giovedì 20 aprile 2017

RECENSIONE || "Miraggio 1938" di Kjell Westö

<<Sulla città aleggiava un'atmosfera irreale. La vita un sogno, un miraggio dai contorni indefiniti. Ecco di nuovo quella parola. Chissà perché continuava a ripresentarsi.>>

"Miraggio 1938" di Kjell Westö, Iperborea, ha un flusso particolare, molto articolato e strutturato ma dalla trama abbastanza larga per lasciar scorrere un mistero - che troverà la soluzione solo all'ultima pagina - diversi segreti e il clima teso e profondamente scisso che aleggia nella Helsinki - protagonista forte e caotica ma anche provinciale e povera - di fine anni trenta del Novecento.

I protagonisti della storia, che poi hanno anche il ruolo di narratori, sono Claes Thune - avvocato borghese - e la signora Wiik sua dipendente, dal segreto passato e dal solidissimo apparente autocontrollo che nasconde facce diverse della stessa protagonista. L'avvocato Thune porta avanti il suo studio con un lavoro modesto, ormai la sua Gabi lo ha lasciato per il suo migliore amico e gli rimane giusto il suo Circolo del Mercoledì composto dai suoi più cari amici, ritrovo per <<contribuire al mantenimento e all'approfondimento del dibattito politico e culturale in lingua svedese nella città di Helsinki, ma il vero motivo era offrire ai membri un pretesto per bere>>

La signora Wiik fin da subito ci nasconde qualcosa del suo passato che inevitabilmente ritrova nel presente, nello studio dell'avvocato Thune all'interno del Circolo del Mercoledì. Di colpo fantasmi e ossessioni del passato tornano a farsi sentire e decide di giocare una partita con il suo destino fatale. La storia viene portata avanti dallo struggimento di Thune per Gabi, le sue debolezze ma anche il suo pensiero fermo e determinato ma mai invadente e imponente, e il passato strano e di una solitudine ricercata di Mija Matilda Wiik.

<<La signora Matilda Wiik. Sempre silenziosa, docile e accomodante sei giorni la settimana. Chissà cosa faceva il settimo?>>

È in questa trama che prosegue con una sorta di regolarità, una quotidianità, azioni che si susseguono come di consueto che l'autore inserisce il tema storico forte e imprenscindibile per un periodo che vede discriminazioni e divisioni nette che non ammettono riconciliazione. I protagonisti all'interno delle loro cerchie notano amici e parenti che prendono posizioni che lasciano di stucco e incrinano senza rimedio relazioni e affetti. Così all'interno del Circolo del Mercoledì Jary - un ebreo, un artista geniale - viene ricoverato, per l'ennesima volta, nell'ospedale psichiatrico del suo amico Lindemark per la sua ansia e per la sua iperattività, ma anche per la sua ossessione per la discriminazione degli ebrei che inizia a vedere ovunque, prematuramente come una sorta di premonizione (la lucidità del folle?). Sempre all'interno di questa cerchia prendono posto Zorro nazionalista patriottico che pende per la politica hitleriana ma anche Lindemark che sempre più vicino alle idee liberali di Thune.

"Miraggio 1938" non ha una forte connotazione "noir" eppure il sapore è quello dell'intrigo, della scommessa, di qualcosa che deve ancora avvenire, in potenza, si ha la sensazione che l'autore ci racconti i fatti dell'attimo prima del vero momento saliente. Anche la narrazione spesso salta da un protagonista all'altro, non riprendendo la storia da dove era stata lasciata, ma andando giusto un passo più avanti e raccontandoci i fatti importanti relativi al narratore al momento silente; un espediente che non solo suscita curiosità ma che contribuisce a mantenere questa sensazione, quasi una smania, di sapere che cosa avverrà in futuro.
I misteri e i segreti sono nascosti dai personaggi in modo meticoloso. Ogni azione, pensiero dei protagonisti non è istintivo ma pensato, limato e assottigliato per non rivelare nessun punto debole. 
E proprio queste macchie di ombra della loto vita sono incatenate con la Storia della Finlandia in un periodo di grande cambiamento e la Storia futura che vede gli assetti europei vacillanti e incerti, con grandi interrogativi che in maniera ingannevole spingono la classe benestante e conservatrice a fidarsi di leader il cui progetto viene presentato in maniera subdola, lodando i potenti per sottomettere i deboli.

Un libro che comunica tutta l'incertezza degli anni Trenta, un libro di riflessione che tocca sentimenti profondi e che in qualche modo porta a galla aspetti della personalità dei personaggi che a tutti costi erano stati messi a tacere complice un'epoca che finalmente permette l'esposizione di aspetti della vita e del pensiero fino a quel momento assolutamente celati, il sereno prima della grande tempesta.



COPERTINA 8,5 | STILE 7,5 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 8


Titolo: Miraggio 1938
Autore: Kjell Westö, traduzione di Laura Cangemi
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 419
Prezzo: 18,50 euro



Trama

1938. La Germania nazista sta destando paura e ammirazione in un’Europa che non sa di essere già sull’orlo di un secondo conflitto mondiale. Tornato a Helsinki dopo una fallita carriera diplomatica e abbandonato dalla moglie, l’avvocato Claes Thune, umanista liberale, si ritrova solo e smarrito a fare i conti con un amore e un intero mondo di ideali traditi, mentre perfino gli amici del suo «Circolo del mercoledì» – due medici, un uomo d’affari, un giornalista e un attore ebreo – sono sempre più divisi da opposte visioni sull’uomo, la democrazia e la ragione da seguire in un’epoca che sembra ammettere solo scelte drastiche. In questo universo rigorosamente maschile e altoborghese orbita un’unica donna, Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune: silenziosa, riservata, impeccabile, ma in realtà tormentata dai ricordi di ciò che ha subito nella guerra civile di vent’anni prima, e ora incapace di resistere alla voce dentro di sé che la spinge a una lenta e disperata vendetta. Separati dalle barriere sociali ma attratti dall’infelicità che leggono uno negli occhi dell’altra, Thune e Matilda continuano a osservarsi, cercarsi e incrociare i loro destini solitari nella tensione di un raffinato noir anni Trenta eppure amaramente attuale. Rievocando un anno cruciale del secolo breve, di cui la Finlandia, stretta tra Hitler e Stalin, concentra tutti i nodi e le illusioni, Westö intreccia una sensibilissima trama psicologica con una riflessione profonda sui diversi volti della Storia rispetto alle vite degli individui, sul potere e l’amicizia, e sul momento in cui la realtà che credevamo di conoscere sembra dissolversi in un miraggio. 


