno riempito il mio bagaglio di "immagini".
Qui l'insidia era quella di parlare ad un pubblico forse più giovane di quello che oggi si accosta a questo genere al genere fantascientifico, mi riferisco ai libri in particolare.
Infatti in questo senso Tommaso Percivale ha fatto ancora una volta un ottimo lavoro.
Quindi ho dovuto cercare un'immagine che non fosse troppo "cyber" o troppo fantascienza fantascientifica. Piuttosto mi sono mossa facendo il percorso inverso. 
Ho pensato ad una immagine che esprimesse dualismo, duplicità, e solo dopo l'ho corredata di rimandi ad una realtà futuribile e tecnologica.
Anche il colore è stato pensato come più lontano possibile da quello di libri riguardanti il filone Sci-Fi.

LOB: Le linee moderne e l’opposizione del bianco (nelle parti di Cassandra, identificata come Lei) e del nero (del “fratello” androide di Cassandra, identificata come Lui) sono pensate per aiutare ed evidenziare ciò che è “bene” e “male” nel libro?

FD: Si, certamente sono pensate per mettere in evidenza una qualche differenza tra loro.
L'umanità di Cassandra è calda, morbida, rotonda nonostante la sua origine sintetica.
Quella di Cole invece è tirannica, deviata, fredda.
Così le linee di Cassandra sono carnose e chiare, così quelle di Cole sono spigolose e scure. Non dimentichiamoci, però, che i due insieme però formano quasi la stessa persona, lo stesso volto: è lo stesso dualismo, vissuto in modalità opposte e contrarie. In fondo poi, Cass e Cole sono quasi fratelli perché vengono entrambi dallo stesso mondo.


LOB: Che cosa la ha ispirata durante la realizzazione delle illustrazioni? Quali passaggi del libro ha trovato più salienti e quindi più fondanti per creare i disegni e la cover? 

FD: Sembrerà strano, ma all'epoca della realizzazione della copertina il libro ancora non c'era. No non scherzo, è proprio così!
I tempi di una casa editoriale sono bizzarri, e può succedere anche questo. Fortunatamente, visto che non c'era alcun testo da leggere, ho dovuto interfacciarmi proprio con Tommaso Percivale in persona anziché con un freddo file di Word. 
Questo ha permesso di visualizzare più facilmente ciò a cui lui stava pensando, proprio perché, essendo anch'egli in fase di creazione, ha potuto espormi la sua "visione" di Hope in maniera più sciolta, non già conclusa, lasciandomi quindi, in qualche maniera, libera di esprimermi sulla base di alcune suggestioni.
Tommaso ha poi seguito la lavorazione della copertina e degli interni a partire dai bozzetti, ha suggerito moltissimo ed insieme abbiamo valutato alcune scelte formali e coloristiche. 
E questa credo sia una caratteristica dei grandi, cioè di quelli che accettano e dispensano informazioni facendo viaggiare le idee spendendosi anche al di fuori del loro campo di applicazione specifico.
Così in minimissima parte ho potuto contribuire anch'io a creare questo universo, a partire dall'incarico più impegnativo 
cioè quello di dare un volto ai due protagonisti fino a quello più semplice come l'ideazione del logo della Ritter-Blanchardo negli apri capitolo.


L'unico incidente di percorso ha riguardato la cicatrice di Cole : per come avevo costruito l'immagine l'avevo pensata sulla sua guancia destra, mentre Tommaso su quella sinistra …ma io non lo sapevo, naturalmente, per fortuna che lui è stato molto gentile da riscrivere la descrizione del personaggio a mio favore, altrimenti mi toccava smontare tutto!


Se anche voi avete delle domande per loro, non esitate a scriverle nei commenti!