venerdì 24 febbraio 2017

RECENSIONE || "Notti al circo" di Angela Carter

<<Il Principe che libera la Principessa dalla tana del drago è sempre costretto a sposarla, anche se fra i due non è nato del tenero. Questa è l'usanza. E questa regola vale senza dubbio anche per la trapezista che salva il clown.>>


Leggendo "Notti al circo" di Angela Carter, Fazi Editore ritrovo subito lo stile barocco, denso e irriverente che avevo lasciato in "Figlie sagge".
L'autrice non si smentisce, e anzi, se possibile supera se stessa in quest'opera che sfocia più volte nell'assurdo e nell'impossibile sempre con un tocco filosofico e soprattutto intelligente. Solo una mente brillante e lungimirante come la Carter poteva scrivere un libro del genere durante l'Ottocento.


"Notti al circo" ha per protagonista la figura quasi mitica dell'aeralist Fevver, una donna gigantesca dotata di ali, di braccia e di gambe. Un angelo caduto dal cielo? No, una piccola bimba uscita da un uovo e presa in adozione in una casa protetta di prostitute di gran classe. Cresciuta tra amore e agi, libri e con le cure della sua madre adottiva Lizzie (intelligente, rivoluzionaria e scaltra) Sophie (in arte Fevver) impara al momento giusto a volare. Una gigantessa, dai modi poco delicati ma dallo spirito generoso e onesto, con l'unica macchia di una grande avidità per denaro e gioielli. 


<<Io non sono uscita da quelli che si potrebbero definire i canali normali, signore, oh, no! Come Elena di Troia, sono uscita dall'uovo. Proprio così, sono uscita da un uovo bello grosso mentre suonavano le campane di Bow Church.>>

La casa di prostitute chiude dopo la morte della padrona, Ma Nelson, e tutte sono costrette a reinventarsi comprese Fevver e Lizzie. Da questo punto Fevver affronterà molte avventure, tutte portate delle sue ali a tratti venerate e in altri momenti detestate, ma sempre viste come qualcosa di divino e fuori dal comune. Da un teatro dell'osceno a un ammiratore (aspirante giovane perenne) che ha per stemma un fallo alato, fino al circo del Colonnello Karney che la farà diventare una ricca stella di successo, Fevver rimane accanto alla sua madre adottiva Lizzie. 
Il libro apre con un personaggio che diventerà protagonista tanto quanto la donna alata, Jack Walser, giornalista che intende scoprire cosa c'è dietro le ali dell'aeralist più acclamata di sempre. Walser pensa che sia una grande e abile truffatrice, per questo mente chiedendole un'intervista, per incontrarla di persona e scoprire il sotterfugio. In una notte magica, in cui la mezzanotte rintocca ben tre volte, Walser non riesce a scoprire nulla, anzi rimane quasi ammaliato da Fevver: grottesca, per nulla aggraziata ma dalla bellezza divina.

Decide di inseguirla e farsi assumere dal Colonnello Karney nel suo circo, diventando un clown. La nascita dell'amore tra Fevver e Walser non è immediata, tutt'altro, avverrà in un momento sventurato in cui i due separati a causa di una tragedia si rivedono dopo qualche tempo.


<<A cosa mi fa pensare, mi chiedo? A un brano di musica composto per uno strumento e suonato su un altro. A un bozzetto per un grande quadro. Già, Lizzie ha ragione, c'è qualcosa di incompiuto in lui... ma la sua pelle abbronzata! I capelli schiariti  dal sole! Il suo viso sotto il trucco è un'immagine cara e familiare, perduta e ritrovata, anche se lo conosco da poco, anche se per me è un estraneo. Eppure io quel volto l'ho sempre amato, ancora prima di vederlo, e l'incontro me ne ha suscitato il ricordo, anche se non so bene chi, forse delle sembianze vaghe e sognate del desiderio.>>

Angela Carter spazia e ruota attorno a diversi argomenti e temi, seguendo più trame e personaggi. Nel suo libro non manca nulla, è sazio, quasi saturo di avventure che non implicano solo la protagonista per eccellenza: la tristezza dei clown, la povertà della steppa, una manicomio femminile in cui le carcerate si ribellano alla custode con l'amore, un imbroglione che usa una ragazzina per far credere in una vita nell'al di là alle persone che hanno persona una figlia, una sorella, una moglie e ancora una tribù siberiana che accoglie e crede Walser uno Sciamano molto potente. 
Lo stile, pur essendo denso, scende nel profondo del lettore che dopo aver affrontato questo libro si sente pieno e con la mente leggera. Non ci si deve aspettare altro che schiettezza e trasparenza dalle storie della Carter che inserisce nelle sue trame parti truculente e altre davvero poco appetibili in un vortice di follia con una sua razionalità in questo caso impersonata da Lizzie che riesce a trovare un equilibrio, norme per vivere in tutte le stranezze che le capitano. E se la realtà si racchiudesse in queste bizzarre avventure?
L'autrice delinea personaggi tutt'altro che banali o ironici, piuttosto a tutto tondo con un lato luminoso e uno oscuro, in cui nulla viene dato per scontato. Pur creando scene e ambientazioni irreali riesce a inserire persone e oggetti che si allineano con questa irrealtà ma che risolvono le loro peripezie con un sano equilibrio che spesso stupisce il lettore.

Chi intraprende la lettura dei romanzi di Angela Carter (più "Notti al circo" che "Figlie sagge") deve sapere che si imbatterà in brutture e meraviglie, in un continuo sorprendente e in una storia che mai sarà uguale a nessun'altra.