L'AUTORE

Kjell Westö (Helsinki 1961) è uno scrittore e giornalista finlandese di lingua svedese. Ha esordito nel 1986, e da allora ha pubblicato poesia, racconti e romanzi. La sua serie di cinque grandi romanzi ambientati nella Helsinki del XX secolo lo hanno consacrato come uno dei più noti scrittori nordici, interprete dei grandi temi della nostra storia politica e di come questi hanno influenzato la vita e i pensieri della gente. Miraggio 1938 è in corso di traduzione in 22 paesi e nel 2014 ha vinto il Premio del consiglio nordico, il più importante riconoscimento letterario del Nord Europa.


venerdì 14 aprile 2017

RECENSIONE || "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews

<<Yoli, aveva detto, ti odio.
Mi ero chinata per baciarla e sussurrarle che lo sapevo, ne ero consapevole. Ti odio anch'io, le ho detto.
Era la prima volta che in un certo qual modo formulavano il nostro problema di fondo. Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano.>>

Probabilmente una delle recensioni più difficili che ho mai scritto è questa riferita a "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews, Marcos y Marcos, uno dei libri più belli che abbia mai letto e a cui mi sono affezionata moltissimo.

Il tema del suicidio e dell'eutanasia ha radici profonde in tutta la letteratura e Miriam Toews ce lo ricorda spesso in "I miei piccoli dispiaceri": tantissimi artisti e autori hanno deciso di porre fine alla loro vita, la prima che mi viene in mente è la grandissima Virginia Woolf. La cinematografia non si esime, e il libro mi ha ricordato in certe parti (soprattutto quelle finali) il film "Milion dollar baby", la fine di qualcuno che non vuole più passare il tempo nel dolore e chiede a chi è più vicino un aiuto che però implica conseguenze pericolose e definitive. Forse più aderente al tema del "mal di vivere"  è il libro, uscito lo scorso anno, "La casa blu" di Massimiliano Governi (Edizioni E/O), anche qui è facile trovare qualche assonanza con lo stato emotivo di Elfrieda.

La storia racchiude moltissimi aspetti di una famiglia (a)normale mennonita che da un paio di generazioni è fuggita in Canada, a Winnipeg, dalla Russia. Una storia che già a partire dai nonni è segnata dal dispiacere (la nonna di Yolandi, la nostra narratrice, ha dovuto seppellire sei figli su sedici) ma anche da qualcos'altro, qualcosa che inevitabilmente è passato a metà della famiglia Von Riesen attuale: un'incredibile resilienza. Una forza che nasce dall'interno, dall'ironia, dal non prendere tutto troppo sul serio, dall'accettare che non si può controllare ogni cosa e affrontare anche le situazioni più devastanti.
<<Calma invincibile, le dico.
Calma invincibile, ripete lei.
Trionfi, dico io.
Trionfi, dice lei.>>

L'altra metà della famiglia ha ereditato, invece, il cosiddetto "mal di vivere", una sorta di rifiuto alla vita, non per qualcosa in particolare ma semplicemente una stanchezza intrinseca al vivere. Ed è così che il papà e la sorella di Yolandi, Elfrieda, decidono di togliersi la vita. Prima il padre e poi i diversi tentativi della sorella che non riesce per una serie di motivi ad arrivare al suo obiettivo. Così inizia il racconto di Yolandi una donna con due figli avuti da due uomini diversi e ora divorziata (quasi) da entrambi. Una scrittrice per romanzi di ragazzi che vorrebbe fare di più ma che corre avanti e indietro per impedire alla sorella di ammazzarsi e stare vicino a sua madre, anche lei tenace e forte come un leone, stare dietro ai suoi figli, ai suo ex e cercare di guadagnare abbastanza per mantenere ogni cosa.

Elfrieda è rimasta a Winnipeg a vivere con suo marito. Lei è la stella della famiglia una famosa pianista che fin da piccola, era evidente, fosse un po' eccentrica ma anche determinata e intelligente, una divoratrice di libri con una passione per la poesia, tanto da affermare di essere una possibile amante di Coleridge se i due fossero stai contemporanei. E proprio da una poesia di questo autore inglese nasce il titolo I miei piccoli dispiaceri. Elfrieda è legata a doppio filo con la musica, ragione del suo successo e della sua vita, ma anche portatrice di sconforto e depressione: il suo modo di suonare tanto emotivo esprime una tristezza che solo lei e il pianoforte possono comporre. Il pubblico è incantato anche se prova una forte pulsione di fuga.

<<Era un dolore privato. Per privato intendo dire inconoscibile. L'unica a conoscerlo era la musica, e custodiva segreti tali per cui la sua interpretazione era un puzzle, un sussurro, e dopo la gente al bar beveva e non diceva niente perché si sentiva complice. Non c'erano parole.>>

Yolandi vuole cercare di far vivere sua sorella, costi quel che costi, come sua madre e il marito di Elfrieda, ma quest'ultima non ne vuole sapere, lei non vuole vivere malgrado tutto. 

Il romanzo tocca tantissimi temi importanti come la depressione, l'eutanasia, il suicidio, la morte che si scontra con la vita, che si affianca, l'accarezza: il desiderio di morte di due componenti della famiglia, paradossalmente, infonde vita nella parte rimanente.  In contemporanea ci racconta anche del coraggio della forza di chi rimane, che deve andare avanti perché nulla si ferma anche se tutto, per un attimo, ci appare immobile.
Ma quello che più colpisce è come vengono affrontate le tematiche: a un primo impatto lo sguardo di Yolandi può apparire cinico, quasi ironico, invece io l'ho trovato semplicemente pratico e umano, spesso impulsivo. Ogni personaggio è caratterizzato da qualità e difetti reali, il libro è intriso di poesia e musica e libri e storie che servono a dare coraggio ai protagonisti, un punto, un aiuto per dare un senso a quello che accade alle loro vite. 

<<I libri sono quello che ci salva. [...] Cos'aveva detto delle biblioteche e della civiltà?
Perché fai una promessa, aveva detto. Prometti di restituire il libro. Prometti di tornare. Quale altra istituzione opera in una simile buona fede, Yo?>>

<<Erano  mio padre e mia sorella che insistevano costantemente perché io e mia madre leggessimo di più, perché trovassimo conforto nei libri, perché placassimo brame e dolori con le parole e ancora parole.>>

L'autrice non giudica la scelta di Elfrieda o di suo padre, anzi, più di una volta quando Yolandi si arrabbia e sbraita perché non capisce la scelta di suo sorella chiude la scena con qualcosa che ha come fondo l'amore, perché chi ama lascia libero di fare e di decidere. 
Il romanzo contrappone, neanche troppo sottilmente, vite ed esistenze diverse mettendoci davanti alle cose importanti, ai valori essenziali e fondamentali togliendo tutto ciò che è superfluo. Così da un romanzo costellato di dispiaceri e tragedie l'autrice trasmette al lettore una forza suprema, insuperabile, inafferrabile che solo passando attraverso il punto di vista di Yolandi (o una vita difficile) è possibile assumere. 

<<E poi si è messa a sussurrarmi delle cose, tutte incentrate sull'amore, sulla bontà, sull'ottimismo e la forza. E su di te. 
Sulla nostra famiglia.
Su come possiamo lottare duramente, ma su come possiamo anche riconoscere la sconfitta e smettere di lottare e dire pane al pane. Le ho chiesto cosa si fa quando il pane non è pane e mi ha detto che alle volte la vita va così, che il pane non è il pane, e bisogna accettarlo.>>

Un romanzo da togliere il fiato, da sottolineare e rileggere e amare. Un capolavoro che consiglio davvero a tutti i lettori.


COPERTINA 5 | STILE 9 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8,5



Titolo: I miei piccoli dispiaceri
Autore: Miriam Toews, traduzione di Maurizia Balmelli
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 361
Prezzo: 18,00 euro

Trama:

Elf è sempre stata la più bella.
Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere; le capitali del mondo la ricoprono allegramente di dollari per farle suonare il pianoforte e gli uomini si innamorano perdutamente di lei.
Yoli è la sorella squinternata. Ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata.
E cos’è adesso questa storia che Elf vuole morire? Proprio in questo momento, poi, a due settimane da un’importantissima tournée.
“Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?” Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell’ospedale, cammina lungo il fiume tumultuoso del disgelo, non sa più che pesci pigliare.
Cospira con la madre, con zia Tina, con il tenero marito scienziato di Elf, con Claudio, il suo agente italiano, e tra cene alcoliche, sms di figli ed ex mariti, sorrisi e ultime frontiere del pianto, lottano tutti per convincere Elf a restare. E in questo lungo duello di parole, carezze, umorismo nero si celebra la grazia e l’energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.



L'AUTRICE

Autentica rivelazione della narrativa anglofona degli ultimi anni, Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.
Con Un complicato atto d’amore entra nel catalogo Marcos y Marcos anche lo splendido romanzo che ha portato Miriam Toews al successo internazionale; il primo in cui lei affronta il mondo ristretto e opprimente della setta mennonita in cui è cresciuta, e da cui è fuggita.


lunedì 10 aprile 2017

RECENSIONE || "Un incantevole Aprile" di Elizabeth Von Arnim

<<E mi sembra [...] che tutto questo non avrà mai fine. Ecco perchè dovrebbe esserci una pausa, qualche interruzione ogni tanto, per il bene di tutto. Insomma, non sarebbe mica da egoisti andarsene, essere felici per un po', e poi tornare persone migliori, no? Tutti hanno bisogno di una vacanza dopo un po'.>>

"Un incantevole Aprile" di Elizabeth Von Arnim, Fazi Editore, ha tutte le qualità di un romanzo dai contorni vittoriani ma con le caratteristiche della nuova Era, meno legata alle superficialità che si perdono definitivamente una volta che i personaggi lasciano l'Inghilterra. L'autrice ci racconta di questo viaggio in Italia fatto da quattro donne arrivate a un punto morto della loro vita, sfilacciate ed esauste dalle incombenze di ogni giorno che si presenta uno di seguito all'altro sempre uguale, negli anni venti del Novecento, in una grigia e buia Inghilterra.

È infatti un universo quasi magico quello in cui l'autrice attira Mrs Aburtnhot, Mrs Wilkins, Lady Caroline e Mrs Fisher. In un Marzo particolarmente cupo a Londra le prime due donne leggono un articolo che mette in affitto un castello in Italia per tutto il mese in Aprile con la promessa di tanto sole, mare e fiori. 