COPERTINA 9 | STILE 8,5 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 7


Titolo: Notti al circo 
Autore: Angela Carter, traduzione di Mariagiulia Castagnone
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 421 
Prezzo: 18,00

Trama:

È una notte londinese del 1899 e il tempo si è fermato. In un camerino dell’Alhambra Music Hall, «capolavoro di squallore squisitamente femminile», l’imberbe giornalista americano Jack Walser sta intervistando la star del momento: Fevvers, seducente trapezista vagabonda, un metro e ottantacinque per ottantotto chili, biondissima e dotata di un bel paio di ali. Una vera e propria leggenda. Scorrono fiumi di champagne e la diva racconta la sua vita rocambolesca: abbandonata in fasce sulla soglia di un bordello a Whitechapel e amorevolmente cresciuta dalla baffuta Lizzie, inizia presto a guadagnarsi da vivere prima come statua vivente di Cupido e poi come attrazione in un freak show. Ma Fevvers vuole volare alto. Il suo destino sono le luci della ribalta, e in poco tempo lei e il suo trapezio conquistano i palchi – e i cuori – di tutta Europa. Inizialmente scettico, Walser finisce per soccombere al fascino incontenibile della Venere cockney. Un po’ già innamorato e un po’ in cerca dello scoop della vita, decide di mollare tutto e si unisce al circo. Insieme alla scalcagnata compagnia circense – capitanata da un colonnello del Kentucky e la sua fidata Sybil, una scrofa intelligentissima in grado di fare lo spelling – in viaggio attraverso la Russia vivrà mille peripezie e incontrerà i personaggi più bizzarri, in un esilarante caleidoscopio in bilico fra realtà e fantasia.
Nel 1984, anno della pubblicazione, Notti al circo si è aggiudicato il prestigioso James Tait Black Memorial Prize, il più antico premio letterario inglese. Romanzo più celebre dell’autrice, è una sintesi perfetta della migliore Angela Carter: un concentrato di umorismo pungente, prosa brillante, erotismo, demolizione sistematica dei cliché e un’immaginazione traboccante.


L'AUTRICE




È nata a Eastbourne, in Inghilterra. Fra le sue opere più note figurano le raccolte di racconti Fuochi d’artificio (1974) e La camera di sangue(1979) e il romanzo Notti al circo (1984). Figlie sagge è il suo ultimo libro, uscito un anno prima della morte.





mercoledì 15 febbraio 2017

RECENSIONE || "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf

<<Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.>>

Ho letto "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf, NN Editore tutto d'un fiato cercando di gustarmi ogni parola, ogni virgola, cercando di non sprecare niente, di non perdermi nessuna sensazione, nessuna emozione.


Mettetevi comodi, accendete l'abat-jour e ripartite per Holt.

Ebbene sì, ho scritto ripartite perché questo romanzo (forse il più bello di Haruf), a mio parere, andrebbe letto dopo la trilogia della pianura, non perché i personaggi si riprendano ma piuttosto per lo stile che si ritrova in questo romanzo. Fin dalle prime righe, per chi ha avuto l'occasione di conoscere Haruf, è come tornare a casa, un senso di pace e sicurezza sgorga dalle sue parole e non è possibile tentare di interrompere la lettura, ne sarete letteralmente risucchiati. Se siete neofiti di Haruf, perché proprio non riuscite a resistere a questo titolo (avete ragione!), preparatevi a leggere uno dei più bei romanzi di sempre.


La storia è la più tenera e dolce dei racconti. Addie convince Louis a dormire insieme a lei di notte. Sono entrambi anziani e vedovi, Addie dopo che il marito è morto trova le notti piene di pensieri e inquietudini e pensa che loro due potrebbero farsi compagnia. Lei cerca qualcuno con cui parlare, con cui confidarsi e sceglie Louis non perché le sia stato da sempre amico, ma proprio perché non lo conosce benissimo.

<<Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. 
Le notti sono la cosa peggiore non trovi?>>


Louis le chiede che cosa penserà la gente che lo vedrà andare solo di notte da lei. Addie gli risponde che ha smesso di preoccuparsi della gente da un bel pezzo, che pensino quello che vogliono.

<<Non facciamo niente, se ti riferisci a quello.
No, non mi riferivo a quello.
In ogni caso non lo facciamo. Non l'abbiamo fatto.
Farai bene a deciderti. Non vorrai mica diventare vecchia come me.>>

Iniziano così queste serate all'insegna delle domande e dei racconti di una vita, di quello che le persone non vedevano dall'esterno, dei dolori e dei periodi difficili ma anche dei periodi più felici, meno duri. Tutto sembra scorrere per il meglio fino a quando Gene, il figlio di Addie, comunica alla madre che sua moglie e lui si sono separati per qualche tempo e che sta perdendo il lavoro. Potrebbe portare da lei Jamie, suo figlio?


Ovviamente Addie non si tira indietro e cerca una soluzione per non smettere di vedere Louis. Decide di far incontrare Jamie e Louis, che diventano amici; adesso Jamie li considera come nonni e Louis va a casa di Addie come al solito. Fino a quando non entra in scena Gene che, riprendendosi Jamie, obbliga la madre a non vedere più Louis. 