Inizialmente sconosciute, Mrs Aburtnhot e Mrs Wilkins stringono amicizia proprio a causa di questo pensiero fisso, quasi un sogno: entrambe per motivi diversi non si decidono a cedere a una vacanza per rimanere sole e scappare da ciò che c'è a Londra. Decidono di andare fino in fondo e quindi dividere le spese con altre due persone: solo due donne rispondo all'annuncio, Lady Caroline una ragazza molto giovane e incredibilmente bella, e Mrs Fisher una signora anziana dalle conoscenze altisonanti, sostenuta e profondamente critica.

Le quattro non sono disposte a condividere spazi e abitudini con le altre - in particolare le ultime due donne reclutate - mentre l'amicizia sboccia tra Mrs Wilkins e Mrs Aburtnhot. Il castello di San Salvatore, come promesso dal proprietario, è meraviglioso inondato di sole, pieno di fiori e posto su una scogliera. Un posto magico e rilassante già solo per chi sta leggendo il libro. I personaggi compiono una metamorfosi, prima fra tutte Mrs Wilikins la più eccentrica e colei che subisce immediatamente e in modo più profondo gli effetti di questo luogo. Piano piano i personaggi hanno un ritorno a sensazioni positive e amorevoli e una sensibilità più acuta  ciò che è bello e buono, il bisogno di amore spesso represso a Londra si presenta forte e prepotente prendendo vie inaspettate, tanto che alla fine del romanzo si fatica a riconoscere i personaggi.

<<Le vacanze erano una buona cosa, lo dicevano tutti, ma era davvero il caso che devastassero e cancellassero completamente la realtà quotidiana?>>

La trama è abbastanza prevedibile, e lo sviluppo del libro spesso arranca in ripetizioni sia per quanto riguarda la descrizione delle donne che i loro pensieri: la ridondanza abbonda. Fa scalpore nel cuore di chi legge i sentimenti positivi legati ad un ambiente irresistibile. Lo stile di Elizabeth Von Arnim ha un che di dolce, quasi sensuale.

I personaggi sono costruiti a tutto tondo e rivelano quasi degli stereotipi femminili di quell'epoca, da cui poi si sganciano una volta che San Salvatore ha praticato il suo incantesimo: Mrs Fisher è l'ultimo baluardo del periodo Vittoriano, la cui importanza ai dettagli e all'esteriorità è maggiore rispetto a quella data da Mrs Wilkins che non pone filtro tra i suoi pensieri e le chiacchiere. 

 Lady Caroline è la ragazza più giovane: odia la sua avvenenza perché ogni persona che incontra la tratta con i guanti bianchi, anche se lei vorrebbe scacciare ogni essere vivente e starsene per conto proprio, imparare a pensare e ad attirare le persone per ciò che pensa e non per il suo bel visino e la sua voce suadente; Mrs Aburtnhot rappresenta la donna devota, forse al limite: la sua vita è votata ai poveri, moderata e per bene, Rose è profondamente convinta di essere felice anche se ormai, a causa della sua fede che dilaga in ogni ambito della sua quotidianità, ha smesso di conversare con il marito che pur essendo cortese con lei non prova che affetto per quella creatura oramai nelle grinfie della chiesa.

Sotto una trama che può apparire superficiale si nascondono temi importanti, all'interno di uno scenario come pochi autori hanno saputo evocare, con una trama non sempre leggera e accattivante per il lettore.




COPERTINA 8,5 | STILE 7 | STORIA 6,5 | SVILUPPO 7,5


Titolo: Un incantevole Aprile
Autore: Elizabeth Von Arnim, traduzione di Sabina Terziani
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 254
Prezzo: 12,75


Trama:

In un club della Londra anni Venti due signore inglesi scoprono di essere accomunate da una vita amorosa insoddisfacente, molto diversa da quella che avevano sognato il giorno del matrimonio. Mrs Wilkins, timida e repressa, è sposata con un avvocato ambizioso che «lodava la parsimonia tranne quando si trattava del cibo che finiva nel suo piatto»; Mrs Arbuthnot, estremamente religiosa, è sposata a uno scrittore di biografie sulle amanti dei re: per una donna come lei, una cosa davvero sconveniente. Insieme decidono di rispondere a un annuncio per l’affitto di un castello a San Salvatore, piccola cittadina della Liguria, per tutto il mese di aprile. A loro si uniscono Mrs Fisher, un’anziana signora che incarna appieno la morale vittoriana nel portamento, nelle amicizie e nella rigida etichetta che esige sia rispettata, e Lady Caroline, giovane ereditiera di una bellezza sopraffina in cerca di requie dalla vita mondana e dagli innumerevoli spasimanti. Le quattro donne, che si conoscono a malapena, si lasciano così alle spalle la grigia e piovosa Inghilterra per godersi un mese di vacanza in Italia. Immergendosi nel calore della primavera italiana e nella bellezza placida del luogo, avvolte nei profumi dei glicini e dei narcisi che aiutano a mettersi a nudo, le signore imparano ad apprezzarsi, mentre ognuna, a turno, sboccia e ringiovanisce, riscoprendo l’amore e l’amicizia, ritrovando la speranza. Un delizioso e irriverente romanzo al femminile che, uscito per la prima volta nel 1922, fu subito un bestseller.
Da Un incantevole aprile, uno dei romanzi di maggior successo dell’autrice, sono stati tratti due film.

L'AUTRICE



Nata col nome di Mary Annette Beauchamp a Kirribilli Point, in Australia, da una famiglia della borghesia coloniale inglese, era cugina della scrittrice Katherine Mansfield. Visse a Londra, Berlino, in Polonia e infine negli Stati Uniti. Si sposò due volte – entrambi i matrimoni furono infelici – ed ebbe cinque figli, fra i cui precettori ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole. Fra un matrimonio e l’altro, fu l’amante di H.G. Wells. Fu una scrittrice molto prolifica.

giovedì 6 aprile 2017

RECENSIONE || "Bull Mountain" di Brian Panowich


<<"Quassù esiste una sottile simbiosi tra la terra e chi la considera casa propria, un rapporto che persone come lei non sembrano riuscire a comprendere [...]. Non è colpa sua; non è di qui, punto e basta. La faccenda va ben al di là di onore e orgoglio. Lei può sentirsi orgoglioso di una moto rossa nuova di zecca o di una promozione. Qui è diverso. É qualcosa di viscerali. Qualcosa che gli abitanti non si sono guadagnati né hanno dovuto lottare per ottenere. È un diritto di nascita e sono pronti a combattere fino alla morte se qualcuno minaccia di sottrarglielo.">>

In questa piccola citazione c'è il cuore, il fulcro di "Bull Mountain" scritto da Brian Panowich, pubblicato da NN Editore

Clayton è uno dei fratello Burroughs, lo sceriffo della città a valle di Bull Mountain per generazioni di proprietà della sua famiglia e landa di spaccio e coltivazione di marijuana, nonché impero di uno dei suoi fratelli, Halford. La famiglia Burroughs da più di tre generazione si arricchisce in questo modo sfruttando al meglio la geografia della montagna per non farsi beccare dall'FBI. Clayton ha scelto una strada differente, ha scelto di stare dalla parte della legge chiudendo un occhio su ciò che succede sulla montagna non per un guadagno personale ma per ciò che lo lega lassù: la sua famiglia anche se disadattata e pericolosa, la terra che tiene strette le sue radici, le sue fondamenta senza le quali sarebbe perso. Kate, sua moglie, lo ha salvato da una vita profondamente infelice: da subito Clayton ha capito che non sarebbe mai riuscito ad essere come i suoi fratelli e come suo padre, non riusciva a non vedere nei suoi incubi le persone pestate, le famiglie distrutte in nome del dio Denaro.

La vita trascorre nella più totale normalità fin quando l'agente Holly si presenta alla porta dello sceriffo con una richiesta: fermare il fratello nello scambio di armi con una combriccola e una fabbrica di moto in Florida. Se Halford si ritirerà in pensione l'FBI non metterà a ferro e fuoco la montagna in caso contrario l'inferno scoppierà sulle pendici blindate della famiglia Burroughs. Il compito di Clayton è da fare da intermediario tra l'agente Holly e suo fratello.

La scintilla che accende la miccia della trama è questa proposta che avrà risvolti alcuni risvolti prevedibili e altri assolutamente impensabili.
L'autore decide di compiere dei salti temporali per ricongiungere la storia al presente donandoci le informazioni per arrivare e tradurre i comportamenti dei personaggi prima del nostro protagonista buono ma maledetto. I flashback abbondano in sfumature che vanno dal grigio al verde spento, con qualche sprazzo di neon rosso e sangue, il tutto farcito di dialoghi taglienti e appuntiti che ricordano un po' i vecchi film western. 

Pur mantenendo tutte le carte e gli stereotipi del genere hard boiled, "Bull Mountain" si differenzia per una qualità fondamentale: i personaggi dai più buoni ai più cattivi hanno un legame interno, viscerale con la montagna e il luogo in cui sono nati, un attaccamento morboso alla famiglia che si può spezzare solo in situazioni - limite, e anche in quel caso i rimorsi non mancano. È paradossale leggere di personaggi così "cattivi" che provano sentimenti tanto nobili. L'inizio e la fine del libro sono simili, un cerchio si chiude: si apre con il sangue per ottenere la montagna e si chiude con il sangue per mantenere il dominio di questa a qualunque prezzo, senza rimpianti. 
I sentimenti provati dai personaggi sono spesso negativi ma sono giustificati, conseguenza di un amore paterno, fraterno o di coppia deluso; a me ha ricordato una sorta di mafia

italiana. Anche i personaggi meno appetibili cercano di creare un ambiente familiare dove la delusione e la fiducia stanno alla base e una volta tradita non è più recuperabile. 


Per quanto riguarda lo sceriffo Burroughs, Clayton, è un protagonista tipico del genere con sentimenti e sensi di colpa molto forti che lo spingono a rischiare la vita per un fratello che sicuramente andrà all'inferno per tutte le malefatte compiute. La sua scelta sarà tra la sua famiglia e una vita tranquilla con sua moglie: nessuno vuole lasciare Bull Mountain la partita si gioca ad esclusione, qualcuno deve per forza morire per permettere che l'altro viva tranquillo e indisturbato. Clayton buono nell'animo, corretto è un protagonista umano con difetti e ricadute la cui ancora di salvezza è l'amore per la moglie combinato alla coscienza pulita che lo rende completamente diverso dal resto dei Burroughs.



La storia non è adatta per deboli di cuore (o di stomaco) e difficilmente incontra gusti delicati pur rimanendo originale e dal ritmo galoppante: i colpi di scena non mancano, le riflessione neppure ma la base rimane tosta.


COPERTINA 7,5 | STILE 8 | STORIA 7 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Bull Mountain
Autore: Brian Panowich
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 304
Prezzo: 18,00 euro




Trama
Clayton Burroughs appartiene a una famiglia di fuorilegge che, da generazioni, mantiene il controllo di Bull Mountain, trafficando whiskey di mais, marijuana
e infine metanfetamina. Per lasciarsi alle spalle le sue origini, Clayton sposa la bella Kate e diventa lo sceriffo della città a valle. Ma quando l’agente federale Simon Holly minaccia di distruggere l’impero dei Burroughs, Clayton si trova a dover affrontare i ricordi, le paure, il disprezzo della famiglia e la volontà di redimere un passato di tradimenti, sangue e violenza. Con un ritmo serrato, la storia della famiglia Burroughs viene raccontata a turno da tutti i personaggi, fino all’imprevedibile epilogo.
Paragonato ai mostri sacri del crime, del southern noir e delle saghe familiari, Bull Mountain ha una struttura che ricorda True Detective, dialoghi che rimandano a Breaking Bad e personaggi che sembrano usciti da Fargo. E con una scrittura luminosa ci parla dell’onestà e della fedeltà alle proprie radici,
e di come a volte sia doloroso ma indispensabile distruggerle per poterle onorare e proteggere.