Dalla scelta dei personaggi all'atmosfera che pervade il libro, si può dire che un senso di serenità sia presente in tutta la storia. L'amore tardivo, non carnale ma spirituale, tra Addie e Louis è commovente: si abituano notte dopo notte allo spazio che occupa il corpo dell'altro, senza mettersi fretta, liberi di interrompere il loro rapporto in qualsiasi momento. Con meraviglia si accorgono di stare davvero bene insieme, una nuova primavera è calata sulle loro vite, una primavera ancora più dolce e profumata perché prive di aspettative e obiettivi fissi, imposti nella giovane età di ogni individuo. 
La saggezza della vecchiaia dà al libro un sapore del tutto diverso, di rado troviamo delle persone anziane nei romanzi che fanno... le persone anziane. Vivono con calma, con il tempo che non è più così prezioso, ma che può diventare molto dolce se passato con la persona giusta. Haruf dona a Addie e Louis un'ironia pacata, dettata dalle tante cose viste e dal giusto peso da dare a ogni cosa. Spero da anziana di avere la loro stessa complicità con mio marito.

Entrambi, quindi, si abituano l'uno all'altro, non cedendo ai pettegolezzi e alle pressioni dei propri cari e amici fino a che Addie non è obbligata a "lasciare" Louis se vuole rivedere suo nipote Jamie. Un bieco ricatto del figlio che non è detto che riuscirà ad ottenere la loro separazione. 

Il rapporto che Louis instaura con Jamie è quello di un nonno con un nipote: le passeggiate nei boschi, una cagnolina per tenergli compagnia e fargli affrontare meglio la separazione dei genitori, il lavoro nell'orto. Credo che sia difficile scrivere di qualcosa di così quotidiano, in maniera tanto intima e che non scada nel banale o, addirittura, nell'assurdo. La bellezza dei romanzi di Kent Haruf sta nelle piccole cose, nelle piccole azioni quotidiane. 
Il testo scorre fluido, senza intoppi, senza spigoli. In "Le nostre anime di notte" c'è tutto quello che manca in questo mondo, uno dei libri più belli che abbia mai letto e che rileggerò ciclicamente per ritrovare quella pace che solo Kent Haruf è in grado di darmi.  Il Ben tornato a Holt, per l'ultima volta, non poteva essere migliore. 



COPERTINA 9 | STILE 10 | STORIA 10 | SVILUPPO 10



Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf, traduzione di Fabio Cremonesi
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 166
Prezzo: 17,00 euro

Trama:

È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me?
Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.


L'AUTORE



Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.




martedì 14 febbraio 2017

RECENSIONE || "La classe dei misteri" di Joanne Harris

Per chi ha letto La scuola dei desideri, si torna nella british, tradizionale e polverosa St. Oswald con "La classe dei Misteri" di Joanne Harris, Garzanti. Mr. Stratley continua a
essere protagonista dei misteri che avvolgono la scuola: ormai più che sessantenne Mr. Stratley, insegnante di latino, dovrà fare i conti con un passato che non si decide a scomparire per sempre.

<<No, accidenti, non è la vecchiaia! È solo che il passato ha il vizio di avvicinarsi di soppiatto, come un bambino che gioca a Un, due, tre, stella! e prima avanza subdolo e poi ti picchia sulla spalla.>>

Da subito il lettore si trova davanti due voci narranti: la prima classica, razionale e intelligente di Strats e la seconda inquietante e sibilante di un alunno del 1982. Le due voci trovano posto per convivere nel presente, il 2005, momento in cui a St. Oswald subentra un nuovo Rettore, un ex alunno della combriccola della voce spaventosa che ci accompagna per tutto il libro. Johnny Harrington era nel gruppo dei tre ragazzi che più ammiravano il professore Harry Clarke. David Spickley, Harrington e Charles Nutter adoravano questo professore di letteratura inglese che all'ora di pranzo gli faceva ascoltare David Bowie, si faceva chiamare per nome e li trattava da pari. La relazione con lui, tuttavia, si inizia a fare sospettosa e la mente malata di uno dei ragazzi prende il sopravvento sulle altre creando un intreccio misterioso e meticoloso.

<<Essere un insegnate di St. Oswald voleva dire essere disponibile in ogni momento, essere allo stesso tempo maestro, padre e a volte addirittura amico.>>

I tre ragazzi sono soggiogati dalla fede dei genitori, che facendo parte di una setta religiosa, fa vivere la loro adolescenza nel pieno terrore dell'inferno. La Harris sceglie bene l'ambiente in cui presentare temi forti e non così rari come l'omosessualità in una scuola a carattere fortemente cattolico, dove il pregiudizio (non tanto per la fede cattolica, piuttosto per la miopia e bigottagine di alcuni degli insegnanti) non fa vivere i ragazzi e li giudica fino a portarli alla crisi. 
La storia si sviluppa con calma, il trio è protagonista di uno scandalo che si trascinerà dietro Harry Clarke e tutta St. Oswald che invece che correre in difesa di uno dei suoi più brillanti insegnanti, cercherà di insabbiare tutto e lascerà nel baratro dell'ignominia Clarke.

<<Non voglio che mi ricordino solo come il ragazzino che uccideva cose perché aveva paura di vivere. Voglio che siano pieni di odio, di incredulità e di stupore. Voglio che mi ricordino come qualcosa di più di un semplice sopravvissuto.>>