Questo libro è per chi ama camminare in montagna per arrivare a bucare le nuvole e a vedere l’immensità del cielo, per chi decide ogni giorno di smettere di fumare e di bere, per chi indossa camicie di flanella rosse e blu, e per chi ha capito che appartenere a una terra, a una famiglia o a una persona, non vuole dire possederla ma amarla con tutto il cuore.

L'AUTORE



Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo

romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

venerdì 31 marzo 2017

RECENSIONE || "Lions" di Bonnie Nadzam

<<L'avevano chiamata Lions, un nome figlio dell'inventiva sfrenata e di irragionevoli speranze. Ma erano rimasti delusi. Di leoni non se ne erano mai visti. Anche ora c'è solo questa terra, una cotenna di polvere ed erba lucente.>>

"Lions" di Bonnie Nadzam, editato dalla neonata Edizioni Black Coffee, mi ha ricordato i valori che valevano per un'epoca passata: si sente forte la dicotomia che valeva  parlando di ovest ed est, in questo caso la città di Lions simboleggia tutto l'ovest e le città lontane da Lions, l'est. Quel senso marcato di fuggire da un luogo senza orizzonti, senza regole, senza possibilità.
Subito mi è venuto in mente un film "L'uomo che uccise Liberty Valance" di John Ford - non tanto per gli spargimenti di sangue che nel libro sono assenti - ma proprio per le differenze tra i due luoghi che comunica allo spettatore: l'ovest è l'assenza di legalità, un posto pericoloso, inesplorato sconosciuto; l'est rappresenta la civiltà, patria della legge, sicuro e prevedibile dove non c'è nulla da temere.


<<Si dice che, dando a quel luogo il nome di un sogno dal quale si rifiutavano di svegliarsi, gli abitanti di Lions avessero gettato una maledizione su se stessi, oltre che sulla città [...]>>

La cittadina di Lions non è solo ambientazione o protagonista del libro è il vero motore della storia, tutto inizia e finisce a Lions, terra arida e dura, polvere e soprattutto solo una manciata di abitanti che cercano di sopravvivere in un luogo tanto inospitale quanto poco attraversato, guadagnandosi il nome di "città fantasma" e una marea di leggende e favole misteriose, magiche.

A Lions hanno sempre abitato di Walker, una famiglia tanto per bene quanto particolare: John Walker è un uomo taciturno ma un saldatore formidabile, appassionato di libri western, cresce suo figlio Gordon a sua immagine e somiglianza. Gli abitanti di Lions quando alzano un pochino il gomito riesumano la leggenda del vecchio Lamar Boggs che narra che  i Walker gli portino vestiti e cibo periodicamente da più di centocinquanta anni, un compito che viene trasmesso da padre in figlio: raggiungere una piccola casetta al nord e portargli una scatola con tutto ciò che potrebbe servirgli. Ma perché? Perché i Walker sono così, aiutano tutti senza fare domande e quando si prendono un impegno lo portano a termine malgrado tutto.

<<Gli Walker erano tipi strani, si diceva. Difficili da comprendere.
Ma brava gente. Affidabile.
[...] Ma non erano molto dotati di buonsenso.>>


A completare questa piccola città ci sono un diner gestito da Maybelline e un piccolo bar gestito da Boyd, insieme a un negozio di robe vecchie la cui titolare non ha meno anni delle cose che vende. Piano piano Lions si è svuotata per l'assenza di commercio e l'impossibilità di coltivare e mantenersi. Leigh, la figlia di Maybelline, è cresciuta insieme a Gordon e sono fidanzati, sembrano destinati a stare insieme per sempre, così credono tutti a partire da loro due. I loro piani erano finire la scuola e fuggire da Lions andando al college: mai più deserto, mai più nessuno con cui parlare, mai più sabbia fine e bianca su ogni superficie; benvenuti prati, negozi, ristoranti, biblioteche, cinema e librerie! 
Gordon assomiglia molto al padre e se prima della sua morte era leggermente titubante all'idea di andare al college dopo cerca di opporsi mettendo tra lui e Leigh assenze prolungate che nessuno si spiega e alla fine smettono di preoccupare; nemmeno Georgianna, sua madre, si preoccupa per queste misteriose assenze ereditate dal padre.


<<"Si. E usciremo spesso".
"Certo".
"Ci porteremo un libro e berremo caffè".
"E cosa leggeremo?"
"Tutto".
"Esagerata".
"Io leggerò la metà di tutto, e tu l'altra metà".>>

Così Leigh comincia ad allontanarsi da lui: lei vuole fuggire da Lions, Gordon a Lions si sente a casa. Lui non cerca ricchezza, non cerca istruzione, non cerca nulla. Ama l'officina che suo padre gli ha lasciato, trova familiare la polvere che si deposita in casa e sulle scale, il silenzio e il vecchio zuccherificio abbandonato, protagonista di mille avventure immaginarie. Una distanza incolmabile li separa e così rimarrà per lungo tempo.


<<"Forse avrei semplicemente dovuto accontentarmi di quello che c'era qui. Era la cosa più intelligente da fare". 
"Mi sorprende sentirglielo dire" fece Chuck.
Il vecchio sorrise. "Prospettiva poco entusiasmante, eh?"
"Bè, sa," disse Boyd "un uomo vuole pur far qualcosa della propria vita".
"Sempre costretto a diventare altro" rispose il vecchio a quelle parole.>>

Lo stile di Bonnie Nadzam è emozionante e intenso, trabocca tanto che riesce a trasmettere sentimenti e le atmosfere che abbracciano la storia di Leigh e Gordon e, soprattutto, quella di Lions. L'autrice cerca di contenere tutte le storie, le leggende metropolitane, le speranze ma anche la testardaggine di chi a Lions vuole rimanere e non ha alcuna intenzione di andarsene, nel romanzo. Ne risulta un libro impegnativo e a tratti lento ma di sicuro originale, che percorre strade inesplorate in quanto a trama e personaggi.

In certi pezzi Lions si mostra magica, inospitale, poco sicura, quasi avventurosa; in altri, Lions appare banale, senza nessuna attrattiva, traditrice. I punti di vista sono molteplici, non c'è un solo io narrante, un romanzo quasi corale, in cui ogni personaggio arricchisce la storia del suo punto di vista. Su una superficie liscia e tranquilla che mostra in apparenza una trama piatta si nasconde un tumulto sottostante nato ben prima di Leigh e Gordon ma che con loro raggiunge il culmine esemplare della filosofia di Lions. Restare o andare? Cosa cercare o a cosa aspirare? Leigh si trova a rispondere a tutte queste domande mentre Gordon ha una sorta di destino, una strada già scritta che pur portandolo a un bivio gli regala delle indicazioni precise da cui non può scappare.



COPERTINA 7 | STILE 7,5 | STORIA 8 | SVILUPPO 8


Titolo: Lions
Autore: Bonnie Nadzam, traduzione di Leonardo Taiuti
Numero di pagine: 229
Prezzo: 15,00 euro

Trama

A metà fra ghost story e resoconto realistico di un amore, Lions è ambientato nell’omonima cittadina degli altopiani del Colorado, un luogo ormai quasi del tutto disabitato e ammantato di leggenda. Concepita per diventare una gloriosa città nell’Ovest in via di sviluppo, Lions non è riuscita a trasformarsi nella realtà sognata dai suoi fondatori. Lo zuccherificio è fallito e le uniche attività commerciali ancora in piedi sono un piccolo bar, un diner che conta sui viaggiatori provenienti dalla vicina statale e un’officina di lavorazione del metallo che sopravvive a stento. I cittadini di Lions conducono vite semplici, tormentate dai fantasmi – dei loro antenati, delle loro ambizioni e speranze, di un futuro incerto – e, quando un misterioso viandante giunge in città, la sua sinistra presenza spinge molti ad andarsene definitivamente. Fra i pochi abitanti rimasti ci sono Leigh e Gordon, una coppia di diciassettenni che sogna di andare al college. Gordon, tuttavia, perde il padre all’improvviso e non riesce a liberarsi del dolore e del senso di responsabilità verso l’insolita eredità ricevuta dal genitore. Si trova quindi a dover scegliere se partire o trattenersi a Lions per rilevare la gestione dell’officina, rinunciando così alle proprie aspirazioni.
Lions è una storia di autoconsapevolezza, di ambizione, una riflessione sull’ossessione americana per l’autorealizzazione e sulla responsabilità, e sulle storie che quotidianamente ci raccontiamo per convincerci che la vita valga la pena di essere vissuta.

L'AUTRICE



Bonnie Nadzam è nata a Cleveland, Ohio. I suoi scritti sono comparsi su numerose e importanti riviste statunitensi. Lamb(collana Black Coffee, Clichy, 2015) le è valso il premio Flaherty-Dunnan Prize per il miglior romanzo di esordio del 2011 e ha ispirato l’omonimo film presentato nel 2016 al celebre festival di Austin, il South by Southwest; Amore e antropocene, saggio scritto in collaborazione con Dale Jamieson, è uscito in Italia per Stampa Alternativa. Bonnie ha insegnato per due anni scrittura creativa al Colorado College. Lions è il suo secondo romanzo.





EDIZIONI BLACK COFFEE



Black Coffee è un progetto editoriale dedicato alla letteratura nordamericana contemporanea.
Il suo obiettivo è dare risalto ad autori esordienti recuperando al contempo opere inedite o ingiustamente dimenticate, con particolare attenzione alle realtà indipendenti più coraggiose, alle voci femminili e alla forma del racconto.


Prima di diventare una casa editrice, Black Coffee è stata ospitata come collana nel catalogo di Edizioni Clichy che ora vanta il capolavoro postmoderno L’amante di Wittgenstein di David Markson. Oggi propone opere di fiction e literary non fictionlasciandole dialogare fluidamente, senza ricorrere a una suddivisione in generi. Il programma editoriale, integrato da una selezione di articoli tratti da note riviste letterarie americane e proposti in esclusiva su questo sito, è inteso come un percorso da cui far scaturire una visione corale su tematiche di varia natura.

Il desiderio è che questo approccio restituisca un ritratto sincero del panorama letterario nordamericano meno conosciuto.

lunedì 27 marzo 2017

RECENSIONE || "Il boulevard delle ossa" di Léo Malet

<<Mi prende il bicchiere dalle mani e beve, forse per conoscere i miei pensieri.>>

Era da tanto tempo che non leggevo un noir così leggero e divertente. "Il boulevard delle ossa" Léo Malet è il terzo libro che Fazi Editore pubblica di questo autore francese di grande fama; ecco la sua biografia: rimane presto orfano e viene allevato e iniziato alla letteratura da suo nonno, che di mestiere faceva il bottaio. Dopo esser passato da un lavoro all'altro viene imprigionato, durante la seconda Guerra Mondiale, in un campo di concentramento e al suo ritorno inizia a scrivere polizieschi, tra cui anche quelli in cui il protagonista è Nestor Burma.