Tra versi di latino, progresso versus tradizione, la Harris sfrutta al meglio le problematiche scolastiche per affrontare questioni di grande rilevanza:  in questo caso il progresso che tanto si aspira nelle scuole viene visto in una forma più moderata. Stratley si batterà per mantenere piccole genuine attività tradizionali della scuola che il nuovo Rettore e il suo staff vuole modificare per pubblicizzare la scuola ed ottenere così maggiori iscritti. Stratley sente che deve fare qualcosa perché la scuola non venga del tutto modificata. 
Nello stesso tempo si affronta il tema della diversità durante l'adolescenza. L'omosessualità in primo luogo ma anche tutto ciò che è legato alla sessualità visto da un ambiente che non lascia scampo: un credo bigotto e rigido, che a mio parere scade quasi nel Medioevo. 
Non è in secondo piano l'amicizia che lega i tre ragazzini, un'amicizia fittizia dettata dalla mancanza di qualcosa di meglio e l'amicizia storica che lega gli insegnanti della scuola, un'amicizia duratura ma che non rivela tutto delle persone che si hanno accanto: le situazioni si ribaltano, gli amici sinceri diventano i più grandi nemici e quelli che Stratley credeva perfidi e freddi si dimostreranno un'arma preziosa per salvarsi la vita.
La bellezza del romanzo sta nel fatto che la Harris riesce a mescolare e creare un'atmosfera realistica e inquietante da tenere il lettore con il fiato sospeso ma portarlo anche a riflettere su cose di carattere meno frivolo dei compiti a casa, senza mancare di inserire una nota maligna che si sposa bene con la piccola e chiusa cittadina inglese. 

Consiglio "La classe dei desideri" agli amanti del giallo e  chi ha sempre seguito questa autrice dai mille risvolti in un romanzo che si differenzia dai suoi passati per mancanza di elementi soprannaturali ma che riesce benissimo a destreggiarsi per le vie gialle del romanzo, in un'indagine che vi terrà incollati alle pagine dall'inizio alla fine.


COPERTINA 8 | STILE 8 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 7


Titolo: La classe dei misteri
Autore: Joanne Harris, traduzione di Laura Grandi 
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 469
Prezzo: 18,60 euro

Trama:

I lunghi corridoi dalle finestre a bifora sono illuminati dalla fredda luce del sole d’autunno. Sta per cominciare un nuovo anno scolastico a St Oswald, un prestigioso collegio per soli ragazzi nel Nord dell’Inghilterra. E, come ogni anno, i professori si ritrovano per la riunione inaugurale del corpo insegnante. Ma stavolta l’anziano Roy Straitley, docente di lettere classiche, si rende conto che il clima è ben diverso dal solito. Durante l’anno precedente, molti eventi inquietanti hanno minato la serenità e il buon nome della scuola. Ecco perché, per contrastare la crisi, è stato scelto un nuovo Rettore. Ed è proprio questa scelta a lasciare l’anziano professore spiacevolmente stupito: a guidare la scuola sarà Johnny Harrington, una sua vecchia conoscenza. Un suo ex studente legato a una brutta storia. Tutta la scuola ne è affascinata, ma Straitley non si fida. C’è qualcosa in lui che gli sfugge. E man mano che la nuova gestione si afferma a St Oswald, il passato ritorna senza pietà con le sue violenze nascoste. Solo il professore è in grado di fermare tutto questo. Ma quando si avvicina alla verità, Straitley capisce di dover compiere una scelta. Fare giustizia o salvare la scuola a cui ha dedicato la sua intera vita?


L'AUTRICE

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno, e ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.

I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Dopo Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo, da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata(2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche(2005), La scuola dei desideri(2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu(2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Le parole di luce (2013) e Un gatto, un cappello e un nastro (2014).


È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003), Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007) e Il piccolo libro di «Chocolat» (2014).

giovedì 9 febbraio 2017

RECENSIONE || "Di notte sotto il ponte di pietra" di Leo Perutz

<<Là sotto il ponte di pietra, c'era un rosaio che aveva una rosa rossa, accanto alla quale suonava dalla terra un rosmarino, e si tenevano abbracciati l'un l'altro così strettamente che le foglie della rosa toccavano il bianco fiore del rosmarino.>>

Siamo nella Praga di fine 1500 e Leo Perutz ci fa rivivere gli incantevoli vicoli, piazze e zone della città più mistica d'Europa. Editato da Edizioni E/O nella sezione "Gli Intramontabili", Perutz ci viene presentato come grande autore semi sconosciuto ma stimato dalle più grandi penne del secolo scorso: Fleming, Borges e Adorno.

Il libro è configurato come una serie di racconti che girano attorno a più temi ricorrenti: protagonista indiscussa la città di Praga che avvolge tutti i suoi personaggi favorendoli o mostrandogli i lati più oscuri di se stessa. Divisa e lacerata da Cristiani ed Ebrei, la città viene sfruttata e descritta abilmente da Perutz, che sceglie personaggi diversi per ogni storia a parte un paio che ciclicamente ritornano: il figlio dell'imperatore (che diverrà egli stesso, a sua volta, imperatore) Rodolfo e il ricco mercante ebreo Mordechai Miesl, finanziatore e così sapiente da essere ritenuto una sorta di mago.

<<L'Ecce homo del sommo Rabbi Löw? Non era Cristo. Era il popolo ebraico, perseguitato e schernito per secoli, che ha manifestato il suo dolore in quell'immagine.>>


In "Di notte sotto il ponte di pietra" si raccontano novelle che hanno qualcosa di magico legate alla religione ebraica forte e costante in tutto il libro: non di rado la magia praticata da saggi ebrei salva la situazione. La disparità fra la religione Cristiana e quella Ebrea viene sottolineata ed evidenziata e non manca novella che non citi i pregiudizi dei cristiani verso gli ebrei. 

Riccorre spesso anche il titolo del libro: sotto il ponte di pietra si nasconde un amore proibito, un amore che riprende la disparità fra cristiani ed ebrei ma che contrappone in primo luogo Rodolfo e Mordechai, il tutto metaforicamente rappresentato da un rosmarino e una pianta di rose che si intrecciano in un abbraccio amoroso. Il ponte è anche il luogo in cui il destino, una mano invisibile, aiuta o indica la via al protagonista della storia in difficoltà. 


Il racconto che, a mio parere, aiuta a capire le dinamiche di tutto il libro è quello in cui in cui Rodolfo, ancora giovane, incontra quello che sarà il suo nemico, Mordechai (bambino che aiuta la madre e i fratelli a sopravvivere dopo la morte del padre). Rodolfo è stato maledetto da due fantasmi per aver rubato un tallero da una pila di monete che erano destinati a un'altra persona: Mordechai. Rodolfo dopo una serie di sventure capisce che deve consegnare il denaro rubato al legittimo proprietario. Ma pur avendo mandato tutti i suoi servi a cercare questo rispettabile anziano ebreo, il figlio dell'imperatore non riesce proprio a trovarlo. Decide di rimettersi nelle mani del fato e lanciare il Tallero nel fiume Moldava che, guarda caso, invece di affondare in acqua viene preso da un pescatore. Da questo punto in poi Rodolfo sarà costretto a seguire il tallero di mano in mano fino a destinazione ossia l'ebreo ancora piccolo e povero.



Il libro non è da leggere tutto d'un fiato ma un racconto alla volta, tanto che a tratti può risultare pesante e lento. Il ritmo è dettato da ogni storia, alcuni racconti sono più intriganti altri davvero poco appetibili, ma sempre con uno stile fluido e al contempo dotto. Questo libro va affrontato con spirito paziente e aperto, la fretta, come spesso accade, è cattiva consigliera e rischia di indurre il lettore a lasciare a metà la traversata per le vie di Praga. In compenso bisogna dire che l'autore riesce a disegnare e delineare il potere mistico della religione ebraica inserendola facilmente in racconti che ci mostrano un lato quasi soprannaturale delle persone che la praticano, in particolare dei rabbini.  Perutz non nasconde l'antisemitismo che già permeava l'atmosfera praghese in quell'epoca: il ghetto non era chiuso ma i cristiani preferivano non commerciare con gli ebrei per via della loro ricchezza. Personalmente credo che fosse tutta invidia, si percepisce dai dialoghi in cui i cristiani ricordano un po' la famosa volpe che non riusciva ad arrivare all'uva. 

In conclusione, di sicuro "Di notte sotto un ponte di pietra" è un prezioso libro che ci racconta una Praga lontana e magica, scritto da un autore importante che però non del tutto, con questo libro, riesce a soddisfare i lettori più affamati di avventura.


COPERTINA 8,5 | STILE 7 | STORIA 6,5 | SVILUPPO 7


Titolo: Di notte sotto il ponte di pietra
Autore: Leo Perutz,tradotto da Beatrice Talamo
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 240
Prezzo: 16,00 euro

Trama:

Praga, fine del XVI secolo. Sulla città regna Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero, collezionista, mecenate delle arti e delle scienze, uomo eccentrico e misterioso. Vive arroccato nel Castello, circondato da alchimisti, astrologi, pittori, servitori fedeli e imbroglioni di ogni risma. Ama una donna di nome Esther, moglie dell’ebreo Mordechai Meisl, l’uomo che gli presta il denaro per la sfarzosa ed eccentrica vita di corte, ma è un amore che esiste solo nei sogni, perché così ha voluto Rabbi Löw, autore di sortilegi, cabalista e artefice del Golem. Dentro questa Praga magica e perduta Leo Perutz intreccia le sue invenzioni narrative, fantastiche e poetiche, intorno a un perno che è l’inestricabile intreccio dei destini dei due rivali, Rodolfo e Mordechai, il Cristiano e l’Ebreo, entrambi grandi, entrambi perdenti.

L'AUTORE

Leo Perutz (1882-1957) è nato a Praga. È stato uno dei più grandi scrittori e drammaturghi della sua generazione. È autore di numerosi romanzi (tra cui Il marchese di BolibarIl Maestro del giudizio universaleIl cavaliere svedese) dove si mescolano rievocazione storica e vena fantastica. Tra i suoi estimatori: Ian Fleming, Theodor Adorno, Jorge Luis Borges.




lunedì 6 febbraio 2017

RECENSIONE || "Fair Play" di Tove Jansson



<<Il cielo si muoveva incontro a loro come un sipario finemente decorato di acquazzoni localizzati, ciascuno con il suo delicato drappeggio.>>


"Fair play" di Tove Jansson, Iperborea, mi ha stupita e meravigliata. La storia non presenta grandi colpi di scena ma un'intensità di sottofondo permea il romanzo dall'inizio alla fine: il racconto parla di Mari e Jonna, due amiche di mezza età che abitano vicine in un'isola finlandese. Jonna è una scultrice, un'artista e Mari un'illustratrice. 

Vivono insieme, seguono le loro passioni. I loro caratteri sono complementari e non mancano piccole frecciatine che alle volte sfociano in discussioni e decise ma non inflessibili prese di posizione. Tove Jansson è famosa per i suoi libri con protagoniste femminili, spesso in coppia in uno stile che non si fatica a capire, tende all'autobiografico.
Famosissima in patria, Jansson, ha scritto diversi romanzi (e ne ha illustrato tanti altri per bambini) con protagoniste femminili, tradotti in Italia da Iperborea. Vissuta con un'altra donna per anni e anni, Tove Jansson racconta una parte della sua vita in quest'ultimo romanzo.