La vicenda si snoda in vari punti e inizia con un commerciante di diamanti, Omar Goldy, che si reca dal detective privato Burma e la sua assistente Hélèn nella loro agenzia Fiat Lux. Burma storce subito il naso alla richiesta fasulla del piccolo nervoso uomo ed è titubante ad accettarla se non per il grosso anticipo che Goldy gli dà senza batter ciglio. Il commerciante vuole sapere se un certo cinese ha dei contatti con qualche russo o donna russa. Ma perché? Questo Goldy non lo vuole dire, si inventa una scusa, insabbia la verità. Quando Burma si decide ad andare da Goldy a chiedere spiegazioni, dopo aver avuto una collutazione con il cinese in questione, scopre che oramai non gli si può più domandare nulla.

E così prosegue l'indagine di questo ironico (soprattutto auto-ironico) detective: la suspense è assente, ciò che rapisce il lettore è la simpatia di Burma e di Hélèn, gli sforzi e i sospetti che li portano da un pezzo del puzzle all'altro, senza chiamare in causa il dramma o il pathos che un noir più impegnativo e dal ritmo più elevato richiedono.
La storia è fluida e segue diverse piste che solo Burma riesce a riannodare insieme, grazie al suo olfatto e alla sua intelligenza. In questa storia, tra intimo e corpetti, si arriverà a oggetti più preziosi e a cadaveri nascosti: una trama per nulla scontata, imprevedibile che però manca di quel tocco di "terrore" che ci si aspetterebbe da un qualsiasi giallo. Se mi immaginavo qualcosa alla Agatha Christie, le mie previsioni si sono rivelate totalmente sbagliate: la struttura è meno complessa, il passato dei personaggi un po' meno ricercato, di scene mozza fiato nemmeno l'ombra. Invece ho trovato qualche somiglianza con i romanzi di Dan Turèll (Qui e Qui trovate le recensioni), anche se l'autore nordico non manca di far restare il lettore sulla lama del rasoio.

Questa caratteristica invece che intristirmi mi ha spinta a continuare a leggere: dal mio punto di vista è meglio un noir leggero, divertente piuttosto di un noir tra i tanti con le solite caratteristiche, prevedibile e banale. Forse per la grande quantità di gialli letti, ora richiedo qualcosa di veramente stimolante o che sia un "giallo d'autore". Se proprio deve essere differente preferisco qualcosa di alternativo, che mi trasmetta emozioni totalmente differenti, proprio come i noir di Malet che spero di recuperare al più presto.

Consiglio questo libro nei periodi di "blocco del lettore" oppure se si ha voglia di leggere un autore di un certo spessore che non mancherà di divertirvi e distrarvi senza tralasciare uno stile curato e una trama avvincente.


COPERTINA 7,5 | STILE 7,5 | STORIA 7 | SVILUPPO 7


Titolo: Il boulevard delle ossa
Autore: Léo Malet, traduzione di Federica Angelini
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 170
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

È primavera, e all’agenzia d’investigazione Fiat Lux è un gran giorno: Nestor Burma e la sua assistente Hélène hanno appena vinto due milioni alla lotteria. Bisogna festeggiare, pipa in bocca e bicchiere in mano. Ma non si può mai stare tranquilli. Suona il campanello e i festeggiamenti vengono interrotti da un uomo trafelato: è Goldy, un mercante di diamanti ebreo, e ha bisogno del loro aiuto. Le informazioni che fornisce sul caso sono piuttosto fumose, ma a quanto pare ci sono di mezzo la malavita cinese e un giro di prostituzione russa d’alto bordo. Abbastanza per incuriosire Burma, che si mette subito all’opera. Questa volta l’indagine si svolgerà su strade del tutto nuove: da un bordello di Shanghai, a una Casa d’aste di rue Drouot, fino al tesoro della Corona imperiale russa, mentre si apriranno scenari sempre più inquietanti e spunteranno elementi sempre più strani, come uno scheletro con una gamba sola che sembra appartenere a un generale scomparso nel 1939 e un cadavere che forse non è tale fino in fondo.
L’investigatore privato sciupafemmine dalla lingua tagliente è tornato, in questa nuova avventura inedita confezionata con maestria da uno dei padri del noir francese.

L'AUTORE

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. Nato al numero cinque di Rue du Bassin, a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. Quando Léo ha due anni muoiono prima il padre e il fratellino e, a distanza di un anno, la madre. Tutti e tre di tubercolosi. Così, è il nonno bottaio e grande lettore che si prende cura del nipote e lo inizia, in modo non certo canonico, alla letteratura. A sedici anni Léo Malet si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Determinante è l'incontro con André Colomer, disertore e pacifista: Colomer gli dà una famiglia e soprattutto lo introduce in ambienti anarchici. In questo periodo Malet collabora anche a vari giornali e riviste (En dehors, Journal de l'Homme aux Sandales, Revue Anarchiste). A Parigi abita in molti posti, anche sotto il ponte Sully, vive alla giornata, fa l'impiegato, il manovale, il vagabondo, il gestore di un negozio d'abbigliamento, il magazziniere, il giornalista, la comparsa cinematografica, lo strillone, il telefonista.
Nel 1931 l’incontro con André Breton gli dà accesso al mondo delle case editrici e degli scrittori; Malet entra a far parte del Gruppo dei Surrealisti. Per qualche tempo il suo vicino di casa è Prévert, uno dei suoi migliori amici Aragon. Si sposa con Paulette Doucet e insieme fondano il Cabaret du Poète Pendu. Dopo una dura esperienza in un campo di concentramento nazista, nel 1941 inizia a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi: Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee. Con lo pseudonimo di Frank Harding crea il personaggio del reporter Johnny Métal, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l'investigatore privato Nestor Burma. Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi. Con Nestor Burma, Malet da un lato riscuote i primi consensi di pubblico, anche attraverso successive trasposizioni cinematografiche, una serie televisiva (1991-1995) di 85 episodi e l’adattamento a fumetti. Ma d’altro canto si allontana dal movimento anarchico: nel 1949 il gruppo dei Surrealisti lo espelle con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.