Nella postfazione di Ali Smith il lettore può trovare una gratificante spiegazione a un libro che lascia molto di sottinteso, che cela dietro a episodi di vita ordinaria -vedere un film insieme, leggere davanti a un caffè, bisticciare per una stupidaggine- e straordinaria -accogliere un ospite al buio, viaggiare insieme, cambiare assetto di vita- un amore, un'amicizia, qualcosa di così fondamentale che alla fine diamo per scontato. Tove Jansson sfrutta abilmente questa qualità della vita che ormai non notiamo più e che se non ci viene ricordato, all'interno dei romanzi che leggiamo, facciamo fatica a vedere nitidamente. 

Mari e Jonna condividono ogni cosa pur essendo davvero diverse: Jonna con tante passioni
 e uno spiccato istinto oltre che un carattere forte e determinato, come se la vita non avesse più segreti per lei. Mari meno irruenta e più riflessiva, dubbiosa. Danno vita a degli scambi davvero significativi ma così normali che solo un'intimità e un'intesa completa tra le due donne possono creare.


Dagli scenari nordici, il mare, la tempesta, la vita semplice e alle volte complicata da isolane, è tutto avvolto da un'atmosfera di creatività e dove lo scorrere del tempo è prezioso, da usare per attività che richiedono calma e pazienza, per assaporare ogni momento fino in fondo.


<< In rapida successione il cielo invernale fu invaso da esplosioni di colori che restavano sospesi per qualche secondo nella loro bellezza per poi ricadere lentamente ed essere subito sostituiti da nuove rose variopinte che sbocciavano una dopo l'altra in un sontuoso splendore, velate dalla nebbia, ma forse proprio per questo ancora più misteriose.>>

Un libro particolare, da saper apprezzare nella semplicità della sua trama e nella profondità che solo due esistenze che si incrociano con amore può dare.



COPERTINA 9,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 9


Titolo: Fair Play
Autore: Tove Jansson 
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 160
Prezzo: 15,00 euro

Trama:

Fair Play" è una tenera, delicata, luminosa storia d’amore e di amicizia tra due artiste straordinarie.
Mari e Jonna, due artiste, due atelier ai capi opposti di un grande edificio sul porto di Helsinki, e una casetta condivisa su una piccola isola solitaria davanti al mare aperto. Mari scrive, illustra, sogna, si fa domande, accoglie un maestro burattinaio russo che sacrifica il sonno all’arte, si appassiona a una donna sola al mondo che le chiede il senso della vita. Jonna dipinge, intaglia il legno e trova risposte, cerca di catturare la realtà con la sua cinepresa, ama i film western di serie B e i capolavori di Fassbinder, e mette mano al fucile da caccia quando c’è bisogno di una «sana spietatezza». Le loro personalità si scontrano e si confrontano attraverso dialoghi sagaci e silenzi che non hanno bisogno di parole, unite da un’urgenza creativa che riesce ogni volta a gettare una luce nuova sulle cose e sulla natura umana, a trasformare la quotidianità in una riserva di piccole epiche fuori dall’ordinario e di inattese rivelazioni. Definito da Ali Smith «una vera opera d’arte», Fair play è una partita a due, un gioco sottile tra due donne fieramente indipendenti che con ironia e nel rispetto inviolabile dei reciproci spazi mantengono sempre vivo uno scambio autentico, pungente, eppure pieno di tenerezza. Con la sua finezza di lingua e di sguardo, capace di cogliere il significato racchiuso nel gesto più semplice, Tove Jansson traduce in un gioiello letterario il rapporto con la donna con cui ha condiviso quarant’anni di lavoro e di vita, in un equilibrio lieve e rivoluzionario, all’insegna di quella libertà che accompagna una riuscita storia d’amore. 


L'AUTRICE

Nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, apparsi per la prima volta nel 1946, tradotti anche in Italia e portati sullo schermo con grande successo negli Stati Uniti. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

venerdì 3 febbraio 2017

RECENSIONE || "La mia vita è un paese straniero" di Brian Turner

<<Dall'altra parte della città, un bambino piccolo bacia suo padre sulla guancia. I soldati inspirano il fumo acre, piegano la testa all'indietro ed espirano alla superficie morta della luna. [...] Per il momento sono soldati. Sono giganti che osservano la vita di qualcun altro in scala. Stanno fermi nel grande flusso della Storia - passata, presente e futura- e lo risucchiano tutto.>>


Mentre scrivo questa difficilissima recensione ascolto la playlist proposta da NN Editore, pezzi scelti per leggere "La mia vita è un paese straniero" di Brian Turner. In particolare ascolto "Crystal Blue Persuasion" di Tommy James and The Shondells. Cerco le parole, il loro significato, per darvi un'idea quanto più vicina di questo forte libro.








Prima di mettere mano a questo volume avevo letto recensioni positive tanto da farmi agognare il libro che per troppo tempo è rimasto nella mia wishlist, sempre ai primi posti. Non avevo esattamente capito che non si trattava proprio di un romanzo in senso "classico". Una storia con un capo e una coda, con dei protagonisti dotati di nome e cognome. Il libro di Brian Turner è conformato, materialmente parlando, come qualcosa di notevolmente diverso da tutto ciò che potrete leggere ultimamente. 

Le pagine non sono numerate le parti del libro separate da fogli grigi e alla fine del volume troverete addirittura dello spazio per annotarvi pensieri, citazioni, idee.
Ma voi vorrete sapere cosa contiene questo benedetto libro. Di che parla?


"La mia vita è un paese straniero" parla della vita e della morte. Della paura e della timidezza. Dell'amore e dell'aggressività. Il protagonista è lo scrittore stesso, veterano di guerra. ha combattuto in diverse guerre in particolare in Iraq e Bosnia vedendo e respirando una marea di atrocità. Il racconto è una sorta di flusso di pensiero che lo scrittore segue passo passo, prendendoci per mano e facendoci sentire che cosa ha vissuto, che cosa ha dovuto vedere che cosa ha dovuto fare e combattere.

Limitare il contenuto alla guerra però sarebbe riduttivo, perché Turner ci fa fare un giro nella sua vita, nei suoi ritorni a casa in licenza in America, dove il mondo ha compiuto la sua ellisse anche senza di lui, dove i cecchini non sono appostati sui tetti, dove non esistono celle con uomini con sacchi in testa lasciati a morire in un angolo perché non parlano con gli interrogatori. Brian non riesce a tornare in questo mondo, ormai è sradicato dalla vita normale, non vuole abbassare la guardia ha troppa paura che quando tornerà là dai suoi compagni, nelle tende di nylon e nei bagni chimici non riuscirà a tenere alta l'attenzione.



<<Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?>>


L'autore non risparmia nulla al lettore, alcune delle storie che ci racconta iniziano in modo abbastanza normale e finiscono in maniera terribilmente drammatica; riporta stralci di conversazione tipici dell'esercito che fanno accapponare la pelle, che per loro, in quel contesto, in una base delimitata da muri anti mortaio trovano un loro senso, orribile ma che servirà loro per sopravvivere. 


<<"Siamo circondati da morti. E da pezzi di morti" disse Fredrickson enfatizzando la parola pezzi. "La vostra squadra si è imbattuta nel luogo di una possibile imboscata. Nessuno  sopravvissuto. È una simulazione con feriti multipli. Quindi: qual è la prima cosa da fare?>>

La prosa diventa spesso poesia, quasi mai in versi, ma con figure retoriche che disegnano la scena e che proiettano nella mente del lettore un film assurdo o assurdamente reale. 
Spesso ho dovuto rileggere dei pezzi o pagine intere perché non sempre è semplice seguire quello che l'autore ci vuole dire. 
Turner si sposta nel tempo e nello spazio, seguendo i suoi pensieri o ancora più spesso i suoi sogni. Alcuni viaggi sono irreali, altri immaginati come quelli che fa accanto a sua moglie, a proposito di suo padre o suo nonno entrambi impegnati in qualche combattimento. Immagina come si devono essere sentiti là, nel momento catastrofico dello sbarco, dove tutti sparano e dove per avanzare si deve calpestare un compagno, e cerca di sovrapporre questa immagine alla persona che adesso sta sdraiato in poltrona a guardare film western o a seguire con gli occhi la gente dalla veranda. 

<<I paesi toccano altri paesi e io li attraverso uno dopo l'altro, e provo a scuotere il passato per trovare un mondo in cui vivere.>>

Altre volte pensa agli uomini che ha ucciso, ai figli che non rivedranno più i padri, in un misto di colpa ma anche di consapevolezza, quello che più volte ripete nel libro essere il suo destino: portare il fardello di tutto ciò che si è visto e fatto lontano da casa, nel campo di battaglia, a casa di qualcun altro.


Un libro per nulla semplice ma che lascia a fine lettura il sapore di qualcosa di grande che è rimasto dentro di noi, una di quelle schegge di muro che un mortaio ha abbattuto proprio accanto a noi.


<<Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c'è spazio per tutto quello che devo portarci. L'America, smisurata ed estesa da un oceano all'altro, non ha abbastanza spazio pro contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. 
E anche se ne avesse, non vorrebbe.>>



COPERTINA 8,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 9



Titolo: La mia vita è un paese straniero 
Autore: Brian Turner, tradotto da Guido Calza
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 208
Prezzo: 18,00 euro

Trama:

Nel 2003 il sergente Brian Turner è a capo di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Dieci anni dopo, a casa, accanto alla moglie addormentata ha una visione: come un drone sulla mappa del mondo, sorvola Bosnia e Vietnam, Iraq, Europa e Cambogia.


Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno, con i giochi da bambino e le vite degli amici caduti in battaglia.

Così, tutti i conflitti si dispiegano sotto di lui in un unico, immenso, territorio di guerra e violenza.

Nel 2003 il sergente Brian Turner diventa un poeta e quando, dieci anni dopo, la visione torna nella sue notti insonni, grazie alla poesia riesce a raccontarla così da accettarne la memoria – una memoria tanto grande che l’America non basterebbe a contenerla, e che sfrega l’anima fino a scorticarla.

Liberata la nostalgia, la compassione e il desiderio di verità, La mia vita è un paese straniero racconta in diretta le azioni, le esercitazioni, i vuoti e i rumori, la paura e il coraggio, la tragedia e la gioia dei ritorni. E riconnettendo vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di riallacciare il filo del senso a quello del silenzio.



L'AUTORE




Brian Turner ha servito per sette anni nell’esercito americano. È stato in Bosnia-Erzegovina e in Iraq, in Medio ed Estremo Oriente. Saggista e docente universitario, ha debuttato nel 2005 con la raccolta di poesie Here, Bullet, ottenendo riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua seconda raccolta, Phantom Noise, è stata candidata al premio T.S. Eliot nel 2010.

martedì 31 gennaio 2017

RECENSIONE || "Altre voci altre stanze" di Truman Capote

 <<scrisse:"Ellen, odio questo posto. Non so dove lui sia e nessuno me lo dice. Mi credi Ellen se ti dico che non l'ho ancora visto? Davvero:Amy dice che è malato, ma io non credo una parola e lei non piace. Sembra quella povera miss Addie che sta in fondo alla via e che fa tanti odori inutili e cattivi. Un'altra cosa è che non ci sono radio, cinema e giornali d'avventure e se vuoi fare un bagno bisogna riempire una tinozza con l'acqua del pozzo. Io non so come fa Randolph a tenersi così pulito. Lui è simpatico, ma questo posto non mi piace neanche un po'. Ellen, la mamma mi ha lasciato abbastanza dollari perché possa andare in una scuola e restarci? Come una scuola militare. Ellen sento la tua mancanza. Ellen ti prego dimmi cosa devo fare. Baci da Joel xxx-xxx.>>

"Altre voci altre stanze" di Truman Capote Garzanti è un romanzo potente e stilisticamente impegnativo. Se avete intenzione di iniziare questo libro preparatevi a qualcosa di unico, che se proprio vogliamo associare a qualche altro volume per via delle sue stranezze e particolarità possiamo prendere ad esempio "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carol oppure, meglio ancora, "Big Fish" di Daniel Wallace.


Il protagonista di questa storia bizzarra è Joel Knox, tredicenne di New Orleans  che ha appena perso la madre va a stare dalla zia che ha già diversi figli ma tanto amore per tutti. Zia Ellen riceve delle lettere firmate dalla mano del padre di Joel che, dice, venuto a conoscenza della morte della moglie rivorrebbe avere con sé il figlioletto. Il padre di Joel sparito molti anni fa adesso ritrova il forte desiderio di vedere Joel e lo invita in un posto vicino a Noon City, che tutti chiamano il "Landing". Il viaggio non è dei più semplici e alla fine tramite un passaggio su un carro guidato da un ultracentenne Jesus Fever (la cui figlia è stata, incredibilmente, uccisa da un gatto) riesce ad arrivare a destinazione. 

La casa desolata che si presenta non è delle più invoglianti ma Joel decide di aspettare a giudicare fino all'incontro con suo padre. Lo immagina nelle forme più eroiche e virili che gli vengono in mente e quando gli altri abitanti della casa -la signorina Amy, il cugino Randolph e la ragazza di colore, Zoo- cominciano a procrastinare il tête a tête il suo intuito gli dice che qualcosa non va. 



Joel passa il tempo con Randolph, cagionevole di salute, omosessuale, sicuro di sé  che ha l'abitudine di parlare in e di un mondo tutto suo. Ma il cuore di Joel è conquistato da Idabel gemella di Florabel ognuna agli antipodi rispetto all'altra; Idabel è un maschiaccio con un cuore tenero nascosto, Florabel è graziosa ma legata alle cose superflue, lisciarsi i capelli e indossare bei vestiti.


Joel, come se non bastasse, vede in casa una donna vestita con abiti antichi e una grande parrucca che evidentemente non deve appartenere all'epoca in cui vive. I fantasmi, scoprirà, sono parte della realtà quanto i vivi. Ci altre voci e altre stanze all'interno della realtà che si sta vivendo, voci, sussurri, sospiri.


<<Ma Little Sunshine vi rimase: era la sua casa per diritto, disse, perché se fosse andato via, come una volta aveva fatto, altre voci, altre stanze, voci perdute e fievoli, avrebbero echeggiato nei suoi sogni. 
La storia fece balenare agli occhi di Joel un quadro confuso di finestre diroccate che guardavano su un giardino di fantasmi, di un mondo al tramonto dove l'edera attorcigliata si arrampicava intorno alle colonne spezzate, dove immense ragnatele coprivano tutto come un sudario.>>


In questo modo Joel vive e comincia a capire che cosa è successo al padre tramite il racconto di Randolph tutto all'insegna dello strambo al limite della follia, a un passo dalla realtà.


Lo stile è fluido e la storia tiene un ritmo rapido che coinvolge il lettore. La dissonanza sta tutta nella stravaganza di ciò che capita a Joel, in un vortice che si stringerà sempre più in un climax che gli farà perdere il contatto con quella che era la normalità prima di arrivare al Landing e quasi dimenticare la sua voglia di fuggire e di ritornare a casa di zia Ellen. Mentre si abitua e adatta alla nuova situazione, Joel senza accorgersene cresce e crescendo inizia a distaccarsi da ciò che è il Landing e i suoi abitanti.


"Altre voci e altre stanze" è il romanzo d'esordio di Truman Capote geniale e ambiguo, intrigante e scostante allo stesso tempo, una storia che si fa fatica a dimenticare e a comprendere fino in fondo.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7 | SVILUPPO 7


Titolo: Alte voci altre stanze
Auore: Truman Capote, traduzione di Bruno Tasso
Editore: Garzanti, collana Gli Elefanti
Numero di pagine: 166
Prezzo: 10,00 euro


Trama:

È insolito, ma qualche volta succede, a quasi tutti gli scrittori, che la stesura di una particolare storia risulti facile, esterna a noi, come se stessimo scrivendo le parole di una voce da una nube: è stato le stesso Truman Capote a raccontare così la genesi del suo primo romanzo, il libro che gli avrebbe dato la fama e il successo. "Altre voci altre stanze "ha per protagonista il tredicenne Joel Harrison Knox, che da New Orleans arriva in campagna, a Skully's Landing, un tempo casa padronale ora decaduta, dove vive suo padre. In questo ambiente isolato e bizzarro, animato da presenze grottesche, popolato da personaggi eccentrici, l'adolescente Joel incontrerà i suoi demoni, e potrà misurare la sua solitudine e la sua sete d'amore.




L'AUTORE

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da TiffanyAltre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano(1976); Musica per camaleonti(1980); Preghiere esaudite(1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose(2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008). La più recente scoperta di testi inediti è costituita dai racconti giovanili ora pubblicati in Dove comincia il mondo(2016).

È edita da Garzanti anche la sua biografia scritta da George Plimpton: Truman Capote. Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta (2014).